L'APPENNINO
Tosco-Marchigiano
4° Tappa – OASI COCCHIOLA (Badia Tedalda) – APECCHIO - km. 67
Valico S. Cristoforo (m. 901) – km 13
P.sso dello Spugna (m. 751) – km 3,2
Siamo a giovedì, il quinto giorno di viaggio, di cui tre percorsi in bicicletta. Oggi riprendo la mia “Husqvarna”, dopo la parentesi del giorno prima in auto. Dopo aver sistemato i bagagli in macchina scendiamo per fare colazione. Nella sala troviamo la cuoca che lavora presso l’Oasi insieme al figlio che si occupa dei lavori di manutenzione e dei servizi vari. La colazione si prolunga, non per l’abbondanza, ma perché la donna ucraina ha una gran voglia di raccontare la sua storia. Per educazione non vogliamo interromperla, ci parla della madre rimasta nella terra di origine, non parla del marito. Riferisce di essere non solo soddisfatta ma addirittura entusiasta della sua permanenza in Italia, grazie alla quale sta facendo progetti per sé e per il figlio.

Abbondantemente dopo le nove riusciamo a ripartire. Oggi lasciamo definitivamente la Toscana ma ancor prima di entrare nelle Marche il paesaggio che abbiamo ammirato nei giorni precedenti cambia notevolmente. Le valli sono più ampie, i rilievi montagnosi si distanziano tra loro, le foreste diventano boschi dalla vegetazione meno imponente. Insomma si prosegue sempre lungo la dorsale appenninica che separa il versante tirrenico da quello adriatico ma il paesaggio è più arioso e luminoso, caratterizzato da pendii più dolci, intervallati da alcune zone pianeggianti che favoriscono sia la coltivazione agricola che l’insediamento umano. Come sempre parto prima di Gilda e, lasciata l’Oasi Cocchiola giungo al bivio di Badia Tedalda a cui, mio malgrado, non posso riservare il tempo di una visita. La sua attrattiva maggiore, ovvero il Parco della Linea Gotica con i suoi percorsi storico-naturalistici, è troppo impegnativa da affrontare durante un viaggio di questo tipo. “Ogni cosa a suo tempo”, se voglio percorrere la dorsale appenninica in bici non posso dedicarmi ad altro.
Nel nostro cammino lungo la dorsale appenninica abbiamo incontrato la Linea Gotica per la prima volta al Giogo di Scarperia e la lasceremo definitivamente domani a Sestino. Il Parco realizzato a Badia Tedalda, da quanto ho letto, è senz’altro una delle migliori rievocazioni storiche sulla Resistenza e potrebbe essere un’ottima motivazione per ritornare da queste parti.
Allontanandomi da Badia Tedalda per diversi chilometri vedo in tutta la sua ampiezza il panorama dell’Alpe della Luna. L’Alpe è completamente boscosa, di un verde intenso che degrada gradualmente verso valle. In quota si trovano vere e proprie foreste, più in basso si hanno boschi alternati da praterie. L'intero territorio rappresenta il luogo ideale per gli animali selvatici, con l'inevitabile presenza dell'aquila reale. E' un territorio protetto da una Riserva Regionale.
La "Strada della Luna" che sto percorrendo compie un arco intorno all'Alpe tra i fiumi Marecchia e Metauro, da lontano riesco a vedere i rilievi dei due monti più alti: il Monte dei Frati (mt. 1454) e il Monte Maggiore (mt. 1.384). Tra le due vette c'è, ma non riesco certamente ad individuare, l'anfiteatro naturale della "Ripa della Luna".
La vegetazione non differisce molto da quella dei giorni precedenti, non distinguo le singole tipologie ma ho letto che in alto crescono i faggi (che io identifico con una grande macchia di verde scuro) mentre più in basso ci sono boschi di cerro, carpino nero, con la presenza di acero montano, acero riccio, tiglio, frassino maggiore, olmo montano e tasso. Insomma è la tipica vegetazione che caratterizza quasi l'intero Appennino.

