LA DORSALE APPENNINICA

LE TAPPE

L'Appennino Tosco-Romagnolo

1° Tappa - FIRENZUOLA – S.BENEDETTO IN ALPE - km 62
Valico del Paretaio (m. 950) km 12,10
Passo del Carnevale (m. 719) km 5,20
Passo dell’Eremo (m. 921) km 10,60
Passo della Peschiera (m. 925) km 2,20


La mattina del lunedì 7 settembre ci svegliamo all’alba con i primi rumori degli ambulanti che montano i loro stand per il mercato. Dopo la sistemazione dei bagagli, ci prepariamo per la colazione che per me è il pasto più importante della giornata. Nonostante la pubblicità sul sito web che proponeva una sontuosa colazione da 12 euro, l’Hotel Antico Borgo non offre la prima colazione ma l’inserviente ci informa che ha avuto l’autorizzazione a offrirci un caffè. Andiamo a fare un’ottima colazione nel bar di fronte e, prima della partenza, scattiamo alcune foto di ricordo, ma soprattutto di documentazione.

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Verso le nove riesco a partire per la prima tappa. E’ il battesimo della mia “Husquarna”. Così finalmente ha avuto inizio quello che mi ha impegnato per diversi mesi durante il periodo della pandemia, distraendomi e non facendomi pesare le sue ristrettezze. Come sempre non contatto la mia emozione, ma sono enormemente felice. L’ho più volte pensato e detto: “un altro sogno che diventa realtà”. Gilda con l’Opel Merida mi avrebbe seguito più tardi. In questo momento la mia incondizionata riconoscenza è tutta per Lei. Sono sicuro che è sorretta dalla curiosità di quest'avventura, ma conosco il suo sacrificio nell’affrontare centinaia di chilometri in un percorso così impervio e sconosciuto. Un pensiero e un ringraziamento va anche al nostro amico cardiologo dott. Poggi, soprattutto per la sua fiducia in me. Ma pur con tutta la stima nei miei confronti è stato sempre convinto che a 77 anni, quello che mi sto approntando a fare sia pura follia.
Parto e parto da solo. Una mia amica mi ha detto scherzosamente: “ti piace vincere facile, senza avversari”. In realtà non sto facendo nessuna gara e, comunque, anche quando si è soli è necessario combattere. Combattiamo con noi stessi e noi stessi siamo sempre l'avversario più difficile da affrontare. All’uscita di Firenzuola colpisce la mia attenzione uno stabilimento dove sono posizionati dei grandi massi di pietra squadrati. Un cartello informa: “Lavorazione artigianale di Pietra Serena”, una lavorazione tipica di tutta la zona a nord di Firenze e del Mugello. Scatto la prima foto del viaggio. La pietra serena è un'arenaria utilizzata in architettura e in parte anche nella scultura. E’ stata utilizzata nell’architettura storica toscana e in particolare di Firenze, Siena ed Arezzo, diventando il simbolo del Rinascimento per merito di artisti famosi come Michelangelo, Brunelleschi e Donatello. Il territorio di Firenzuola è il maggior produttore di pietra serena. Non è un materiale da costruzione molto resistente, viene solitamente usato per elementi decorativi, colonne, cornici e costoloni, ma anche per i bugnati delle facciate. Caratteristico è il suo colore grigio-azzurrognolo. E' presente qualche elemento architettonico anche in altre zone dell’appennino centrale. Infatti lungo il crinale ho potuto ammirare diverse case coloniche con elementi di pietra serena.

