L'APPENNINO
Tosco-Romagnolo
3° Tappa - PIEVE DI ROMENA – OASI DI COCCHIOLA (Badia Tedalda) - km. 67
Eremo Camaldoli (m. 1.104) – km 16,4
P.sso Mandrioli (m. 1.173) (chiuso per lavori - deviazione km. 40) – km 5,8
Valico Monte Coronaro (m. 865) – km 3,4
Valico M.te Fumaiolo (m. 1.400) “le sorgenti del Tevere” – km 7,6
E’ Mercoledì, il terzo giorno di viaggio inizia con una novità. Avevo promesso a Gilda che avrei dedicato a lei una giornata senza andare in bici e lei ha scelto la terza tappa. Dopo aver fatto la colazione e salutato suor Adelia e le altre suore presenti in sala, non salgo in bici ma mi metto alla guida della Meriva.
Non partiamo senza prima andare a salutare i nostri amici di Romena. Incontriamo Davide e Filippo, salutiamo anche Tiziana. Questa mattina a Romena non ci sono, come di consueto, le lodi. L'attenzione è tutta dedicata alle riprese televisive di “Le poche cose che contano”. Gli operatori della troupe non ci sono ancora, ci dicono che ieri sera i lavori sono finiti ad ora tarda. Andiamo a fare alcuni acquisti alla bottega della Fraternità, salutiamo Francesca e Massimo, prendiamo un caffè e scendiamo a Pratovecchio.
Dalla discesa che va verso Pratovecchio possiamo ammirare la vasta pianura di Campaldino. Superato il ponte dell'Arno e, attraversato tutto l'abitato, risaliamo subito dopo per il crinale. Dopo Lonnano rientriamo nel fitto della foresta Casentinese. Siamo vicino alla Riserva integrale di Sasso Fratino, inserita dall’UNESCO nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità. La Riserva di Sasso Fratino è una foresta all’interno di una foresta, 764 ettari di superficie che conserva uno dei pochi lembi di terra giunto a noi quasi intatti. Non esistono vie di accesso per arrivare alla Riserva, per questo l’area è rimasta intatta e non intaccata dalla colonizzazione umana, è una faggeta quasi pura sopra i 1300 metri di altitudine.
L'anno scorso abbiamo percorso un primo tratto della Riserva, accompagnati da due "forestali" che ci hanno dato ampie spiegazioni. In tutto il parco prevale il faggio che si integra bene con altre specie. Tra le informazioni che ci ha hanno fornito ricordo che gli habitat legati alle faggete si integrano bene con l’Abete bianco e un sottobosco di Tasso e Agrifoglio ma si accompagnano anche a molte latifoglie come l’Acero, il Frassino e il Castagno. Attraversare questa parte di Foresta è sempre incantevole, è il proseguimento del parco attraversato ieri, le sensazioni sono simili, anche se la percorro in auto invece che in bici.

La strada è molto ripida e sarei curioso di sapere come me la sarei cavata su questa salita, ma non devo e non voglio pensare alla bici, oggi è un giorno diverso. Tocchiamo il crinale nella località di “Croce Gaggi” che naturalmente non viene indicata da nessun cartello stradale, la riconosco per averla letta sulla cartina e perché la strada spiana leggermente, caratterizzata da una radura priva di alberi.
Queste sono zone ben conosciute da Dante Alighieri che iniziò il suo esilio ospite dei conti Guidi imparando "come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e 'l salir per l'altrui scale".
