L'APPENNINO
Umbro - Marchigiano
5° Tappa – APECCHIO – SIGILLO - km. 69
Serra di Burrano (m. 720) – km 10
Moria (m. 595) – km 4,2
Valico di Scheggia (m. 632) - km 7
La mattina prima di partire riceviamo la telefonata del dott. Fraternali che ci conferma la possibilità di visitare la birreria Collesi a Pian della Serra. Oggi è venerdì, affrontiamo la quinta tappa, è un altro percorso tutto da scoprire. Inizio questa giornata come quelle precedenti, con la curiosità di conoscere nuovi ambienti, paesi, scorci panoramici, antichità e ruderi, alcuni interessanti altri meno, molto simili e diversi tra loro ma tutti hanno qualcosa da offrire e che solo camminando posso scoprire.
Anche i borghi che stiamo attraversando non sono tutti uguali, ognuno ha la sua peculiarità. La loro bellezza viene dai particolari, sono i dettagli che mi affascinano. Talvolta sono attratto da un angolo, un cornicione, un portale, più che da un monumento o un palazzo imponente.
Ammiriamo alcuni paesaggi incontaminati, ma dopo poco la modernità ed il cosiddetto progresso ritorna prepotente. Qualche volta di fianco ad un vecchio maniero si trovano resti in alluminio oppure la pensilina di un elettrauto o di un fabbro (i pochi rimasti in questi luoghi) e resto perplesso di fronte a tanta noncuranza e la mancanza di gusto giustificate dalla praticità e dalle necessità economiche.
Forse con il tempo riusciremo ad accettare questi accostamenti “scandalosi” come riusciamo a godere l’affiancamento del gotico con il romanico, il rinascimentale con il barocco ed il neo classico. Chissà se i posteri riusciranno mai ad accettare come simboli d'arte della nostra epoca le grandi vele in cemento armato delle chiese moderne, i manufatti di alluminio e plastica o i resti delle fabbriche dismesse.
L’idea di bellezza non ha un suo modello ideale e, nella cosiddetta crescita, dobbiamo tener conto degli aspetti economici e produttivi che condizionano determinate scelte. Oggi riusciamo ad ammirare i vecchi scantinati dove un tempo si svolgevano le cosiddette “arti” e le botteghe dei mercanti, che erano la vita pulsante dei borghi antichi. Li consideriamo una memoria storica da conservare scrupolosamente, così come un giorno si potrà, forse, ammirare con interesse un grattacielo di 54 piani, un'autostrada o un distributore di benzina, tipici dei nostri tempi.
Questi luoghi sono stati in gran parte raccontati da Dante, con le vicende politiche che lo hanno costretto all’esilio, ma sono anche territori plasmati dagli ordini religiosi che, con la loro attività ed il loro pensiero hanno avuto un ruolo socio-economico importante per l’intero Appennino. Monasteri e Conventi sparsi un po’ dovunque sono stati la reminiscenza storica ed artistica, grazie al paziente lavoro dei monaci che hanno rappresentato uno squarcio di luce in quelli che sono stati definiti, in maniera ingenerosa e fuorviante, i tempi bui del medioevo. Certamente per l'Italia il medioevo ha rappresentato un periodo di forte decadenza dal punto di vista socio-politico. Con la scomparsa di Federico II e il fallimento del suo progetto di unificare il Regno d'Italia, dovuto alla strenua opposizione da parte dei papi, per diversi secoli sono stati proprio i Monasteri a supplire alla mancanza di un potere centrale che era dilaniato dalle divisioni politiche, lasciando le popolazioni senza una protezione e senza un indirizzo.
Nei Monasteri il popolo trovava assistenza e protezione, ma trovava anche lavoro. Ai Priori ci si rivolgeva anche per cercare giustizia. La Regola di S. Benedetto basata sul principio “ora et labora” offriva una garanzia spirituale e un benessere materiale. Intorno ai Monasteri benedettini sorsero nuovi nuclei abitativi così come nuovi borghi nascevano ai piedi di castelli e torri fortificate.
E’ proprio la curiosità e la conoscenza di questi territori, in gran parte sconosciuti, l’obiettivo del mio, anzi del nostro viaggio lungo l’Appennino.
Fare un cammino è una riflessione con se stessi, è un arricchimento attraverso la conoscenza. Credo che la motivazione del percorso che stiamo facendo sta tutto in questo. Certamente è un cammino "minore" che non si può paragonare a quelli più famosi che vanno tanto di moda.
Camminare non ha un senso in sé, camminare ha il senso che gli diamo noi. Andare per cammini, oggi, è un modo di essere, ma anche un modo di vivere una vacanza diversa.
Parlo di cammino, di paesi e panorami e mi sto accorgendo che lungo la strada, in cinque giorni, oltre al piccolo gruppo di ciclisti tedeschi, abbiamo incontrato solo gente del posto. E' vero che siamo in tempo di pandemia, ma non abbiamo avuto modo di incontrare turisti, cicloturisti, camminatori o pellegrini. Evidentemente non è un percorso che rientra nei piani dei turismo di massa e dei camminatori. L’appennino viene snobbato anche e soprattutto dalla maggior parte dei turisti che purtroppo seguono le mode del momento. Il pacchetto del “turista-tipo” prevede in 3 giorni: Rimini, Firenze, Roma. Per quanto riguarda i camminatori, il Cammino di Santiago rappresenta l’unico vero sentiero che vale la pena di percorrere perché molto frequentato: una vera industria del pellegrino. Nel cicloturismo la fanno da padroni sia il giro del “Sella Ronda” che “l’Eroica”, che rappresenta il consumismo del cicloturismo.