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Lasciata Firenzuola prendo la strada che costeggia il fiume Santerno che è poco più di un ruscello immerso in una vallata sovrastata da monti coperti da boschi. E’ una visione che mi sorprende perché conoscevo il Santerno come un fiume di pianura che si attraversa sull’autostrada da Rimini verso Bologna. Mi devo abituare a questa situazione perché sto per salire sul crinale appenninico dal quale nascono molti dei fiumi che sfociano nell’Adriatico e che, essendo vicini alle sorgenti, non danno l’idea di essere veri fiumi. Andando verso sud avremo modo di incontrare anche tre importanti fiumi del versante tirrenico: l’Arno, il Tevere e il Nera, per noi più congeniali e conosciuti, di cui avrò modo di parlare.
Dopo aver ammirato un ponticello “tibetano”, percorro pochi chilometri per arrivare alla frazione di San Pellegrino quando improvvisamente, stretta tra due gallerie, mi appare la nuova linea dell’Alta Velocità. Inaspettatamente mi arriva un sibilo: un treno sfreccia veloce per sparire in pochi secondi. E’ talmente veloce che non riesco a scattare nemmeno una foto del treno in movimento, mi accontento di fotografare la via ferrata vuota, da una galleria all’altra.
A Coniale, dopo undici chilometri di pianura, lascio la Valle del Santerno, che si trova a 422 metri sul livello del mare, per affrontare la prima salita verso il Valico del Paretaio a 950 metri di altitudine sovrastato dal monte Faggiola. La “strada della Faggiola” è buona e salgo pedalando agevolmente, utilizzando il motorino in modalità “eco”. Terrò la minima potenza per l’intero percorso della Dorsale Appenninica ciò mi consente di risparmiare la batteria. Non avendo esperienza sulle lunghe salite di montagna, preferisco utilizzare la carica elettrica al minimo. Oltre tutto pedalare mi dà una grande soddisfazione. Questa modalità mi dà l’opportunità di andare in agilità e senza affanni anche sulle pendenze più impegnative. Non nascondo di aver attaccato questa prima salita con una certa apprensione per tutti i sali-scendi che dovrò affrontare in seguito, consapevole che sarebbero state trenta le salite lungo l’intera dorsale, ma già dalla prima traggo il conforto che forse sia più facile del previsto. In effetti non è la difficoltà del percorso che mi preoccupa, ma è soprattutto il fatto che mi è in gran parte sconosciuto. Per meglio dire, lo conosco solo sulla carta per averlo elaborato e tracciato sulle cartine stradali, ma da queste parti l’Appennino non l’avevo mai attraversato. Dopo alcuni chilometri sento un’auto che si avvicina, è Gilda che si affianca per salutarmi. Ci mettiamo d’accordo che mi avrebbe aspettato a Palazzuolo sul Senio.

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Salgo verso il valico sommerso da una fitta vegetazione e con vedute di monti verdissimi. Mi rammarico di non essere esperto di piante e di non saper riconoscere le numerose varietà. Mi rassegno ma non rinuncio a godermi la bellezza che gratuitamente mi offre la natura. E’ un mare di vegetazione e i monti si susseguono come onde. In lontananza le cime dei monti si confondono con il cielo assumendo un colore cenerino. Siamo quasi alla fine dell’estate, il fogliame è ancora molto intenso, di un verde vivo. Tra poco ci sarà una disparità di colori tra il rosso e il giallo che si mescoleranno con il grigio dei tronchi: la tipica vegetazione autunnale.
Come mi ero prefissato ogni tanto mi fermo a fare qualche foto. La videoamera è instalata sul manubrio della bici tramite un braccio metallico che sembra un periscopio. Già dai primi tratti di salita ogni tanto attivo il video cercando di non fare filmati troppo lunghi perché (come dicono gli esperti) diventerebbero pesanti e noiosi.
Fare questa prima salita è veramente una delizia, non solo per la bellezza del paesaggio, ma anche per la soddisfazione che mi offre l’e-bike di pedalare con snellezza, direi con allegria. Lasciato il fondovalle del Santerno, già dai primi tornanti dell’Appennino il traffico è praticamente assente, così sarà per tutto il crinale. Lungo il Parietario incontro non più di un paio di vetture. E’ proprio come mi aspettavo.
Ogni tanto ai lati della strada incontro pareti di pietra serena stratificata. Finalmente, dopo 12 chilometri di salita, arrivo al cartello del “Valico del Parietario”. Non trascuro di fotografare il cartello, non perché sia maniaco delle foto ma perché solo la documentazione fotografica riuscirà, poi, a confermare i miei ricordi e a vincere la mia sempre più scarsa memoria. Lungo il tragitto purtroppo avrò modo di rendermi conto della mancanza di adeguate indicazioni stradali e informazioni turistiche per tutti i 670 chilometri. Incontrerò invece numerose chiesette, cappelle, edicole intestate a santi, beati, angeli e patroni, regolarmente segnalate. Non esagero se dico di aver incontrato insegne e dediche sacre ogni dieci-venti chilometri. E’ vero che l’Italia sia una terra di poeti, di artisti, di navigatori, ma è certamente più una terra di santi.