Nel V canto del Purgatorio il sommo poeta incontra Bonconte da Montefeltro che, come lui, aveva combattuto nella Battaglia di Campaldino tra le file avverse dei ghibellini. Dante avendo riconosciuta l’anima del suo concittadino gli chiede spiegazioni: “Quale forza o qual ventura ti traviò sì fuori da Campaldino che non si seppe mai tua sepoltura?” Bonconte rispose “A piè del Casentino traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano, che sovra l’Ermo nasce in Appennino ….. quivi perdei la vista e la parola; nel nome di Maria finì, e quivi caddi, e rimase la mia carne sola ….. l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno gridava: o tu del ciel perché mi privi? Tu te ne porti di costui l’etterno per una lagrimetta che ‘l mi toglie; ma io farò dell’altro altro governo!” Il demonio reclama che quell’anima le veniva tolta per un ravvedimento dell’ultimo minuto, dopo che aveva vissuto un’intera vita da ateo. Si deve rassegnare al volere superiore ma si riserva di vendicarsi sul corpo caduto nel torrente Archiano facendolo sparire tra i flutti nel punto in cui si congiunge con l’Arno, in prossimità di Campaldino “voltòmmi per le ripe e per lo fondo, poi di sua preda mi coperse e cinse.”. E’ un brano della Commedia, questo, dove Dante chiarisce più volte la funzione del Purgatorio e la possibilità di qualunque anima di redimersi nel caso di pentimento, anche se avviene nell'atto di esalare l'ultimo respiro. Le anime che incontrano il poeta, saputo che non è ancora morto ma destinato a ritornare tra i vivi, si rivolgono a lui per far conoscere la loro situazione ai parenti ancora in vita, nella speranza di ricevere le preghiere necessarie per accorciare il tempo dell’espiazione. Infatti subito dopo un’altra anima si raccomanda al poeta: “ricordati di me che son la Pia; Siena mi fece, disfecemi Maremma.”
Nella Bibbia si parla in maniera molto sfumata del Purgatorio che viene riconosciuto definitivamente solo dal secondo Concilio di Lione del 1274, da quello di Firenze del 1438 e infine ribadita nel Concilio di Trento, nel 1563. Secondo lo storico Jacques Le Goff, "il Purgatorio di Dante rappresenta la conclusione sublime della lenta genesi del Purgatorio avvenuta nel corso del Medioevo."
Il purgatorio, secondo la definizione della Chiesa cattolica, non è una punizione ma è la purificazione finale, prima di entrare nella gioia del cielo. Infatti il Purgatorio di Dante è pieno di musica, le anime cantano continuamente. E’ anche pieno, di solidarietà e di speranza, dove i penitenti non si oltraggiano, non ingiuriano e non bestemmiano. E' un duro cammino che salendo va verso la luce.
Anche il mio percorso cicloturistico è all'insegna della salita, si svolge lungo il crinale dell'Appennino Centrale, sui passi stradali più alti, nella direzione nord-sud. Passando per "Croce Gaggi" ci troviamo sul crinale dei monti casentinesi, dopo aver attraversato quella che Dante chiama la “Valle da Pratomagno al gran giogo”. La vista della valle ci viene preclusa dalla fitta faggeta che ci circonda. Siamo sulla parte finale del sentiero della Giogana che partendo dalla Calla arriva all’Eremo di Camaldoli. La Giogana prende il nome dal giogo dei buoi che trasportavano la legna scendendo dalle foreste del Casentino fino a valle lungo il Fosso di Camaldoli. Costeggiando il piccolo torrente dalle acque limpide, dopo pochi chilometri arriviamo all’Eremo, dove di solito ci sono diversi visitatori ma in tempo di quarantena è quasi deserto.
Camaldoli è sede di una comunità molto antica fondata da San Romualdo nell’XI secolo. A pochi chilometri dall’Eremo c’è il Monastero con la Spezieria e l’Ospizio. Nell'intento di riformare l’istituto monastico benedettino, Romualdo diede vita alla Congregazione Camaldolese che si ispira alla spiritualità dei padri del deserto, per vivere una quotidianità intessuta di preghiera, silenzio, solitudine e lavoro, da svolgere prevalentemente all’interno della propria cella. Pur vivendo in solitudine, i monaci fanno esperienza di vita fraterna, di comunione tra loro e nell’accoglienza degli ospiti. Un'altra loro prerogativa è l'arte speziale considerata tra le attività privilegiate dalla regola eremitica.