Prima di partire da Apecchio andiamo a fare colazione al bar sulla strada principale del paese. Ad Apecchio c’è ancora l’ufficio postale aperto, ne approfittiamo per fare un prelevamento al bancomat. La presenza dell’ufficio postale indica che questa zona, pur appartenendo a pieno titolo all’Appennino interno, mantiene ancora una significativa attività economica. Siamo a soli 70 chilometri dalla costa e seguendo l’influenza delle vicine zone industriali di Pesaro-Urbino vede la presenza di artigiani e piccole imprese che ancora riescono a promuovere una certa economia, ma non è così per tutti distretti industriali dell’Italia centrale.
Da Apecchio la strada comincia subito a salire verso la Serra di Burano, un massiccio che sfiora i mille metri di altitudine, una zona con scarso insediamento umano. Salgo in bicicletta e mi avvio per circa 8 chilometri verso Pian della Serra dove Gilda mi aspetta dinanzi allo stabilimento della birra Collesi che si trova in un pianoro da dove si scopre la valle di Apecchio. Il birrificio è fatto da una costruzione moderna che, però, si adatta molto bene con l’ambiente circostante. Appena arrivati ci viene incontro il titolare che, dopo aver indossato la mascherina anti-covid, ci invita ad entrare nella sala esposizioni dove sono messe in mostra numerose bottiglie e recipienti vari. Lo stabilimento che oggi è conosciuto soprattutto per le sue birre artigianali è sorto oltre 20 anni fa come distilleria. Giuseppe, il figlio del fondatore, nella ricerca di nuovi aromi ha recentemente ideato una linea di prodotti di bellezza per donna e uomo con essenze a base di birra. Vediamo esposti al pubblico alcuni distillati, birre di vario colore e gusto con differenti selezioni di malto, oltre a creme, profumi e prodotti di bellezza con fragranze inebrianti di vario genere.
La birreria “Collesi” è il tipico esempio di un’attività che oltre a integrarsi completamente con il suo territorio svolge un ruolo importante dal punto di vista sociale ed economico. Un’iniziativa che potrebbe essere replicata in tutto il territorio sub appenninico.
Ci troviamo in prossimità del confine regionale tra le Marche e l’Umbria, dove tra l’altro passa il Sentiero Italia del CAI proveniente da Bocca Serriola che rappresenta il confine geografico tra l’Appennino Settentrionale e quello Centrale.
La regione verde d’Italia ci accoglie da par suo, con una distesa di vegetazione selvaggia, ma solo per pochi chilometri perché giunti alla chiesa di Castelfranco si gira a sinistra, si lascia di nuovo l’Umbria per ritornare subito nelle Marche verso Pianello.

Dopo il caffè facciamo una passeggiata per il simpatico borgo del comune di Cagli, che si trova ai piedi del Monte Nerone. Dal monte scende il Sentiero del CAI che incrociamo ancora una volta, ma che per tutta la dorsale appenninica ci accompagnerà fino a Campo Imperatore. Un cartello ci invita a salire sulle strade del Giro d’Italia del Centenario: 16 chilometri con un dislivello di 1100 metri. Naturalmente non accetto l’invito e proseguo per la mia strada.
Quando riparto con la mia Husqvarna passo davanti all’ufficio postale che, però, qui a Pianello è chiuso. Mi fermo e chiedo informazioni ad un giovane appena sceso dalla sua auto. Mi dice che le poste a Pianello aprono due giorni la settimana, che per una frazione di circa 450 persone è già molto, ma chissà quanto durerà.
Percorro poco più di un chilometro e prendo il bivio a destra dove inizia la salita verso Moria. Un bivio che ho rilevato sulla planimetria. Consulto sempre (quasi sempre) la planimetria prima di partire, senza la quale non avrei dato nessuna importanza a questa biforcazione, vista la sua posizione nascosta e le sue dimensioni ridotte.
Avere la conoscenza e la certezza del percorso è fondamentale specialmente per uno come me che non utilizza apparecchi GPS. La distrazione, le indicazioni errate oltre alla totale mancanza di cartelli stradali possono indurre in errore che, in un percorso di montagna, si pagherebbero a caro prezzo. Purtroppo in simili ambienti sono portato a lasciarmi andare e abbandonarmi con leggerezza alla mie intuizioni e rischio spesso di prendere decisioni avventate.
Lungo questa stradina di montagna che parte dalla valle del fiume Bosso, trovo ancora il Sentiero Italia che dal Monte Nerone arriva al Monte Petrano. Costeggerò il sentiero che, con qualche deviazione arriva fino a Cantiano lungo la valle del Burano, il torrente che prende il nome dalla sovrastante Serra.
Mentre pedalo in salita mi accorgo che Gilda non mi ha ancora superato. Poco dopo ricevo una telefonata: è lei. Mi dice che, partita da Pianello, non si è accorta della deviazione ed ora si trova a Cagli. Sta percorrendo la via Flaminia, una superstrada dove sfrecciano auto e tir a tutta velocità. Dopo alcuni giorni trascorsi con un traffico pressoché assente in questo momento Gilda mi confida un certo disagio, del resto lei non gradisce guidare nel traffico intenso. Ci accordiamo che ci saremmo incontrati a Scheggia per il pranzo, più avanti anch’io incrocerò la via Flaminia.