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Scendendo dal Parietario arrivo alla periferia di Palazzolo sul Senio e vedo la Meriva bianca parcheggiata ai lati della strada in prossimità di una villetta. Mi avvicino e vedo Gilda che sta parlando con una persona. E’ il proprietario della villetta, si chiama Felice. Mi fermo e Felice, un pensionato bolognese di 73 anni, ci invita a entrare e ci offre da bere. In circa un quarto d’ora ci racconta gran parte della sua vita. E’ vedovo, ex bancario. Insieme alla moglie, venuta a mancare due anni fa, ha realizzato il sogno della loro vita. La villetta è molto graziosa e di buon gusto, in un posto da fiaba, ma purtroppo Felice sa che i figli non l’apprezzano e appena potranno la venderanno. Nel salutarlo lo invitiamo a casa nostra a Roseto.
Viaggiare in bicicletta è molto bello ma mi rendo conto che ha un grosso limite: non consente di fare le soste necessarie ad approfondire la relazione con le persone che si incontrano e non dà nemmeno la possibilità di conoscere meglio le località che si attraversano. Il tempo è tiranno, con la bici ogni fermata non si recupera e si rischia di arrivare troppo tardi. Nel mese di settembre, inoltre, poco dopo le sette di sera la luce non è più ottimale ed aumentano i pericoli, specialmente nell’affrontare le discese.
Riparto seguito da Gilda. Palazzuolo sul Senio meriterebbe una sosta con i suoi canali e ponti ma mi fermo giusto il tempo di una foto, peraltro venuta male per la premura di scattare e riprendere subito la salita. Peccato, il cartello all’ingresso annunciava “Villagio ideale d’Italia”.
Il fiume Senio ricorda la famosa battaglia lungo la Linea Gotica che segnò la parte finale della Seconda Guerra Mondiale. Sulla Linea Gotica i tedeschi resistettero dal settembre 1944 all’aprile 1945 per le scelte rinunciatarie del generale Clark che decise di mettere in atto le scelte politiche concordate nella Conferenza di Teheran da Roosevelt, Stalin e Churchill, secondo cui l’obiettivo era quello di fermarsi sulla Linea Gotica. Gli stessi comunisti rimproverarono i loro partigiani per il contributo dato agli alleati dicendosi sconcertati che non avevano capito che non era ancora giunto il momento di liberare l’Italia del nord per non mettere in contatto Churchill con i sovietici nei Balcani. Con la battaglia del Senio è avvenuto lo sfondamento della Linea Gotica, l’ultimo baluardo dei tedeschi, che ha consentito agli eserciti alleati l’avanzamento del fronte ravennate che portò alla conclusione della guerra in Romagna, seguita dopo due settimane dalla fine della Campagna d’Italia. La battaglia del Senio è stata chiamata anche la battaglia dei tre fiumi. Lungo i fiumi Lamone, Sintria e Senio fu protagonista di primo piano il “Gruppo Patrioti della Maiella”, più noto col nome di “Brigata Maiella”, formazione partigiana abruzzese costituita nel dicembre ’43 dall’avvocato socialista Ettore Troilo come banda partigiana e (unica tra le formazioni partigiane italiane) fu inquadrata tra i ranghi del V Corpo britannico e proseguì, successivamente, all’interno dell’8° Armata al fianco dei polacchi del II Corpo d’Amata. Condusse le sue prime operazioni sul fronte abruzzese, ma non si fermò dopo la liberazione dell’Abruzzo, proseguì coadiuvando le attività degli Alleati con tre cicli di campagne militari. Soldati stranissimi avevano sulle spalline i gradi regolari, ma non portavano stellette, sul braccio avevano uno scudetto con profilo bianco della Maiella e lo sfondo azzurro del mare. La questione della mancanza delle stellette, sostituite da un nastro tricolore, ha una motivazione specifica: pur apartitica, la Brigata Maiella era formata da repubblicani che si erano rifiutati di giurare fedeltà al Re, perché ritenuto corresponsabile della dittatura fascista e del disastro della guerra. L'atipicità della Brigata costituisce un unicum dell'intera guerra di liberazione italiana e in Europa. Quella sul fronte romagnolo fu il terzo ciclo delle operazioni belliche della “Maiella”. Il primo, che va dal dicembre del ’43 al giugno del ’44, coincide con la fase “embrionale” della banda (composta all’epoca da poche centinaia di uomini), che si conclude con la liberazione dell’Abruzzo; il secondo, che va dal giugno al settembre 1944, è quello dell’avanzata in territorio marchigiano, fino alla liberazione di Pesaro; il terzo ed ultimo, dal novembre ’44 al maggio del ’45, è quello culminato con la liberazione di Bologna del 21 aprile 1945 e concluso il 1° maggio dello stesso anno ad Asiago.
