L'APPENNINO
Tosco-Romagnolo
2° Tappa – S.BENEDETTO IN ALPE – PIEVE DI ROMENA - Km 76
P.sso Muraglione (m. 907) km. 14
Valico Tre Faggi (m. 930) km. 3
P.sso Braccina (m. 950) km. 5
P.sso della Calla (m. 1.296) km. 13,5 “le sorgenti dell’Arno”
Inizia il terzo giorno di viaggio, è martedì. Ci svegliamo presto perché il nostro intento è sempre quello di partire non più tardi delle nove. S. Benedetto in Alpe ci lascia un buon ricordo, mentre l’albergo non ci ispira nessun sentimento. Dopo aver terminato i preparativi per la partenza io prendo l’Husquarna mentre Gilda si intrattiene ancora un po’ prima di partire con la Meriva. La seconda tappa prosegue ancora lungo il cammino di Dante che il poeta errante percorse senza requie in cerca di un approdo sicuro dopo l’esilio da Firenze.

Attraverso il ponte del torrente Acquacheta e mi avvio in salita, salgo dai 500 metri di S. Benedetto ai 907 metri del Passo del Muraglione. Sono 14 chilometri di salita che costeggiano l’affluente del fiume Montone. Dopo pochi chilometri un cartello stradale mi avverte che sono arrivato al termine della provincia Forlì-Cesena, si esce dalla Romagna e si rientra in Toscana.
La strada è comoda e costituisce uno di quei tratti di strada statale che sono stato costretto a inserire nel percorso della dorsale appenninica. La SS n. 67 che sale al Muraglione è senz’altro più trafficata delle strade percorse il giorno prima, del resto costituisce il collegamento diretto tra Firenze e Forlì. Alla sommità si trova anche un albergo-ristorante funzionante e alcuni edifici sono in ristrutturazione. In prossimità del passo si esce temporaneamente dal Parco dove rientreremo tra qualche chilometro al Valico tre Faggi anche se lo scenario non sembra molto diverso.
Sul Passo del Muraglione incrocio per la prima volta il “Sentiero Italia del CAI” che è un cammino realizzato dal Club Alpino Italiano lungo l’arco alpino e la dorsale appenninica. E’ un cammino fatto di viottoli che collega tutte le cime principali dell’Appennino. Si può percorrere esclusivamente a piedi anche se sono sicuro che ci sarà qualche intrepido che tenterà di farlo in mountain bike. Incroceremo altre 21 volte il Sentiero Italia.
La discesa dal Muraglione è molto comoda con una carreggiata abbastanza larga. Dopo circa tre chilometri arrivo ad un bivio con due cartelli che indicano Forlì, uno verso destra e l’altro verso sinistra. Io vengo da destra, per andare a Fiumicello e alla valle del Bidente devo girare a sinistra. L’autista di un Tir, disorientato, è fermo al bivio e mi chiede informazioni per scegliere la direzione migliore per Forlì. A intuito gli suggerisco di passare per il Muraglione perché, pur non conoscendo la strada, dalla cartina quella di sinistra risulta molto più tortuosa. Non è la prima volta né sarà l’ultima che un cartello stradale mette in difficoltà un viaggiatore, succederà anche a me.
Dopo altri 3 chilometri arrivo al Valico tre Faggi per immettermi nel bosco verso la Valle di Fiumicello. Oltrepasso il terzo confine di regione, lascio la Toscana e ritorno in Romagna, attraversando per la seconda volta il “Sentiero del CAI”.

Al termine della discesa arrivo a Fiumicello che conta oggi una decina di abitanti, ma in passato era una zona agricola molto attiva con numerosi poderi, ora abbandonati. Il mulino Mengozzi recentemente ristrutturato è l’unico reperto agricolo esistente, è diventato un’attrattiva turistico-culturale. I pochi edifici esistenti nella frazione e i casolari sparsi per il bosco sono in gran parte trasformati in alloggi e ristoranti. E’ una delle tante località che, abbandonata l’agricoltura, tenta la strada della riconversione turistica.
Gilda ha parcheggiato la macchina, mi fermo solo un attimo per salutarla.
Fiumicello sarebbe un bel posto per fermarci a pranzare, ma decidiamo di proseguire per Corniolo, dopo aver superato uno dei due valichi che ancora dobbiamo affrontare.
Lasciata la frazione di Fiumicello mi avvio per il Passo della Braccina, una salita di 5 chilometri, fino a 950 metri di altezza. La salita si svolge in uno scenario meraviglioso, una foresta impenetrabile di un verde intenso, siamo nel mezzo della Foresta Casentinese. Senz’altro è uno dei posti più naturali e incontaminati dell’Appennino.