Inizialmente nell’Eremo vigeva la rigida regola di tacere, digiunare e stare in cella, mentre al Monastero veniva seguita la regola ordinaria di San Benedetto per preparare i novizi alla più severa vita in solitudine. Attualmente è stata estesa la regola benedettina, meno rigida, a tutte le Comunità Camaldolesi.
Tutto l’Appennino è stata terra di eremiti, questi boschi conservano un carattere selvatico che favoriscono lo spirito contemplativo fino all’ascetismo. Sulla scia di Benedetto, oltre che per Romualdo tali luoghi sono stati una scelta di vita per altre persone speciali come, Pier Damiani, Francesco e Antonio, personaggi illustri che hanno illuminato il millennio medievale con le loro figure, seguiti da tanti altri meno conosciuti. Ancora oggi, alla ricerca di una vita diversa, ci sono uomini solitari che si adoperano per preservare questi eremi abbandonati.
A Camaldoli veniamo spesso e, come in questa occasione, non trascuriamo mai di entrare nella foresteria per comprare erbe officinali e spezie prodotte dai monaci anche se oggi per via della carenza di vocazioni la produzione viene fatta da aziende esterne che adottano le ricette dei monaci camaldolesi. Terminati gli acquisti ripartiamo subito verso Badia Prataglia. Invece di passare per il Passo Fangacci, che ha un lungo tratto di strada sterrata, scendiamo verso il Monastero di Camaldoli percorrendo più comodamente la strada asfaltata, seguendo sempre il Fosso di Camaldoli.
Il cenobio di Camaldoli è un complesso monastico situato a tre chilometri dall'Eremo. Nel luglio del 1943 ospitò i lavori che portarono alla redazione del Codice di Camaldoli. Un'iniziativa presa da alcuni esponenti cattolici in un momento cruciale della seconda guerra mondiale. Gli incontri si tennero dal 19 al 24 luglio. Pocho dopo lo sbarco in Sicilia degli alleati e pochi giorni prima del Gran Consiglio del Fascismo che depose Mussolini: il convegno si era legato all'intuizione di quel gropuscolo di cattolici circa la fine imminente del fascismo e della guerra. Il Codice di Camaldoli funse da ispirazione e linea guida per l'azione della Democrazia Cristiana, che nell'Italia repubblicana fu, per diverse legislature, il maggiore partito di governo. La D.C. nacque sulle orme del Partito Popolare fondato da don Luigi Sturzo e sciolto nel 1926 dal regime fascista.
Lasciato il Monastero di Camaldoli scendiamo verso la frazione di Serravalle, dove il Fosso di Camaldoli si unisce al Torrente Archiano per gettarsi nell'Arno nella pianura di Campaldino, nei dintorni di Bibbiena.
A Serravalle la strada inizia a salire verso Badia Prataglia per proseguire al Passo dei Mandrioli. Un cartello, messo con noncuranza ai lati della strada, ci avvisa che il passo è chiuso al traffico per lavori. Tale avvertimento mi lascia un po’ perplesso ma siamo in macchina e non mi preoccupa l'eventualità di dover tornare indietro, in fondo il passo dista solo sei chilometri. Quindi proseguiamo oltre Badia sperando di trovare un pertugio per passare. Non è la prima volta che faccio questa strada, mi piacerebbe ripercorrerla. Al Passo del Mandrioli termina il Parco delle Foreste Casentinesi. Per la quarta volta incontriamo il Sentiero Italia del CAI e, sempre sul passo, il confine tra la Toscana e la Romagna, che stavolta non varchiamo avendo troviamo un altro cartello (molto più grande di quello precedente) che suggerisce di fermarsi. Proprio in prossimità del cartello troviamo tre motociclisti ai quali chiediamo ragguagli sulla situazione, si tratta di una famiglia diretta a Trento. Ci dicono che il figlio maschio ha proseguito in perlustrazione per verificare la presenza di un varco, nel frattempo arriva la sua telefonata che informa di aver trovato un semaforo con il rosso fisso, nessuno a cui chiedere informazioni e nessuna certezza poter di passare. Decidono, quindi, di tornare indietro e di conseguenza anche noi prendiamo la stessa decisione. Per andare al Monte Fumaiolo e alle sorgenti del Tevere decido di deviare per Chiusi della Verna scendendo verso la Val Tiberina, ma essendo quasi l’ora di pranzo faciamo una sosta a Badia Prataglia.