Sono nato a Cingoli nel novembre 1943 e sotto le finestre della mia abitazione marciavano le truppe tedesche, il 12 luglio del 1944 i partigiani abruzzesi entrarono nella mia cittadina mettendo in fuga i soldati della Wehrmacht guadagnandosi un encomio da parte del generale Leese, comandante dell’8° Armata britannica. Fin dall’inizio della mia vita ho avuto uno stretto rapporto con l’Abruzzo. Sono grato a quel manipolo di abruzzesi di avermi liberato dallo straniero.
La battaglia del Senio iniziò con la conquista del Monte Castellaccio da parte della “Maiella” che, dopo aver guadato il fiume Sintria espugnò anche il Monte Mauro presidiato dalle truppe tedesche. Un’azione ritenuta impossibile dal comando alleato. Il 3 dicembre 1944 la Brigata Maiella guadando il fiume Lamone attacca Brisighella. A mezzanotte sono occupate la torre dell’orologio e la Rocca che dominano l’abitato. In questa circostanza ci fu anche un combattimento alla baionetta vinto dagli abruzzesi contro la Wehrmacth. Fra tutte le battaglie combattute nella Seconda guerra mondiale in territorio italiano, quelle del dicembre 1944 a Brisighella e Monte Mauro sono certamente tra le più significative, in quanto cruciali per lo sfondamento della linea di resistenza tedesca; sfondamento che facilitò in maniera decisiva il compito degli Alleati – che agivano parallelamente lungo la via Emilia – fino alla liberazione di Faenza. L’ultimo giorno di combattimenti del Gruppo della “Maiella” si ebbe il 21 dicembre, quando ricevette il cambio da reparti scozzesi e nepalesi per un meritato riposo Il 4 gennaio 1945 un comunicato radio del governo di Salò sancisce che: “è condannato a morte per tradimento il rinnegato Avv. Ettore Troilo da Torricella Peligna che dal dicembre 1943 combatte a fianco delle truppe straniere quale Comandante del Gruppo Patrioti della Maiella. Lo abbiamo al disprezzo di tutti gli italiani.”. Il 18 febbraio 1945 a Brisighella il Luogotenente del Regno, Umberto di Savoia, fa visita alla Brigata Maiella e, in assenza del comandante invita a pranzo il vicecomandante Domenico Troilo annunciandogli che vorrebbe decorare di medaglia d’oro al valor militare la bandiera della Brigata. Da notare che Ettore, il comandante, e Domenico Troilo, vice comandante, non erano nemmeno parenti. Ettore Troilo nel dopoguerra si dimise da diverse cariche pubbliche e rifiutò ogni benemerenza politica e militare, compresa la pensione di guerra ritenendo di avere adempiuto il suo dovere, rammaricandosi tuttavia dell'emarginazione in cui era relegata la memoria della Resistenza. Il suo vice Domenico Troilo fu decorato con la Medaglia d'Argento al Valor Militare e insignito della Croce di valoroso con spade da parte del II Corpo d'armata polacco. La cerimonia di scioglimento della Brigata “Maiella”, avvenuta il 15 luglio 1945 alla presenza di rappresentanti polacchi e britannici, si tenne a Brisighella, divenuta nel frattempo l’emblema dell’attività del Gruppo. Il conferimento della medaglia fu complesso. Promessa dal Luogotenente del Regno Umberto II di Savoia nell’incontro con il vice comandante Domenico Troilo, la cerimonia di conferimento sarebbe dovuta svolgersi a Jesi il 10 marzo 1945, ma la medaglia non fu consegnata. La difficoltà era legata al fatto che l'unica Bandiera di Guerra riconosciuta ufficialmente a rappresentanza di tutte le formazioni partigiane italiane era quella del Corpo Volontari della Libertà, formazione della quale la "Maiella" non aveva mai fatto parte e dalla quale non intendeva essere rappresentata, rendendo di fatto impossibile l'effettivo conferimento che era, per l'appunto "alla bandiera". Dopo lo scioglimento della Brigata la situazione si fece ancora più complicata. Nel dopoguerra Ettore Troilo sollecitò ripetutamente i vertici delle istituzioni e finalmente il 14 novembre 1963 su decreto del presidente della Repubblica Antonio Segni la bandiera del Gruppo Patrioti della Maiella, riconosciuta come Bandiera di Guerra, fu decorata con la medaglia d'oro al valore militare. La cerimonia ufficiale si tenne a Sulmona il 2 maggio 1965, presenti il ministro della Difesa, Giulio Andreotti, il vice presidente del Consiglio dei ministri, Pietro Nenni, il vice presidente del Senato, Giuseppe Spataro, il sen. Ferruccio Parri e l'on. Arrigo Boldrini. Il 5 marzo 1970 la bandiera di guerra della Brigata Maiella venne finalmente deposta con pieni onori militari nel Sacrario delle Bandiere di Roma, ove vengono custodite le bandiere dei reparti disciolti delle Forze armate italiane, a fianco della bandiera del Corpo Volontari della Libertà, l'unica altra unità combattente partigiana decorata di Medaglia d'oro al Valor Militare.