Moria è una piccola frazione formata da una manciata di casupole aggrappate alla collina a circa 600 metri di altezza. Anche questa è una strada con una vista meravigliosa immersa nel verde e naturalmente non incontro anima viva. Mentre compio un’ampia curva costeggio un edificio, è la Scuola Elementare del paese. Mi chiedo se sia una delle tante scuole di montagna chiuse per mancanza di utenti, ma mentre completo la svolta, nella parte posteriore della scuola vedo una giovane donna seduta davanti alla scrivania all’aperto, del resto è una giornata di settembre con il sole che si fa ancora sentire. Penso che sia una delle maestre che stia lavorando per organizzare l’apertura dell’anno scolastico in questo sperduto paese al centro della penisola. Non ho l’ardire di disturbarla e proseguo, immaginando con piacere che tra qualche giorno anche qui ci saranno ragazzi che potranno gioire correndo per il giardino spensierati, in attesa di entrare in classe e nella speranza di aver lasciato alle spalle l’anno orribilis.
Moira è fatta proprio da una manciata di case, subito dopo l’edificio scolastico riprende la vegetazione selvaggia. Sto aggirando la Serra di Burano che si staglia di fronte a me in lontananza, uno spartiacque che si snoda da nord a sud con i suoi boschi inaccessibili e che segna il confine di regione. Mi sembra di stare in un mondo surreale, quasi incantato. Eppure questa strada secondaria, poco più grande di una mulattiera al centro dell’Appennino, in pieno medioevo ebbe a ricoprire un ruolo importante con il “Corridoio Bizantino” che passava proprio attraverso queste vallate. La valle di Pianello ne rappresentava la parte più impervia e disagevole. Il "Corridoio" era una striscia di territorio rimasta in mano bizantina, che divideva in due il Regno Longobardo: la Longobardia Major e la Longobardia Minor. Il Corridoio, che partendo dal Lazio attraversava l'Umbria e risaliva fino alle Marche e alla Romagna, garantiva il collegamento tra Roma e Ravenna, cioè le due città più importanti dell’Esarcato, costituito dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente.

A difesa del Corridoio Bizantino erano state realizzate una serie di fortezze e "castra" lungo la Via Amerina che si incuneava all’interno dei ducati longobardi. La "Via Amerina" fu costruita dai romani già a partire dal 240 a.c. seguendo antichi tracciati etruschi. Partiva a nord di Roma e seguiva approssimativamente il corso del fiume Tevere, passando per Veio, Campagnano, Civita Castellana, Orte, Ameria (l'attuale Amelia) - da cui prende il nome - e proseguendo per Todi, Perugia, Gubbio, Luceoli (l'attuale Cantiano), attraverso il passo di Scheggia e la Valle di Pianello si congiungeva con la via Flaminia, la strada che Gilda stava percorrendo nel momento in cui stavo transitando lungo la salita di Moria.
Le vicende che narrano la Storia di Roma antica sono infarcite di leggende a partire da Romolo e Remo. La stessa lupa capitolina custodita nei musei del Campidoglio risulterebbe di fattura etrusca e, solo nel XV secolo, sono stai aggiunti i due gemelli che allattano. Anche l’epoca di fondazione della "città eterna" è incerta. Tra i fatti tramandati, molti sono gli indizi privi di una narrativa diretta. Roma è stata grande anche per questo.
Anche il declino di Roma e la caduta dell’Impero è stata raccontata superficialmente come se fosse stata causata principalmente dalle cosiddette invasioni "barbariche", ma in gran parte queste invasioni non ci sono state, perché le armate mercenarie scesero nella penisola chiamate di volta in volta dagli stessi governanti romani che avevano la necessità di potenziare gli eserciti imperiali. Il governo di Roma quando non riusciva a conquistare con la forza le popolazioni straniere le “federava” cioè le conglobava concedendo loro dei privilegi. I capi “barbari”, valenti condottieri, già da tempo erano alla testa delle milizie romane.
Chiamati e stipendiati dal Senato si stanziarono all’interno dell’Impero con tutta la loro popolazione e gradualmente assunsero quel potere che a Roma si stava dissolvendo. Tutta la storia della Roma antica, inoltre, ci parla di diversi Re ed Imperatori che non erano né romani, né latini. Dei sette Re di Roma, ben cinque erano .....stranieri, infatti: due erano Sabini e tre provenivano dall’Etruria.
La politica di compromesso e di integrazione verso i popoli conquistati ha avuto un ruolo importante nell'espansione dell'impero, garantendone una lunga durata.
Talvolta i capi barbari assoldati dagli imperatori avendo un livello culturale più alto di molti generali romani, riuscivano a conquistare facilmente prestigio e raggiungevano gradi elevati nell’esercito, prendendo talvolta il posto dei rozzi generali latini. Ma questa politica di compromesso e di integrazione, portata avanti dai governanti già allora vedeva i cittadini con posizioni in contrasto tra loro. Gli imperatori, però, non potevano fare a meno dei barbari che rappresentavano braccia da lavoro e validi soldati a buon mercato. La popolazione diminuiva sempre più e il Senato incoraggiava il riconoscimento della cittadinanza romana a chi si integrava e si dimostrava ligio alle leggi e, con i primi imperatori cristiani, venivano favoriti coloro che si convertivano alla nuova religione. Uno dei più accaniti critici della politica di integrazione fu Sinesio, un grande latifondista con grosse proprietà in Libia, continuamente minacciate dalle tribù nomadi dei Berberi. In età avanzata Sinesio divenne vescovo. Anche altri cristiani del tempo, tra cui San Girolamo, ci vedevano la conferma che si stava arrivando alla fine (del resto molti predicatori annunciavano vicina la fine del mondo). San Girolamo sottolineava che il ricorso alle bande mercenarie indeboliva l'Impero e metteva a rischio la fede cristiana, anticipando di 1600 anni alcune opinioni attualmente in vigore.