Lungo la salita della Braccina è stata realizzata una “Via Crucis” con le stazioni a forma di piramide in pietra serena, che si adatta bene alla spiritualità che si respira nell’ambiente circostante.
Gilda mi ha aspettato sul passo, ci sono sei chilometri per arrivare a Corniolo. Dalla Braccina si può ammirare gran parte del panorama dell’Alpe di S. Benedetto.
Scendendo per la strada della Braccina prima di Corniolo si esce temporaneamente dal Parco. Il panorama cambia notevolmente. Corniolo, infatti, è un paese anonimo nella valle
del Bidente. E’ stato ricostruito dopo il terremoto del 1918 ed è famoso per la Repubblica partigiana del Corniolo che è durata soltanto un mese, dal febbraio al marzo 1944, inquadrata sotto il Comando generale Brigate Garibaldi che erano le più numerose e meglio organizzate a livello nazionale.
Entrati a Corniolo percorriamo qualche centinaia di metri all’interno del paese senza trovare indicazioni di nessun tipo e senza incontrare nessuno. Mi affretto prima di Gilda e vedo l’insegna di un ristorante che si raggiunge tramite una stradina su una ripida salita. Arrivo ad una piazzetta, che assomiglia più ad un cortile, con alcuni tavoli e una persona davanti ad una porta a vetri che dovrebbe essere il titolare. Non c’è nessun altro nei paraggi, gli chiedo se è possibile mangiare e, avendo ricevuta risposta positiva, telefono a Gilda dandole indicazioni su come raggiungere il posto.

Mangiamo in un ambiente simpatico, la piazzetta è un angolo piacevole ed il cibo è discreto. Il titolare ci racconta che il locale esiste dai tempi del nonno e che è abbastanza frequentato, anche se oggi ci siamo solo noi.
Dopo il rituale caffè riprendiamo il nostro cammino. Percorriamo la valle del Bidente e siamo ancora in Romagna. Si supera il fiume alla confluenza dei due rami: il Bidente di Campigna e il Bidente delle Celle. Poco dopo inizia la salita che ci porta in 14 chilometri dai 589 metri ai 1.296 del Passo della Calla. Per la prima volta superiamo i mille metri. Come sempre mi avvio per primo, ma Gilda mi raggiunge subito e mi supera, ci vedremo sul passo. Lei ci impiegherà un quarto d’ora, io non meno di un’ora. Dopo pochi chilometri si rientra nei confini del Parco. La foresta si ripresenta in tutto il suo splendore, alberi secolari e giganteschi si alzano davanti ai miei occhi. Il verde scuro degli alberi fa da contrasto all’azzurro del cielo. In alcuni punti la vegetazione è talmente fitta che i raggi del sole non passano. Nonostante ogni fermata in salita sia fastidiosa, non posso fare a meno di fare qualche fotografia e mi fermo due, tre, quattro volte. Dopo il bivio di Campigna rimangono ancora tre chilometri per il Passo della Calla e più mi avvicino più mi sembra di essere ritornato a casa. Oltre la Calla c’è Pratovecchio e la Pieve di Romena dove mi sento veramente a casa mia. Non vedo l’ora di ritrovare i miei amici.
Il Passo della Calla è sul crinale del Monte Falterona in prossimità delle sorgenti dell’Arno. Nelle sue vicinanze ci sono anche i vecchi impianti da sci, ormai in disuso per mancanza di neve. Ciò nonostante è una località abbastanza frequentata per l’amenità del luogo. Sul crinale si lascia ancora una volta l’Emilia-Romagna e si rientra in Toscana, ma non sarà l’ultima volta. Lungo questo crinale incrociamo il “Sentiero Italia” che abbiamo già incontrato al Passo del Muraglione. Sul Passo della Calla termina l’Alpe di S. Benedetto, ma si rimane in un territorio di monasteri e conventi.

Gilda è già arrivata e anche lei qui si trova più a suo agio. Romena è vicina, dista circa 20 chilometri. Eravamo già stati sul passo per fare una ricognizione in previsione del nostro cammino. Arrivato sul passo, cessato di pedalare, comincio a sentire freddo e mi sento anche un po’ stanco; ho proprio bisogno di una bevanda calda. Saluto Gilda ed entro precipitosamente nel bar dove a causa delle restrizioni si entra due alla volta, c’era già un altro cliente, Gilda rimane fuori. Il tè che ho ordinato è talmente caldo che ci metto molto tempo a consumarlo. Quando esco vedo Gilda un po’ infastidita, l’ho fatta aspettare un po’ troppo fuori al freddo, non ho pensato che sarei potuto uscire a bere la bevanda insieme a lei. La stanchezza non ci fa essere sempre lucidi e, talvolta, ci fa scivolare in qualche banalità. Di solito non chiedo scusa, non mi ricordo se lo abbia chiesto a Gilda. Chiedere scusa lo considero (erroneamente) una giustificazione sciocca. Devo modificare completamente questo concetto. Per fortuna quando saremo a Romena il fastidio sarà completamente dimenticato.