"I Patrioti della Maiella"
Medaglia d’oro al Valor Militare

la motivazione:

“Dal Sangro al Senio, 5 dicembre 1943 - 1 maggio 1945”

“In 15 mesi di asperrima lotta sostenuta contro l’invasore tedesco con penuria di ogni mezzo ma con magnifica esuberanza di entusiasmo e di fede, sorretti soltanto da uno sconfinato amore di Patria, i Patrioti della Maiella, volontari della Libertà, affrontando sempre soverchianti forze nemiche, hanno scritto per la storia della risorgente Italia una pagina di superbo eroismo. Esempio a tutti di alto spirito di sacrificio essi, manipolo di valorosi, nulla chiedendo se non il privilegio del combattimento, hanno dato per primi largo e generoso contributo di sangue per il riscatto dell’onore e della libertà d’Italia. Da Civitella a Selva, a Pizzoferrato, a Lama, e poi, superata la Maiella madre, da Cingoli a Poggio San Marcello, da Montecarotto a Pesaro e poi ancora, instancabilmente, da Monte Castellaccio, a Brisighella, a Monte Mauro, a Monte della Volpe, al Senio e, tra le primissime truppe liberatrici, all’alba del 21 aprile a Bologna, il 1º maggio 1945 ad Asiago, dal 5 dicembre 1943 al 1º maggio 1945, di battaglia in battaglia, essi furono sempre ed ovunque primi in ogni prova di audacia e di ardimento. Lungo tutto il cammino una scia luminosa di abnegazione e di valore ripete e riafferma le gesta più epiche e gloriose della tradizione del volontarismo italiano. 54 Caduti, 131 feriti di cui 36 mutilati, 15 medaglie d’argento, 43 medaglie di bronzo e 144 croci al valor militare, testimoniano e rappresentano il tributo offerto dai Patrioti della Maiella alla grande causa della libertà”.