Il famoso "sacco di Roma" del 410 d.c. non avvenne in seguito a una vera invasione da parte dei Goti, perché Alarico non era affatto il re dei Goti, ma era un generale romano integrato nell'esercito imperiale al servizio dell’imperatore Teodosio. Era un militare cresciuto nell'ambiente dei mercenari gotici e che ha approfittato degli abusi e della corruzione dilagante all'interno delle legioni per fare carriera e alimentare i suoi affari, cercando di arricchirsi e di far stare bene anche gli uomini delle sue tribù. Alarico era un capo guerriero, ma era anche "Flavio" Alarico generale romano e magister militum. A tutti i funzionari dell'impero, che esercitavano un ruolo pubblico, militare o amministrativo, veniva attribuito il primo nome "Flavio" quando, però, il secondo nome era chiaramente barbarico, come Alarico, si trattava evidentemente di un immigrato, integrato a pieno titolo come cittadino romano. La fedeltà da parte degli immigrati dipendeva dai vantaggi e dal benessere che essi trovavano all'interno dell'impero. La fedeltà dei generali barbari dipendeva, inoltre, dalla possibilità di fare carriera e dai miglioramenti economici che riuscivano a negoziare con gli imperatori. Alarico era molto scaltro e aveva capito che le sue capacità militari e la forza della sua tribù erano apprezzate ed erano necessarie al governo di Roma, quindi le sue richieste si fecero sempre più esigenti e, per far capire che le sue ambizioni erano serie, dirige le sue legioni mercenarie verso la capitale. L’Urbe, però, stava vivendo una grande crisi economica e pertanto il Senato non poteva accontentare come sempre con il proprio generale. Alarico era orami arrivato alle porte di Roma e, scontento delle proposte ricevute, decise di lasciare liberi i suoi uomini di prendersi ciò che veniva negato loro, saccheggiando la città eterna. Non un'invasione ma una guerra civile, anzi un vero e proprio colpo di stato. Con il “sacco di Roma” Alarico non voleva impossessarsi della città e l’Impero Romano d’Occidente ebbe modo di sopravvivere per circa mezzo secolo con una serie di Imperatori d’Occidente che già da tempo avevano deciso di risiedere lontano da Roma, trascurando anche la difesa della città. L’Urbe cominciò quindi a perdere la sua importanza a vantaggio di altre città più difendibili come Milano, Nicomedia, Aquileia e Ravenna. Il mito della grande Roma era già calato tanto che l’infausta impresa di Alarico non ebbe un grande risalto e non ha una data certa, essendo stata fissata per lungo tempo nell’agosto del 409, invece che nel 410 d.c. Del resto Roma aveva perso il ruolo di capitale dell'Impero già a partire dal 293 d.C. L'Imperatore Diocleziano, per meglio controllare il vasto territorio, volle costituire la Tetrarchia dividendo l'Impero in due: l'Impero d'Occidente (con capitale Milano) e l'Impero d'Oriente (con Capitale Nicomedia) e con a capo un governo di due Augusti coadiuvati da due Cesari. Tutti gli imperatori successivi scelsero di risiedere lontano dalla storica città che con il tempo accentuò il proprio declino fino a vedere la popolazione ridotta a poche migliaia di abitanti.
Una domanda che molti storici si sono posti è capire se Roma, nella sua espansione, sarebbe potuta sopravvivere altrettanto a lungo se non fosse riuscita a cooptare non solo le classi dirigenti dei popoli conquistati, ma anche a costruire una patria condivisa tra vincitori e vinti con quel fenomeno che fu chiamato “Melting pot”. I conquistati si sentirono tanto romani quanto i conquistatori, essendo stati trattari “alla pari” dei popoli italici. Ai vertici degli organismi pubblici si sono succeduti: Ispanici, Gallici, Siriani, Arabi, Illirici, fino ad arrivare ai Goti.
Ai tanti detrattori della politica di integrazione si può controbattere che Roma ha potuto superare diversi momenti di crisi proprio grazie alla lungimiranza delle sue politiche e usufruendo dell’apporto di diverse culture. Alcuni degli aspetti che hanno interessato l’epoca imperiale con le crisi, la sopravvivenza e il successivo recupero potrebbero essere messi a confronto con i nostri tempi. Come, però, dice lo storico Marco Cappelli, “Cercare di trarre insegnamenti dalla storia è pericoloso, perché le condizioni non sono mai analoghe e si corre il rischio di confermare pregiudizi e rigidità mentali che mal si adattano a tempi nuovi. La storia non è sempre maestra di vita”.
Le cosiddette invasioni barbariche non sono state altro che penetrazioni autorizzate dalle stesse autorità romane. Sono stati, invece, diversi fattori interni concomitanti che hanno provocato il declino dell’Impero Romano d'Occidente. Tra le concause si devono considerare: le guerre civili, la perdita di potere del Senato, il calo demografico, alcune devastanti pestilenze e, non ultima, la corruzione dilagante. Ma non si sottolinea mai abbastanza che tra i motivi dell’avvenuta disgregazione hanno avuto un ruolo fondamentale alcuni aspetti economico-finanziari che ancora oggi affliggono molti degli stati moderni: l’inflazione, l’aumento dei prezzi e la perdita del potere d’acquisto della moneta.
L’inflazione cominciò a erodere il sistema economico a causa del ruolo sempre più importante che l’esercito aveva assunto. Era l'esercito che nominava gli imperatori e gli imperatori usavano l'esercito per difendersi non solo dalle incursioni dei popoli germanici ai confini, ma anche dai numerosi competitori interni. Gli imperatori erano quindi costretti a comprare il supporto dei soldati con lauti donativi che andavano a gravare sul bilancio pubblico che doveva essere continuamente alimentato dall’aumento di tasse. Il potere imperiale si basava grandemente sull'appoggio militare, per l’intera sua durata l'impero può definirsi una dittatura militare, con il Senato che aveva un ruolo sempre più marginale.