Gilda vuole ripartire subito, anche lei vorrebbe arrivare a Romena al più presto. Mi avvio seguito dall'auto che non mi sorpassa, facciamo la discesa insieme. A Gilda piace vedermi quando mi piego nelle curve di montagna, ma forse vuole anche controllare che non faccia lo spericolato. Vado abbastanza spedito anche perché la strada la conosco. Anzi da qui in poi il percorso in gran parte lo conosco già, l’ho fatto più volte in auto, ci avviciniamo all’Appennino centrale, sono le “nostre” montagne.
La discesa è simile a quelle fatte finora, siamo ancora nel Parco delle Foreste Casentinesi, ma ne usciamo in prossimità di Papiano. Ci rientreremo domani salendo a Camaldoli. Costeggiamo il torrente Staggia che a Stia incontra l’Arno, siamo all’interno di una fitta faggeta.
In pochi minuti siamo a Stia che con Pratovecchio costituisce un Comune “sparso”. Tra Stia e Pratovecchio c’è la stazione ferroviaria che rappresenta una di quelle ferrovie minori che nel secolo scorso metteva in collegamento le diverse località situate lungo l’Appennino dalla Toscana fino alla Basilicata. Di queste linee ferroviarie minori la linea Arezzo Stia-Pratovecchio è, per fortuna, una delle poche ancora funzionanti.
Le due frazioni sono bagnate dall’Arno che scende dal Falterona. Sono due borghi che hanno mantenuto il fascino del tempo, sono molto ordinate e pulite come tutte le località finora attraversate. Come in tutte le località toscane finora incontrate si nota una certa attività non comune nelle frazioni di montagna.
Stia è conosciuta per la produzione del “panno casentinese”: Il vecchio lanificio è oggi trasformato in museo con l’esposizione dei vecchi telai per la lavorazione della lana. Nei locali del lanificio si svolge anche la “Biennale europea dell’arte fabbrile” e il Campionato del mondo di forgiatura. Nella parte alta è ben conservato il borgo antico.
Nella frazione di Pratovecchio esistono diversi monasteri, soprattutto ordini religiosi femminili, che negli ultimi tempi suppliscono alla scarsità delle vocazioni con suore provenienti dal sud del mondo.
Anche Pratovecchio è una località toccata da Dante durante la sua peregrinazione. Il sommo poeta è stato ospite dei Conti Guidi nel Castello di Romena, situato in cima al poggio che sovrasta Pratovecchio. Anche Gabriele D’Annunzio fu ospite del castello nel 1901, dove scrisse l’Alcyone. La destinazione della nostra tappa è, però, la Pieve di Romena che risale al XII secolo, di stile romanico. Nella Pieve dal 1991 è attiva la Fraternità ideata da don Luigi Verdi. Tanti sono gli amici che speriamo di rivedere oggi e che per tutta la durata del confinamento del covid non abbiamo potuto incontrare. Sappiamo che per alcuni giorni intorno alla Pieve ci saranno le riprese televisive della serie “Le poche cose che contano” raccontate da don Luigi con il cantante attore Simone Cristicchi.

Appena arrivati alla Pieve vediamo, infatti, un grande apparato di attrezzature. Tanta gente indaffarata, sono tecnici, operatori televisivi, musicisti, attori e cantanti. Ci troviamo all’interno di un set televisivo. Non avevamo mai visto Romena sotto questo aspetto. La cosa che più ci interessa è che ci sono anche loro. C’è Filippo, c’è Davide, Emanuela, don Paolo, Francesca, Massimo, Maria Luisa e l’immancabile animatore Massimo Orlandi. E’ tornata anche Tiziana che rivediamo molto volentieri dopo qualche anno di assenza. Naturalmente c’è anche Gigi. Mentre ci intratteniamo con i nostri amici, approfittiamo per vedere le prove. La scenografia è molto complessa, fuori sul prato c’è un palco con un grande braccio per le riprese televisive. Musicisti e attori si alternano sul palco secondo il copione. All’interno della Pieve ci sono altre apparecchiature per le scene di don Gigi e Cristicchi. Le prove della registrazione vanno avanti per tutta la serata e proseguono anche dopo cena.