Prima di riprendere il racconto della Dorsale Appenninica è il caso di affrontare un argomento che riguarda il canto partigiano (ma sarebbe meglio chiamare canto popolare) “Bella Ciao” che negli ultimi tempi è stato oggetto di dispute e polemiche sulle sue origini e sul fatto che sia stato o meno un inno cantato durante la Resistenza. Uno dei più famosi partigiani, il giornalista Giorgio Bocca, ha affermato categoricamente che durante la permanenza sulle montagne del cuneese non ha mai sentito cantare e non ha mai cantato “Bella Ciao”. Dello stesso parere è anche l’altro giornalista partigiano Giampaolo Pansa secondo cui “è una canzona che non è mai stata dei partigiani, però è molto popolare. Anche a me piace”. Certamente si può dire che di questa canzone non si conoscono le origini, né gli autori. Prima del periodo della Resistenza tracce di questo canto già risuonavano nelle trincee della Prima Guerra mondiale, ma soprattutto era molto diffuso durante il fascismo, in versione leggermente modificata, tra le mondine della Val Padana. Prima di un simbolo partigiano è stato, quindi, un canto di lavoro mondino di rivendicazioni salariali, ma anche di emancipazione femminile. Lo storico e ricercatore Carlo Pestelli nel suo libro “Bella Ciao – La canzone della libertà” (Add Editore) ha svolto un’approfondita ricerca e a proposito delle sue origini afferma: “Un canto popolare è il frutto di lasciti e aggiunte progressive di molte genti in movimento….. Mettendo insieme gli indizi fin qui raccolti, Bella Ciao sembra quindi essere una coagulazione di molte voci su cui si innestano sempre nuovi contributi. Bella Ciao, più che mai è una canzone che nasce dal basso”. Pestelli aggiunge, inoltre, “Iniziamo con lo sfatare un’imprecisione ancora in circolo cioè che i partigiani non abbiano mai cantato Bella Ciao prima del 25 aprile 1945. Probabilmente non era cantata nella forma attuale, altrimenti non si spiegherebbe la controversia testuale ancora irrisolta; sarà stata intonata da una minoranza dei partigiani, magari a frammenti, ma di certo quella canzone approda al mondo resistenziale italiano prima del 1945. Importanti, al riguardo, le testimonianze di alcuni partigiani della 77° Brigata Sap che ricordano di averla cantata nei giorni precedenti la Liberazione, in provincia di Reggio Emilia. Altri partigiani, incorporati nell’8° Armata britannica, hanno raccontato di aver ascoltato dai patrioti della Brigata Maiella un inno sull’aria di Bella Ciao, ma con parole diverse da quelle cantate oggi, con la convinzione tra i partigiani che la canzone che aveva ispirato il loro inno partigiano provenisse dalle risaie del nord. La primogenitura della canzone potrebbe quindi spettare ai partigiani abruzzesi.” Sta di fatto che nell’immediato dopoguerra Bella Ciao, come tutte le vicende che riguardavano il periodo della Resistenza, che qualcuno chiamò anche guerra civile, proprio per gli strascichi che aveva lasciato andò nel dimenticatoio e soltanto negli anni sessanta, sulla spinta dei movimenti giovanili, il “folk” conoscerà una forte impennata. Nel 1964 all’interno della settimana del Festival dei Due Mondi nel teatro Caio Massimo di Spoleto, tempio della musica classica, andò in scena uno spettacolo di musica popolare intitolato “Bella Ciao”. L’evento ebbe un grande successo, ma ebbe anche alcune contestazioni. Pestelli scrive: “In quel momento, in quel periodo storico, una signora elegante poteva alzarsi dalla platea sdegnata e allontanarsi dalla sala, lamentandosi che non aveva pagato il biglietto per sentir cantare la propria domestica”. Da notare che in quello spettacolo cantarono per la prima volta al grande pubblico: Giovanna Daffini, Giovanna Marini e il Duo di Piadena che divennero i protagonisti della rivincita del canto popolare italiano, con forti accenti sociali e politici, in contrapposizione con le canzonette di evasione del Festival di Sanremo. A Spoleto oltre alla signora scandalizzata erano presenti personaggi famosi. Sempre Carlo Pestelli scrive: “Accorsero piuttosto molti giornalisti per stroncare lo spettacolo (“Il Tempo”) o per difenderlo, come fece Giorgio Bocca per “Il Giorno”. Cerano politici di spicco come Gian Carlo Paietta, personalità della cultura come Moravia e Pasolini o del mondo dello teatro come Raf Vallone a Franca Valeri”. Bella Ciao ebbe anche un grande successo internazionale, fu tradotta in oltre quaranta lingue diventando una musica mondiale, quasi sempre cantata in italiano (soprattutto il ritornello: “bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao”) accompagnata dal battito ritmico delle mani. Viene cantata come un inno senza tempo e luogo da chi ha cuore la libertà. Nonostante che sia diventata una canzone globale che unisce i popoli, “Bella Ciao” in Italia divide ancora quando viene cantata il 25 Aprile, giorno della Resistenza. Dopo oltre 75 anni la guerra civile è ancora motivo di contrasti politici anche molto forti.
E’ tempo di riprendere il racconto della Dorsale Appenninica.
Palazzuolo si trova a 437 metri di altitudine, da lì mi aspetta il Passo del Carnevale, la seconda salita di giornata di 5 chilometri, che arriva fino a 719 metri. Sul valico Gilda è ferma con l’auto e naturalmente ne approfittiamo per una foto ricordo prima di proseguire. Per Marradi, dove avevamo fissato la sosta per il pranzo, mancano sette chilometri tutti in discesa. Scendere in sella a una bici è molto simile a una discesa con gli sci. Ti dà sensazioni di leggerezza e di libertà che riempiono il cuore e sgravano la mente. In poco più di dieci minuti sono a Marradi, la città natale dello scrittore Dino Campana, c’è un museo in suo onore ma, ovviamente, all’ora di pranzo è chiuso. Alla ricerca di Gilda faccio un ampio giro all’interno della cittadella che ho trovato interessante e molto viva, come tutte le località del Mugello.

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Nei borghi antichi, specialmente quelli di montagna non è facile circolare con l’auto per il centro e penso, quindi, che Gilda abbia parcheggiato in periferia e si sia messa alla ricerca di un locale simpatico per mangiare. Infatti la incontro nei pressi di una piazzetta, mi dice che le è stato suggerito un locale che le è piaciuto, così ci accomodiamo sotto un ombrellone proprio in quella piazzetta. Abbiamo mangiato discretamente in un ambiente gradevole, un caratteristio borgo antico. Consumato il pranzo dedichiamo a Marradi il tempo di una passeggiata. Attraversiamo tutta la cittadina, che non è molto grande e ci avviamo verso la macchina che Gilda aveva parcheggiato fuori dal centro, vicino alla stazione ferroviaria della “Faentina”. La vecchia linea ferroviaria che collega Firenze a Faenza è stata realizzata già alla fine del secolo XIX e rappresenta una delle linee secondarie più importanti dell’Appennino. Verso sud passa per Borgo S. Lorenzo e verso nord passa per la fantastica cittadina di Brisighella che ho visitato in occasione di un convegno con i miei amici di "Sportmeet". Per arrivare alla stazione oltrepassiamo il ponte sul fiume Lamone che ricordo di averlo attraversato nella Pineta di S. Vitale sulla via Romea. Approfitto della passeggiata per qualche foto e, dopo aver appurato che il Museo Campana ancora fosse ancora chiuso saluto Gilda, risalgo in sella e riparto.
Usciti da Marradi la strada lungo la dorsale cambia direzione, si prende decisamente verso meridione. Inizia l’Alpe di San Benedetto i cui rilievi ci accompagneranno fino al Casentino. Non manca molto al termine della tappa, ma ci sono ancora due passi da affrontare, una di seguito all’altro. Undici chilometri per il Passo dell’Eremo a 921 metri di altitudine, partendo da 328 metri di Marradi. Subito dopo ci sono altri 3 chilometri per il Passo della Peschiera a 925 metri, dove trovo Gilda che mi aspetta. Il tempo di alcuni convenevoli e riparto prima di lei. Ho già detto che il Mugello mi è sembrato un territorio abbastanza dinamico e ben organizzato. Anche le strade che abbiamo percorso, tiiche strade appenniniche, erano in buono stato. Sulla sommità del passo c’è il primo dei 19 confini di regione che incontreremo lungo tutto il viaggio, si lascia la Toscana e si entra per la prima volta nell’Emilia-Romagna. E’ un confine che avremo modo di varcare più volte. Appena oltrepasso il cartello della provincia Forlì-Cesena la strada cambia completamente aspetto, sembra fatta apposta per una mountain bike. La vegetazione è sempre più fitta e si avanza su un percorso quasi da cross.