Quello che era il punto forte di Roma, cioè l’organizzazione statale, cominciò gradualmente a disfarsi. La sua decadenza fu anche la conseguenza naturale di una grandezza eccessiva, difendere i confini era diventato sempre più difficile, soprattutto per gli alti costi sostenuti per controllare un territorio troppo esteso. Un'altra concausa fu la divisione dell’Impero d’Oriente e d’Occidente che favorì un progressivo distacco socio-politico tra i due territori che indebolì soprattutto Roma, distacco che andò ad accentuarsi a causa anche della reciproca diffidenza e delle divergenze religiose. Forse, come ha scritto Edward Gibbon. “Più che chiedersi perché l’Impero Romano si disgregò dovremmo sorprenderci che abbia retto tanto a lungo.”
Il 476 d,c, è stata ritenuta la data ufficiale della caduta di Roma con la deposizione di Romolo Augustolo ad opera del “barbaro” Odoacre che guidò una ribellione contro il giovane e debole imperatore. Secondo lo storico Paolo Rossi, però, la data del 476 fu una convenzione storiografica, perché le strutture imperiali continuarono, almeno formalmente, a svolgere la loro funzione.
Flavio Odoacre era anch’esso un generale e patrizio romano integrato che assunse il nome di “Flavio” come tutti coloro che esercitavano un ruolo ufficiale all’interno dell’apparato statale. Prese il governo dell'Italia nominalmente sotto l'autorità dell'imperatore d'Oriente Zenone e con il pieno accordo del Senato romano. Inizia, così, il periodo dei regni “romano-barbarici”. Il giovane Augustolo fu esiliato in Campania presso la Villa di Lucullo e accompagnato da una sontuosa pensione.
Con la caduta dell’ultimo Imperatore d’Occidente inizia quello che è stato definito il Medioevo, passato alla storia come il periodo dei secoli bui, ma come ha detto Luciano De Crescenzo, nessuno ha ben spiegato chi era stato a spegnere la luce.
La parola "Medioevo", che significa età di mezzo, comparve per la prima volta nel XV secolo con un'accezione negativa. Gli uomini del Quattrocento la utilizzarono per indicare la decadenza di quel periodo rispetto agli splendori del Rinascimento. Un concetto troppo negativo per il Medioevo e, forse, troppo positivo per il Rinascimento. Secondo Umberto Eco, invece, “il Medioevo fu un’epoca complessa e ricca di sfaccettature”. E' stato durante il Medioevo che i padri della Chiesa dettarono le basi della dottrina, anzi si può dire che fondarono la religione cristiana, ma dovettero fare i conti con l'interferenza degli Imperatori che si attribuirono il diritto di convocare i Concili e i Sinodi, molto spesso in disaccordo con gli stessi Pontefici. Tale ingerenza nelle questioni teologiche, era normalmente accettata. Nei Concili e nei Sinodi si continuò a legiferare su questioni sia dottrinali che civili dove la volontà degli Imperatori prevaleva. Il Vescovo di Roma firmava i “verbali” subito dopo l’Imperatore, ma prima dei vescovi delle altre diocesi, nonostante che le chiese ortodosse non vollero mai riconoscere il primato di Pietro alla Chiesa di Roma.
Già a quei tempi valeva il detto "quanti soldati ha il Papa?" Pertanto la gerarchia ecclesiastica era costretta a sottostare all'autorità imperiale, da cui dipendeva non solo per far rispettare le decisioni prese nei Concili, ma anche per la propria tutela.
Il governo di Odoacre terminò con l’arrivo dei goti di Teodorico il quale prese anch’esso il potere con il consenso dell’Impero e cercò, per quanto possibile, di mantenere inalterata la struttura amministrativa romana. Per le funzioni governative Teodorico scelse amministratori latini e anche il Senato di Roma restò, apparentemente, il più alto organo rappresentativo. Formalmente sembrava che nulla fosse cambiato, ma le cariche militari erano appannaggio soltanto di elementi gotici. Anche Teodorico per governare aveva bisogno della fedeltà dell’esercito.
Ben presto iniziarono i contrasti tra i goti (che nel frattempo si erano convertiti al cristianesimo ariano) e i cristiani cattolici. La guerra gotico-bizantina terminò con la definiva vittoria ad opera del nuovo imperatore Giustiniano che riuscì a riconquistare tutti i territori occidentali riunificandoli sotto la vecchia capitale d'Oriente che nel frattempo aveva ripreso il vecchio nome di Bisanzio.
Estromessi i goti dalla penisola quel che rimaneva dell'Impero d'Occidente divenne nel 554 “Provincia Italiae” e fu trasformato in Esarcato con un Esarca nominato da Bisanzio che risiedeva a Ravenna. La scelta della nuova capitale fu decisa perché ritenuta più sicura rispetto a Roma, con le paludi che proteggevano la città.
Il governo dell’Esarca in Italia era debole e non ebbe una vita tranquilla e fu ben presto scosso dall'invasione dei Longobardi che, provenendo dalla dalla provincia della “Scania” in Scandinavia, penetrarono gradualmente in Europa (dal basso corso dell’Elba alla Pannonia fino nella penisola italiana).
Quella dei Longobardi fu la prima vera invasione di un popolo barbaro che pur non avendo una continuità territoriale durò per due secoli. I Longobardi furono "invasori dichiarati" e a differenza di altri popoli barbari entrarono nei territori dell'Impero senza nessun consenso, approfittando anche della mancanza di un potere forte.