A questo punto penso che non tutti i mali vengano per nuocere, la rinuncia alla bici oggi è stata provvidenziale. Sarebbe stato difficile affrontare la deviazione di 40 chilometri, in una tappa già abbastanza lunga, con tre passi oltre i mille metri. Forse anche questo fa parte dell’intuito femminile.
Facciamo un buon pranzo in una trattoria della Badia di fianco a un nutrito tavolo di cicloturisti tedeschi esuberanti e chiassosi, con gli immancabili calici di birra in mano.
Badia Pretaglia è un tipico borgo molto simile a molti altri abbarbicati sulle pendici dell’Appennino che hanno ispirato S. Francesco nell’ideazione del presepe. Un’ambientazione molto diversa dal paesaggio palestinese, ma più affine al pensiero dell’umile fraticello che conosceva bene questi posti. Fu così che nell’immaginario collettivo, il presepe ha reso lo scenario della natività più simile a un borgo dell’Appennino che a una località palestinese. Nella discordanza dei Vangeli e nella scarsità degli episodi raccontati, il poverello d'Assisi aveva cercato elementi validi per realizzare la sua rappresentazione, durante il suo viaggio in Palestina. Pr mettere in atto la sua idea Francesco ha dovuto, però, attingere molto alla sua fantasia e alla poesia.
Consumiamo il pranzo nel giardino di una trattoria di fronte all'Abbazia di S. Maria e S. Benedetto, fondata nel 986 da monaci benedettini. Quest'Abbazia, edificcata ben prima di Camaldoli, fu sempre in contesa con qualla fondata da Romualdo che, nel tempo, divenne più famosa. Passò, infatti, sotto il controllo dei camaldolesi, ma i monaci della Badia riuscirono a mantenere una certa autonomia mantenendo solo l'obbligo di indossare l'abito monastico dei camaldolesi che è interamente di colore bianco, come simbolo di innocenza interiore, ed è costituito da tunica, scapolare, cappuccio e cingolo in tessuto. L'Abbazia ha una facciata molto semplice con un portale con arco a tutto sesto, sormontato da una piccola finestra e sopra la porta una terracotta moderna con la Glorificazione di Maria.
Badia Prataglia è un paese che vive "dentro" la foresta e "nella" foresta, ha una struttura urbanistica molto particolare, composta da piccoli nuclei abitati - chiamati Castelletti - sparsi a poca distanza tra loro, collegati tra loro da un sentiero e nascosti tra castagneti ed abetine.
Terminato il pranzo riprendiamo l’auto per iniziare la deviazione che ci riporterà sul percorso originario. Avevo previsto di passare per le sorgenti del Tevere, sul Monte Fumaiolo. Non potendo transitare per il Passo dei Mandrioli, saremo costretti a fare una deviazione di circa 40 chilometri, scendendo sulla Valtiberina dal versante della Verna, toccando eve S. Stefano. Ci avviamo verso la Verna scendendo per Val della Meta, costeggiando l’Alpe della Serra seguiamo il confine del Parco del Casentino da dove usciremo definitivamente proprio in prossimità del Santuario. Aggiriamo il costolone del Monte Penna, “il crudo sasso tra Tevere ed Arno” (Paradiso XI canto), dove si ergono i luoghi francescani e ci tuffiamo nella discsa verso la Val Tiberina. Oltrepassando Pieve S. Stefano risaliamo il corso del Tevere lungo la superstrada 3 bis. Usciamo dalla superstrada allo svincolo per Montecoronaro, dopo aver varcato ancora il confine tra Toscana ed Emilia-Romagna.