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Poco dopo la Peschiera incontro un cartello che dice “Benvenuti nel Parco delle Foreste Casentinesi”. Si tratta di un lembo del parco che sconfina dalla Toscana e si estende verso nord in piena Romagna, risalendo la Valle del Tramazzo. Fino al Passo dei Mandrioli il percorso che affrontiamo sarà quasi interamente all’interno del “Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna”, senz’altro uno dei parchi più interessanti d’Italia.
La discesa della Peschiera si può fare senza freni perché la strada accidentata non fa aumentare la velocità. Con la mia mountain bike scendo proprio con agilità e libertà, concentrato sulla strada e su ciò che mi circonda. Voglio proprio godermela al massimo. Ma …quando sei troppo contento ti devi aspettare qualche inconveniente improvviso. Mi sto compiacendo così tanto della discesa che non guardo gli strumenti diabolici sul manubrio. Ad un certo punto abbasso gli occhi e non vedo più il Bryton. Le vibrazioni causate dalle numerose buche hanno allentato il prezioso computer che è caduto. Mi fermo e rifletto subito sul da farsi. E’ troppo importante rintracciare l’apparecchio senza il quale non mi sarebbe possibile rilevare i dati statistici del viaggio. Per fortuna Gilda non è ancora passata, arriva dopo pochi minuti. La fermo, sistemo la mia “Husquarna” sotto la scarpata ai lati della strada nascosta dalla fitta boscaglia, salgo in macchina e con Gilda torniamo indietro di qualche chilometro molto lentamente guardando con attenzione lungo la strada appena fatta, siamo soli e possiamo avanzare lentamente, non c’è traffico e quindi non c'è pericolo che l'apparecchio sia stato schiacciato da qualche auto. Intano nella mia mente ripenso all’ultima volta che avevo consultato il Bryton. Torniamo indietro di circa tre o quattro chilometri. Ci fermiamo proprio di fronte al cartello del parco dove avevo scattato una foto e consultato il computer. Lungo la perlustrazione a ritroso, del computer non c’è nemmeno l’ombra. Evidentemente è stato sbalzato fuori della carreggiata dove c’è uno strato di erba alta. Praticamente è impossibile ritrovarlo. Non l’abbiamo trovato!
Quando parlavo di inconvenienti che possono verificarsi in un viaggio in bici, pensavo anche a questo tipo di intoppi. Con tutto il dispiacere per l’incidente accaduto non voglio farmi rovinare il viaggio. Riparto con la piena consapevolezza che la mancanza dei dati statistici è un vero peccato, ma se ne può fare anche a meno. L’importante è proseguire il cammino.
Ritorniamo dove avevamo lasciato la bici, la vegetazione era un muro compatto e uniforme e a Gilda viene il dubbio che non avremmo riconosciuto il luogo. No, non era possibile. Avrei riconosciuto quel ramo sotto il quale avevo adagiato la bici anche vicino a milioni di rami simili. Avevo ben fisso nella mente quel posto sperduto dell’Appennino ero sicuro di poterla ritrovare. Infatti era lì.
Mancano pochi chilometri a S. Benedetto in Alpe dove arriviamo insieme. Gilda mi ha scortato fino al primo traguardo. Lo spiacevole episodio sembrava preoccupare più lei che me. L’è dispiaciuto soprattutto perché sa quanto ci tenga al viaggio in bici e quanti progetti abbia fatto su di esso. Uno di questi è, purtroppo, svanito.