Dopo pochi chilometri lascio la strada statale del Marecchia e inizio a salire per arrivare a un cartello che indica: “Palazzi - paese dell’allegria -”. Sono incuriosito di vedere che cosa possa offrire di allegro questo paese, ma dopo aver superato un piccolo agglomerato con una manciata di casupole non trovo altro. La salita prosegue con una vegetazione non molto folta, con alcune zone coltivate a dimostrazione che da queste parti c’è ancora qualcuno che arrotonda la misera pensione con il poco reddito che garantisce quello spicchio di terra ereditato dagli antenati. Molto spesso si coltiva la terra solo per rispetto della tradizione di famiglia. I marchigiani sono molto attaccati alla propria terra e alle proprie memorie. Lungo la salita si trova la piccola frazione di Colcellalto famosa per un’antica leggenda medievale: si racconta che in passato carbonai e boscaioli accampati sull’Alpe vedevano nelle notti di luna piena due ombre vicine con le mani protese in alto, erano il conte Manfredi e Rosalia nel tentativo di toccare la luna per vedere esauditi i loro desideri. Tuttavia sembrerebbe che nessuno ancora sia riuscito a toccare la luna sulla cima dell’Alpe.
La salita termina al Valico S. Cristoforo a 901 metri di altitudine. La discesa successiva spazia verso la valle del Foglia fino a Sestino.
Dopo S. Cristoforo al termine della discesa c’è Sestino che in antichità è stato un centro viario importante, abitato da diverse popolazioni fino ai romani che vi hanno costruito un “municipium”.
Sestino, pur appartenendo geograficamente al versante adriatico, è il comune più orientale della Toscana. Questa zona, più conosciuta come Montefeltro, nell’Alto Medioevo era una provincia ecclesiastica con il nome di Massa Trabaria. Faceva parte della famosa donazione di Pipino il Breve alla Chiesa. Per la sua importanza strategica Montefeltro fu per molto tempo teatro di sanguinose battaglie per il suo possesso tra i vari signorotti della zona. Le famiglie dei Brancaleoni, Della Faggiuola, Ubaldini, Tarlati, Spinola, Montedoglio si contesero questi territori fino a quando il papa Leone X della famiglia de’ Medici lo divise dando la parte occidentale (tutt’oggi appartenente alla provincia di Arezzo) alla Repubblica di Firenze a garanzia di un prestito. La parte restante fu assegnata al Ducato di Urbino. Come già detto, però, le dispute per il possesso del territorio si sono propagate fino ai giorni nostri, anche se in maniera meno cruenta e più burocratica. Piuttosto che sanguinose battaglie c’è voluto un più pacifico referendum per trasferire una parte del Montefeltro dalla provincia di Pesaro Urbino a quella di Rimini.
Attraversato il fiume Foglia a Sestino, sempre percorrendo la "Strada della Luna", si sale verso il Passo dello Spugna a 751 metri, dove si lascia per l’ultima volta la Toscana e si entra nelle Marche, unica regione d’Italia con il nome al plurale. Una prerogativa che gli abruzzesi hanno perso circa 40 anni fa per una infausta decisione di qualche politico locale. A dispetto di una divisione amministrativa risalente al medioevo che aveva istituito l'Abruzzo Ulteriore e l'Abruzzo Citeriore, divisi dal fiume Pescara, è stato deciso di modificare la regione degli Abruzzi in Abruzzo. Nessuno ha capito quale sia stato il beneficio di questa variazione. Merito al Comune e alla popolazione di Roseto degli Abruzzi che non hanno seguito l'infausta decisione presa dall'amministrazione regionale.
Dopo il Passo dello Spugna seguono 6 chilometri di discesa per Borgo Pace, dove mi aspetta Gilda che trovo intenta a leggere un libro. Andiamo a prendere un caffè per poi fare un giro per il piccolo paese. A Borgo Pace il Torrente Meta si unisce al Torrente Auro formando il fiume Metauro, che seguiamo lungo la strada che va verso Mercatello (sul Metauro), dove termina la Strada della Luna. Gilda mi precede, io la seguo per 11 km di pianura fino a S. Angelo in Vado, dove abbiamo deciso di fermarci per il pranzo. E’ un’altra di quelle strade ad alto scorrimento che mette in collegamento i diversi tratti della dorsale appenninica. Percorrere questa strada in bici non è piacevole, con i suoi lunghi rettilinei e il traffico sostenuto.