Da qui inizia una salita con diversi tornanti panoramici e, poco dopo Ville di Montecoronaro, ci appare una parete di marna candida dove la vegetazione stenta ad attecchire e forma con la roccia friabile un contrasto grigio-verde molto seducente.
Giunti a Balze giriamo a sinistra verso il Valico del Monte Fumaiolo che rappresenta la meta rincipale della tappa odierna: le Vene del “fiume sacro ai destini di Roma”.
Il Monte Fumaiolo si trova nello spartiacque tirrenico, ma ciò non è servito a scongiurare lo spostamento dalla provincia di Arezzo a quella di Forlì, avvenuto durante il fascismo. Del resto Predappio si trova a soli sessanta chilometri. Uno “scippo” ai danni della Toscana e a favore della Romagna cara all’ ”uomo della provvidenza”.
Dal Valico del Monte Fumaiolo si scende, tramite un sentiero nel bosco, verso una specie di sacrario con una stele sormontata da un’aquila bronzea e quattro teste di lupo. La sorgente del Tevere è una piccola polla di acqua e tutt’intorno c’è un’immensa faggeta che ricorda molto il Casentino che abbiamo lasciato questa mattina.

La nostra meta di giornata non è lontana, dopo la passeggiata alla sorgente risaliamo al valico per riprendere l’auto e andare verso Balze e l’Oasi di Cocchiola. Al Poggio dei Tre Vescovi lasciamo definitivamente la Romagna per entrare ancora una volta in Toscana. "I tre vescovi" rappresentano il punto dove si congiungevano i tre confini di regione: Emilia-Romagna, Toscana e Marche. Nel 2009 però, in seguito ad un referendum, una parte dei comuni del Montefeltro urbinate ha scelto di passare sotto la provincia di Rimini e quindi il confine con la regione Marche si è spostato. Secondo alcuni il nome "tre vescovi" potrebbe derivare anche dalle tre diocesi: Cesena, San Marino e Arezzo, mentre secondo altri segnano il confine di tre valli: quella del Tevere, del Marecchia e del Foglia.
Rientrati in Toscana dopo pochi chilometri arriviamo all’Oasi Cocchiola che si trova ai margini del fiume Marecchia, nel comune di Badia Tedalda. Il complesso turistico dell’Oasi si distende per diversi ettari tra prati verdi e boschi di querce secolari. La struttura si snoda intorno ad un antico casolare cinquecentesco ben ristrutturato, dotata di diversi impianti sportivi, percorsi trekking, sentieri di mountain bike; ci sono anche bungalow e un camping. L’Oasi prende il nome dal “Sasso Cocchiola” dove esistono resti di antiche mura e di più recenti ruderi della Linea Gotica.
Pur essendo i soli ospiti della serata la direttrice ci dà la possibilità di cenare richiamando appositamente per noi la cuoca. Durante la cena scambiamo alcune impressioni con la giovane direttrice che ci confida che i pochi giovani del luogo sono intenzionati a cercare il loro futuro lontano da queste zone e in tale attesa non disdegnano di trascorrere il fine settimana nei locali della riviera romagnola. Non ce lo dice ma pensiamo che anche per lei la movida sia una tentazione irrinunciabile. Rimini si trova a 65 chilometri da Badia Tedalda. La riviera romagnola è il cuore pulsante della movida italiana e per le zone limitrofe costituisce un vero richiamo.
Noi non cerchiamo la movida, preferiamo l’Oasi Cocchiola che è senza dubbio un’oasi di pace, specialmente in questo periodo con le limitazioni del Covid. Questa notte siamo certamente soli a dormire nel raggio di qualche chilometro ed è una bella sensazione.