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Forse anch’io ero un po’ scosso perché sono passato davanti all’albergo senza accorgermene. Proseguo vagando lungo la strada del paese, poi torno indietro fino a quello che doveva essere il punto centrale del piccolo borgo. Gilda aveva parcheggiato la macchina e mi stava aspettando. L’albergo era proprio lì di fronte, ma era chiuso, un cartello indicava l’orario di apertura per le cinque del pomeriggio. Mentre discutiamo sul da farsi si avvicina un signore di una certa età e dopo essersi informato se ci occorresse qualcosa ci propone di custodire la bici per permetterci di fare una passeggiata, indicandoci l’Abbazia di S. Benedetto posta nella parte alta del paese chiamata "Il Poggio". Si era accorto del nostro disorientamento e si era offerto per aiutarci. Ecco la differenza tra un cittadino, indaffarato in mille problemi e che non può accorgersi del proprio simile vicino a lui, e un campagnolo o montanaro attento a tutto ciò che succede intorno. Naturalmente approfittiamo dell’offerta. Paolo, questo è il suo nome, mi invita a portare la bici nel giardino di casa sua, poco distante. Lasciata la bici in buone mani torno da Gilda con la quale inizio a salire verso il Poggio. Anche San Benedetto in Alpe ha tutte le caratteristiche del vecchio borgo di montagna, come quelli che abbiamo attraversato e che incontreremo nei prossimi giorni. La maggior parte delle case sono in pietra serena, anche il Monastero, situato dopo le ultime case del paese, è in pietra serena. Abbiamo potuto visitare solo la chiesa perché l’ingresso del cortile e della cripta era chiuso. La crisi delle vocazioni non riguarda solo l’organizzazione della Chiesa Cattolica, ma è anche un problema “secolare” e limita di gran lunga anche il turismo. Si sa che i numerosi edifici religiosi rappresentano, in Italia, dei veri e propri musei ed è un vero peccato vederli, in gran parte, inesorabilmente chiusi. Eppure, secondo me, si potrebbero impiegare i tanti giovani in cerca di lavoro e soddisfare la crescente curiosità dei turisti. Dall’alto del Poggio possiamo ammirare la valle dell’Acquacheta con l’omonimo torrente che, più in alto nascosto dalla vegetazione, forma una cascata di 70 metri. La cascata è descritta da Dante nel XVI canto dell’Inferno:

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“Come quel fiume c'ha proprio cammino prima del Monte Viso 'nver levante, da la sinistra costa d'Apennino, che si chiama Acquacheta suso, avante che si divalli giù nel basso letto, e a Forlì di quel nome è vacante, rimbomba là sovra San Benedetto de l'Alpe per cadere ad una scesa ove dovea per mille esser recetto; così giù d'una ripa discoscesa, trovammo risonar quell'acqua tinta, si che 'n poc'ora avría l'orecchia offesa.” Sulla via dell’esilio verso Ravenna Dante trascorre l’inverno 1302-1303 nel villaggio di S. Benedetto in Alpe e nell’Abbazia benedettina. Conoscendo molto bene questi posti, nella Divina Commedia ne descrive i diversi paesaggi fino a paragonare la cascata dell’Acquacheta al fiume infernale Flegetonte. La cascata tanto famosa dista circa due ore di cammino e certamente non possiamo visitarla. Il torrente Acquacheta, il Rio Destro e il Troncalosso convergono proprio nell’abitato di San Benedetto in Alpe generando il fiume Montone che giù in pianura vicino la foce, in prossimità di Ravenna, è chiamato Fiume Uniti perché si unisce con il Ronco.
Terminata la passeggiata turistica torniamo verso l’Albergo “Acquacheta Voltangoli” che, nel- frattempo è stato aperto. Vado a ritirare la bici da Paolo, scarichiamo i bagagli e prendiamo possesso della nostra camera. Finalmente possiamo fare una bella doccia e rilassarci fino all’ora della cena. La sera, mentre stiamo cenando presso il ristorante dell’albergo riceviamo la visita di Paolo che si siede con noi a bere un bicchiere. Ci racconta qualcosa di lui, ci dice che adesso fa il pensionato e con un certo orgoglio dice che è stato il postino del paese. Si vede che è proprio una brava persona, è conosciuto da tutti e saluta tutti. Non lo dimenticheremo.
La prima giornata del nostro cammino è terminata. E’ arrivata l’ora di dormire per prepararci alla seconda tappa.


VIDEO 1° tappa: FIRENZUOLA - S. BENEDETTO IN ALPE