Prima di cena andiamo a Borgo alla Collina, a prendere possesso della camera, ci aspetta suor Adelia, ma soprattutto ci aspetta una bella doccia. Con tutte le persone presenti a Romena non è stato possibile trovare posto per dormire all’interno della Fraternità, ma nella Casa Oasi di sant'Annibale Maria suor Adelia per noi trova sempre una camera disponibile. Il Borgo si trova a pochi chilometri da Romena, anch’esso in un posto incantevole, dalle finestre della Casa delle Figlie del Divino Zelo si gode di una meravigliosa vista del Pratomagno. Borgo alla Collina è un vecchio villaggio posto all'interno di un castello appartenuto, come tutto il circondario, ai conti Guidi. All'interno del borgo esiste, oggi, la sede dell'Accademia di Lettere-Arti-Scienze ed Economia con lo scopo di "far rivivere la nobile tradizione umanistica del Casentino".
Dopo la cena al Ristorante “I quattro cantoni” ripassiamo alla Pieve e restiamo pochi minuti per vedere le prove, abbiamo bisogno di una meritata dormita.
Frequentiamo Romena da circa sei anni, quando possiamo partecipiamo ai convegni e anche a qualche corso, che non sono necessariamente a carattere religioso. Romena è frequentata da credenti anche di varie confessioni e da molti laici. Gigi, nella sua profonda sensibilità è aperto a tutti e a tutto. Per lui “la differenza non è se uno crede in Dio o no. La differenza è: se vedi uno mezzo morto in mezzo alla strada, ti fermi o vai via?”
A Romena Gilda ha trovato un nuovo modo di vivere la spiritualità, un nuovo modo che ha consolidato il suo rapporto con la fede. Io a Romena ho trovato un ambiente in cui sentirsi a proprio agio, che ti accoglie senza chiederti il “passaporto”. E’ un luogo in cui la religiosità è strettamente connessa all’umanità e dove la fraternità è veramente vissuta insieme alla libertà e all’uguaglianza. Quando posso vengo volentieri a Romena, non solo per accompagnare Gilda. A volte sono venuto anche da solo e mi sono sentito sempre a casa mia. Non dimenticherò mai i dieci giorni trascorsi a lavorare nell’orto e nel giardino con Davide, ma soprattutto ho potuto vivere e apprezzare l’atmosfera quotidiana di Romena. Mi rimane sempre in mente quella sera quando con Sabrina e Andrea ci siamo trovati noi soli nella fraternità, tre agnostici non credenti, a leggere le “lodi” nella piccola cappella della Pieve.
La Pieve è un gioiello di arte medievale, situata tra la Foresta del Casentino e il Pratomagno, proprio sotto il Castello che sembra farle da custode. Don Gigi l’ha presa che era in abbandono e l’ha trasformata in un angolo di paradiso, certamente la delizia dell’ambiente circostante lo ha favorito, ma lui l’ha permeata della sua sensibilità e della sua inclinazione artistica, coadiuvato in ciò da tante persone che come lui sono alla ricerca del senso della vita. Con il tempo è diventata un centro di fede e soprattutto un centro culturale di notevole importanza.
Tra le opere da lui volute c’è un cammino che si sviluppa intorno alla Pieve, che secondo me è il suo “fiore all’occhiello”: è chiamata “La via della Resurrezione” formata da 8 tappe, scandite da altrettante icone e da brevi testi realizzati da don Gigi che, tra l’altro, è un valido ed esperto maniscalco. L’itinerario, ai margini del bosco, è caratterizzato da "otto parole per camminare dentro la nostra vita e trasformarla”: Umiltà, Fiducia, Libertà, Leggerezza, Perdono, Fedeltà, Tenerezza, Amore.
Ognuna di queste parole è stata commentata da personaggi che sono molto vicini alla fraternità a la frequentano abitualmente. La Via della Resurrezione è diventata anche una collana editoriale che invita a riflettere nello spirito di Romena, “verso le radici di ciò che conta per vivere”. Passeggiare lungo il percorso è un modo per rigenerarsi in un suggestivo sentiero immerso nella campagna e nei boschi del Casentino, una delle passeggiate più incantevoli che mi sia capitato di percorrere.
Vedere la Pieve nel frastuono e nella confusione di un set televisivo è un po’ surreale. E’ come se ci fosse un intruso a sconvolgere la pace e la serenità del luogo. Sappiamo, però, quanto sia importante per la fraternità l’opportunità che "Tele 2000" le ha riservato, per farla conoscere al grande pubblico. Gigi è molto orgoglioso di questa opportunità. Avremo modo di vedere l’evento in televisione al nostro ritorno a casa.