All’ingresso di S. Angelo in Vado mi colpisce un grande cartello che caratterizza l’intera zona che stiamo attraversando: “Mostra nazionale del tartufo”. Il cartello non convince né me, né Gilda non essendo amanti del pregiato tubero, infatti scegliamo un ristorante di pesce che ci viene consigliato. E’ stato un buon consiglio perché “Allo Squalo” abbiamo mangiato molto bene. Non avremmo mai pensato di poter mangiare del buon pesce all’interno dell’Appennino, ma in tutta Italia mangiare bene è consuetudine e lo sperimentiamo quasi ogni giorno in questo nostro lungo percorso.
Il toponimo S. Angelo risale ai longobardi che, dopo la loro conversione al cristianesimo, affascinati dalle sembianze guerriere della sua immagine (simili al dio pagano Odino) adottarono l’Arcangelo San Michele che contribuì alla loro vittoria sui Bizantini dell’8 maggio 650. La conversione al cristianesimo, però, non impedì ai longobardi di saccheggiare il Monastero di Montecassino. Sappiamo che qualche secolo dopo anche altri "cristiani" devastarono lo storico monastero. S. Angelo in Vado in ordine di grandezza è il quarto e ultimo centro abitato che abbiamo attraversato che supera i 3000 abitanti, gli altri sono stati Firenzuola, Marradi e Pratovecchio-Stia. La maggior parte dei borghi attraversati sono piccoli centri per lo più in via di spopolamento.

Il "Vado" riguarda l’attraversamento del fiume fatto dai Longobardi. Anche noi oltrepassiamo il vado e dopo aver superato il Metauro affrontiamo l’ultima parte del percorso giornaliero. Un percorso che mi incuriosisce per la presenza del Borgo di Monte Ruperto. Il borgo racchiude una curiosità storica riguardante il sindaco di Città di Castello, in provincia di Perugia, il quale viene fregiato del titolo nobiliare di Barone di Monte Ruperto (in territorio marchigiano) per espressa volontà testamentaria dei proprietari del Castello. Il fatto risale al medioevo quando il barone che dominava il borgo, durante una carestia chiese aiuto ai vicini e solo Città di Castello inviò alcuni muli carichi di vettovaglie. Attualmente i 500 ettari che costituivano il vecchio borgo sono ricoperti da una vegetazione boschiva. E’ una zona completamente disabitata con alcuni ruderi abbandonati, che nel tempo hanno subito anche diversi furti di pietre. Sulle carte topografiche viene ancora rappresentata come un’exclave umbra della regione Marche, ma qualcuno preferisce identificare come enclave marchigiana della regione Umbra.
Oltre a non esserci più alcuna traccia delle vecchie abitazioni, non esiste più nessuna via di comunicazione che porti al borgo.
E’ diventato uno dei tanti paesi fantasma, in cui la natura selvaggia ha preso il sopravvento. Infatti, pur non avendo le caratteristiche di una zona montagnosa, è uno dei tratti più selvaggi che ho percorso in tutta la dorsale appenninica. Dai 359 metri di S. Angelo in Vado sono salito ai circa 500 metri di S. Martino del Piano per poi scendere ad Apecchio circondato da fitti boschi. Nel pedalare ho messo la massima attenzione per trovare un segno di qualche sentiero o tratturo e individuare qualche traccia di muratura. Niente di niente, il Borgo di Monte Ruperto è scomparso, abbandonato dagli uomini è stato sommerso dalla natura.