I Longobardi (gente dalla lunga barba) entrarono nella penisola attraverso il Friuli dopo la lunga fase migratoria durante la quale costruirono pian piano la loro struttura sociale aggregando al loro interno etnie diverse ma soprattutto germanici. Avevano un’organizzazione sociale in caste o “fare” che mantennero anche nella formazione del loro regno in Italia, con la trasformazione in ducati. Erano un popolo guerriero che aveva scelto come loro dio Odino, un dio guerriero che, con la conversione al cattolicesimo, sostituirono successivamente con San Michele Arcangelo rappresentato sempre con la spada sguainata. Arrivando in Italia la maggior parte del popolo professava la religione ariana, ma c’erano già alcuni cattolici e molti mantennero ancora le loro vecchie tradizioni religiose.
Nei confronti dei longobardi l’atteggiamento tenuto dalla storiografia italiana ha oscillato tra l’ostilità e il consenso. Durante il risorgimento i Longobardi, invasori germanici, ricordavano gli oppressori austriaci che impedivano l’unità nazionale, questa era la tesi esposta da Manzoni nel suo “Adelchi”. Nicolò Macchiavelli, invece, nelle Istorie Fiorentine aveva affermato che i Longobardi di stranierovevano solo il nome. Il loro regno in realtà, una volta convertiti al cattolicesimo e dopo l’emanazione dell’Editto di Rodari era stato un regno italiano. La sua caduta ad opera dei Franchi, con il beneplacito del papa, aveva inaugurato la lunghissima serie di invasioni straniere che aveva flagellato la penisola italiana. Macchiavelli dava la colpa al papato, reo di aver chiamato i Franchi e posto così fine a un regno che, se fosse rimasto indipendente, avrebbe potuto fermate le successive ondate di invasioni. Secondo Macchiavelli durante il loro regno i Longobardi si erano già fusi con i Romani in un unico popolo, senza nessuna traccia di antagonismo. Una tesi abbracciata anche dal Muratori nei suoi Annali e divulgata in Europa da Gibbon. Però nell’Ottocento, con l’avvio delle lotte per l’indipendenza e l’unità nazionale fu la posizione proposta dal cattolico Manzoni a prevalere.
I primi secoli del medioevo, l’alto medioevo, sono normalmente ignorati dalla cultura italiana. Tutti gli altri grandi paesi fondatori dell’Europa occidentale, come l’Inghilterra, la Francia o la Germania, hanno invece individuato le loro origini proprio in quei secoli, con interpretazioni in chiave fortemente nazionalistica.
Fra tutti i barbari, nella storia d’Italia, la palma della fama peggiore spetta senz’altro ai Longobardi. “La gente longobarda era barbara fra le barbare”: così scriveva Cesare Balbo nel 1844.
Se ancora con il regno goto si era tenuta in piedi la società romana e poi la conquista da parte di Bisanzio aveva fatto sperare nella continuazione dell’Impero Romano (anche se Bisanzio aveva poco a che fare con Roma) l’arrivo dei Longobardi aveva segnato senza dubbio un’autentica frattura nella storia italiana. E’ con loro che inizia il medioevo e finisce l’età antica (rif. Stefano Gasparri in “La storiografia italiana e i secoli bui: l’esempio dei Longobardi”)
Come disse Macchiavelli, però i Bizantini erano più stranieri dei Longobardi che, nei 200 anni di regno erano ormai diventati stanziali e del tutto assimilati nella penisola.
Un particolare poco conosciuto è stato il regime politico del Regno Longobardo: i re longobardi venivano eletti, scelti dall’assemblea formata dai capi delle “fare” e non nominati per discendenza di sangue. Nella scelta fatta dall’assemblea prevaleva il valore in termini di doti militari. Un’altra particolarità, non comune nei popoli barbari, era la residenza fissa dei loro governanti. I Re Longobardi risiedevano nel palazzo della capitale, che costituiva il simbolo del loro potere.
La diatriba con il papato per il governo del territorio non terminò con i Longobardi, ma qualche secolo dopo proseguì anche con Federico II, imperatore Svevo ma italianissimo di adozione, che nel suo progetto di ideare il regno d’Italia fu tenacemente ostacolato dal papato.
Da questo momento in poi, fino al Rinascimento, le vicende italiane furono condizionate dal potere temporale della chiesa e dal comportamento dei papi.
Era scontato che iniziasse un periodo di conflitti tra l’Esarcato e i nuovi arrivati e, visto il sempre più scarso potere degli Esarchi che risiedevano a Ravenna e la difficoltà da parte di Bisanzio di portare gli aiuti necessari, Roma era sempre più isolata. Ciò favoriva il ruolo e l'importanza dei Papi perché rappresentavano l'unica autorità rimasta nella vecchia capitale. A cominciare da papa Gregorio I° (Gregorio Magno) la Chiesa di Roma intraprese iniziative che andavano al di là delle proprie competenze giurisdizionali e fu costretta ad esercitare un ruolo di autogoverno, sostituendosi all'amministrazione bizantina. Il graduale distacco tra Roma e Bisanzio si accentuò in seguito alla lotta contro il culto delle immagini sacre (iconoclastia) intrapresa dall'Imperatore bizantino Leone III° nel 725 d.c.
I Papi, trovandosi tra due contendenti in conflitto e cercando una mediazione tra le due parti, tentarono un'opera di pacificazione puntando sulla conversione dei longobardi e sul contenimento della pressione bizantina, con alterne vicende. La conversione dei Longobardi e il progressivo disinteresse e allontanamento degli imperatori d'oriente crearono le basi della nascita del potere temporale della chiesa di Roma che ebbe come atto ufficiale la “Donazione di Sutri” fatta, su sollecitazione del Papa Gregorio II°, dal longobardo Liutprando ai "Santi Apostoli Pietro e Paolo”.