L’avanzata del bosco anche in questo territorio non risulta essere il frutto di un’attività di pianificazione e gestione del patrimonio forestale e territoriale né tantomeno di un'attenta e diffusa sensibilità ambientale. Si tratta invece di una sua espansione spontanea della boscaglia, dovuta al progressivo abbandono delle attività agro-pastorali, con tutti i rischi del caso con il ripetersi degli incendi estivi e degli smottamenti invernali. Una situazione di degrado del territorio che si aggiunge alla crisi economica che ha favorito lo spopolamento. L'Appennino nei secoli ha costituito un sistema di relazioni tra monte e costa, valle e pianura in un interscambio economico e anche cultuale. "L'abbandono dei villaggi montani ha favorito la dismissione delle aree coltivate e dei pascoli, determinando l'espansione incontrollata della superficie forestale. Lo spopolamento ha determinato lo smantellamento del sistema produttivo e socioculturale oltre alla perdita dei valori tradizionali delle comunità. E' necessario ricomporre la frattura che si è creata tra pianura e montagna, superare il marginalismo, uscire dalla logica della subalternità e conquista e riavvicinare a queste montagne risorse, competenze e intraprendenze sepolte." (da: rivista Turing del T.C.I.)
Arrivato ad Apecchio trovo Gilda che mi aspetta davanti al b&b del dott. Fraternali che essendo impegnato in ospedale ci ha lasciato le chiavi in un posto da lui indicato. Essendo arrivati abbastanza presto prendiamo possesso dell’abitazione che è interamente a nostra disposizione e, dopo aver fatto una doccia, approfittiamo per fare una passeggiata per Apecchio.Apecchio si trova ai piedi di Bocca Serriola (dove iniziano gli Appennini Centrali) alla confluenza del torrente Biscupio e Menatoio. Come molti paesi appenninici è costituito da una zona moderna in pianura, sviluppatasi nel secondo dopoguerra, e un borgo antico in altura. La parte antica comprende diversi edifici storici interessanti: la torre campanaria con orologio del XV secolo, il Palazzo Ubaldini, il ponte medievale e diverse chiese. Nella nostra passeggiata abbiamo apprezzato soprattutto il quartiere ebraico, che chiamare "quartiere" risulta azzardato essendo costituito da un caseggiato di pochi metri con una Sinagoga, un forno per il pane azimo e un piccolo cortile dove celebrare la festa delle Capanne (Sukkòt). E’ già sorprendente che in un paesino delle Marche ci sia un quartiere ebraico, ma la cosa più sorprendente del quartiere è la presenza di un vicoletto lungo 28 metri e largo mediamente 40 centimetri.

E’ un vicolo talmente stretto che è addirittura pericoloso, infatti l’accesso è chiuso da due grate. Il vicoletto era stato costruito dagli ebrei con dimensioni minime per non dover pagare un’esosa gabella decretata da Papa Giulio III nel 1552. Gli ebrei vissero nel loro quartiere di Apecchio per centotrenta anni, per loro scelta, ospitati e protetti dai conti Ubaldini, fino a quando nel 1633 vennero trasferiti, obbligatoriamente, nei ghetti di Pesaro, Senigallia e Ancona, perché in questa terra di ferventi cristiani, adoranti lo stesso Dio, agli ebrei non era consentito di vivere liberamente. Il razzismo è stato perpetrato nei secoli in forme diverse anche da noi ma non se ne parla molto, si è tentati di parlare solo dei torti compiuti da altri.
Apecchio è chiamata anche “città della birra” per la presenza di alcune fabbriche che, seguendo l’esempio della birreria Collesi, producono la bevanda con metodo artigianale.
Rientrati dalla passeggiata incontriamo il dott. Fraternali che aveva terminato il suo turno in ospedale. Tra le informazioni di cui abbiamo bisogno chiedo della famosa birreria. Fraternali si impegna a procurarci il permesso di una visita per il giorno seguente. Fortunatamente il nostro itinerario passa proprio davanti allo stabilimento di Pian della Serra.
La sera per cena cerchiamo un ristorante. Ce ne suggeriscono uno a circa dieci chilometri da Apecchio, ma non abbiamo voglia di spostarci in macchina, optiamo quindi per un ristorante vicino al nostro alloggio. Nell’ordinare la cena chiedo una birra Collesi, facendo uno strappo alla regola che mi sono dato di non bere alcolici, ma non ce n’è bisogno perché mi viene risposto che non hanno birra Collesi. Comincio quindi a capire perché ci hanno suggerito un ristorante distante dieci chilometri.
In qualche modo ceniamo e andiamo a dormire.