La formazione di uno Stato territoriale intorno alla Cattedra di Pietro era un disegno che i Papi avevano in mente da tempo, ma che non erano mai rusciti a realizzare. I tempi stavano maturando e fu favorito anche dall'incapacità sia dei Longobardi che dei Bizantini a garantire un serio governo alla penisola italiana. La contrastata fusione tra l'elemento germanico longobardo e quello romanico, inoltre, pose le basi per una pluralità di regni romano-barbarici che portò alla formazione delle diverse identità nazionali e quindi alla successiva nascita dei moderni stati europei.
La guerra tra l'Impero e i Longobardi, con l’interferenza della Chiesa, terminò a favore del terzo incomodo: con l’incoronazione del re dei franchi Carlo Magno da parte del papa, nel giorno di Natale dell’ 800 d.c. La fondazione del Sacro Romano Impero vide il riconoscimento ufficiale del Pontefice romano che da allora assunse la funzione di incoronare gli imperatori e si garantì non solo il prestigio, ma anche quell'aiuto militare che gli mancava.
Il Sacro Romano Impero di Carlo Magno non era "sacro", non era "romano" e non era un vero impero ma l’incontro del re dei Franchi con il papa contribuì a entrambi di realizzare i loro obiettivi. Permise soprattutto a papa Adriano I° di esercitare il potere sul patrimonio della Chiesa.
Per l’Italia il Sacro Romano Impero si può considerare come la continuazione del Regno Longobardo, sotto un’insegna diversa. Di tale continuità ne è esempio emblematico la figura dello storico Paolo Diacono che, con la fine dei Longobardi fu accolto alla corte di Carlomagno come maestro di grammatica. Paolo diacono terminò la sua vita come monaco nel monastero di Montecassino, dove scrisse l’ Historia Langobardorum. Paolo Diacono fu un monaco cristiano, storico, poeta e scrittore longobardo di lingua latina. Profondo conoscitore anche della cultura romana, ebbe modo di approfondire il “Corpus Iuris” di Giustiniano che rappresentava l’architrave del diritto dell’Impero Romano d’Oriente.
La costituzione dello Stato Pontificio consentì il ritorno di un'autorità che mancava da troppo tempo, ma impedì la restaurazione del vecchio Impero Romano e determinò, inoltre, l’impossibilità, per oltre 10 secoli, di realizzare uno stato unitario nella penisola italiana, che fino al 1870 fu ostacolato dal potere temporale dei Papi. “Quel potere temporale di cui – scrive Montanelli nella sua Storia d'Italia– non sappiamo quale vantaggio abbia recato a quello spirituale”.
La storia non è certamente una scienza “galileliana”, ma si basa su evidenze rare, discontinue, parziali e frammentarie (la macchina del tempo non è stata ancora inventata). Si dice, ma non è sempre vero, che la storia la scrivono i vincitori. E’ vero, invece, che il nazionalismo, il sovranismo e, in genere, tutte le ideologie hanno sempre cercato di travisare i fatti per adattarli ai propri interessi. Occorre una continua revisione e rilettura della storia utilizzando il ritrovamento di documenti antichi e delle ricerche archeologiche che, avvalendosi delle nuove scoperte scientifiche (adottando il metodo della datazione radiometrica con gli isotopi radioattivi e il carbonio 14) permettono di misurare l’età degli oggetti rinvenuti, eliminando molte delle incertezze storiche che sono state tramandate.
L’influenza delle culture bizantina e longobarda per oltre due secoli ha lasciato, nelle zone dell'Appennino centrale, segnali del tutto evidenti che si possono riscontrare anche ai giorni nostri. In quel periodo sia Roma che Ravenna fiorirono sotto l'influsso artistico orientale con l'introduzione di quelle forme tipiche dell'arte bizantina. Nel figurativo prese il sopravvento il mosaico, in architettura la pianta circolare con copertura a cupola, l'atrio colonato e il narcete. I Longobardi eccellevano nella lavorazione dei metalli mentre nella scultura si abbandona la tradizione romana a tutto tondo a favore di rilievi marmorei (bassorilievi). L'influenza longobarda lasciò tracce importanti nella toponomastica con località dall'evidente derivazione longobarda come: Galdo, Gualdo, Gallo, Gazzo, Gazzaniga, Fara, Sala, ecc. Oltre ai numerosi siti intestati a Sant'Angelo con il culto micaelico del santo guerriero che uccide il drago, simbolo del deminio, che nella mitologia barbara ricorda il dio Odino.
All’interno del Corridoio Bizantino sia la toponomastica che i dialetti sono di derivazione principalmente greco-bizantina, con la pronuncia molto “aperta, mentre all’esterno del corridoio la pronuncia avviene anche oggi con inflessioni derivanti dal gotico-longobardo con vocali molto “strette”. Dalla parlata pulita con la pronuncia aperta, alla parlata impura con la pronuncia stretta, si è passati a definire le Marche “pulite” che approssimativamente corrispondono alle zone a nord del fiume Esino e le Marche “sporche” rappresentate dalle provincie meridionali del maceratese, dell’ascolano e parte dell'Umbria. Naturalmente ogni marchigiano è orgoglioso di parlare il proprio dialetto. Il marchigiano del sud è fiero della propria cadenza con la “u” chiusa.
Superata Moira pedalo lungo il Sentiero del CAI che al valico devia verso il Monte Petrano, mentre la strada segue il Corridoio Bizantino fino a Sigillo e Fossato di Vico.
Scendo verso Cantiano che mi ricorda Corsèo (con la e “aperta) il mio amico di gioventù che ha trascorso la sua infanzia alle pendici del monte Catria, prima di trasferirsi anche lui con la famiglia a Roma. Nell’altro versante del monte, poco distante in linea d’aria, ma per arrivarci occorrono circa 30 chilometri di strada di montagna, c’è l’Eremo di Fonte Avellana. E’ un monastero della Congregazione benedettina camaldolese che Dante cita nel XXI canto del Paradiso e che forse lo ha visto come ospite durante il suo esilio. Un esilio che colpì il sommo poeta inaspettatamente. Mentre Dante era in missione a Roma come ambasciatore per conto del partito dei Guelfi “Bianchi”, a Firenze avevano preso il potere i “Neri” che lo incolparono per “baratteria” cioè per corruzione, che rappresentava l’accusa più ricorrente tra i politici anche durante il medioevo; una colpa che non è mai stato difficile da dimostrare per qualunque giudice nominato dalla parte avversa. Dante, lontano dalla città non si poteva difendere, fu condannato e non riuscì più a ritornare nella sua città.
“Tra duo liti d’Italia surgon sassi, e non molto distanti alla tua patria, tanto che i tuoni assai suonan più bassi. E fanno un gibbo che si chiama Catria, di sotto al quale è consecrato un ermo, che suol esser disposto a sola làtria”. A rivolgersi a Dante con queste parole è Pier Damiani, che parla di sé iniziando a descrivere l’eremo in cui si era ritirato a vita contemplativa.

Arrivato a Pontericcioli il vecchio percorso si interrompe e sono costretto ad entrare nella superstrada. Per oltre 20 chilometri dovrò anch’io fare attenzione al traffico che mi sfreccia accanto, anche se con la carreggiata molto ampia i pericoli sono ridotti al minimo. Dopo il cartello che indica il confine di regione, lascio temporaneamente le Marche e rientro in Umbria. La strada riprende a salire, ci sono 6 chilometri per il Valico di Scheggia a 632 metri di altezza. E’ una salita non molto ripida, ma che soffro molto per la sua monotonia. La Flaminia ha ampie curve e lunghi rettilinei che, insieme al fastidio del traffico, fa perdere quel pathos romantico che mi ha accompagnato fino ad ora.
Superato il valico si entra nella Valle del Chiascio, sulla sinistra c’è il Parco del Monte Cucco con la cima che arriva a 1500 metri, mentre sulla destra si estende una campagna dolce, segnata dai rilievi collinosi ammantati di vigneti e oliveti. Su questa ampia valle passa il Cammino di S. Francesco che il fraticello percorreva per andare da Assisi alla Verna, passando per Gubbio. Dal valico al paese di Scheggia manca solo un chilometro. Gilda è arrivata già da molto tempo e mi aspetta di fronte al ristorante “El Paso”. Il nome del ristorante mi lascia un po’ perplesso. Come fa un ristorante al centro dell’Appennino, nella terra di Francesco, a fregiarsi di una denominazione texana? Il disagio del nome è stato, poi, accentuato dall’accoglienza molto fredda della sua titolare che aveva gettato un’occhiataccia alla mia bici che, in mancanza di un palo, avevo assicurata con una catena ad un tavolo di fronte all’ingresso. La signora certamente trascurava che la sicurezza della propria bici da parte di un cicloturista rappresenta una delle preoccupazioni più importanti dell’intero viaggio.
In compenso abbiamo consumato un buon pasto al termine del quale abbiamo fatto una passeggiata per il paese. Scheggia, come tutti i paesi finora visitati, è ben tenuto con alcuni angoli caratteristici. Camminando troviamo diversi riferimenti al Monte Cucco che contraddistingue il territorio e tutta la comunità che prende il suo nome.
La meta di giornata è distante solo 10 chilometri, ma prima di arrivare a Sigillo mi aspetto di trovare Costacciaro che voglio assolutamente visitare. E’ la prima volta che passo da queste parti e, quindi, non conosco Costacciaro. Mi hanno incuriosito alcune cose che ho letto di questo piccolo borgo poco nominato dalle guide turistiche.

L’Università di Costacciaro non è altro che una vecchia corporazione medievale che è tutt’ora attiva nell’intento di tutelare i suoi associati, proprietari dei terreni agricoli della zona.
Le Università delle arti e dei mestieri derivano dalle corporazioni (una specie di sindacato) che nell’alto medioevo contribuirono allo sviluppo delle attività economiche e costituirono la base per il fiorire dell’Umanesimo e del Rinascimento. Le Corporazioni erano associazioni create per regolamentare e tutelare le attività degli appartenenti ad una stessa categoria professionale. Erano denominate in diverso modo: gilde, fraglie, scuola d’arte, paratici, gremil, ministeria. Molto spesso le Corporazioni avevano il nome ufficiale in latino: “Universitates” o “Collegia”Alcune corporazioni derivavano da preesistenti “confraternite” religiose, ma con il tempo il carattere laico e gli aspetti economici presero il sopravvento. Indipendentemente dalle diversità e dal coinvolgimento politico più o meno profondo, il compito primario di ogni corporazione era la difesa del monopolio nell'esercizio del proprio mestiere. Per l’esercizio di un’Arte o un Mestiere c’erano regole ben precise da rispettare, ai trasgressori venivano comminate pene severe.
Le prime corporazioni laiche a costituirsi furono quelle dei mercanti. A partire dal XII secolo esistevano camere dei mercanti nelle principali città italiane: Roma, Pavia, Genova, Piacenza, Milano, Firenze, Bologna. Il regime corporativo si diffuse in tutta Europa. In Italia il potere delle corporazioni crebbe con l’avvento delle Signorie. Le corporazioni mercantili nel corso del Duecento riuscirono a inserirsi nelle istituzioni cittadine e ad assumere un ruolo guida, estendendo il loro controllo a funzioni di natura pubblica.
A Firenze, forse la città più importante del Rinascimento, le corporazioni riuscirono ad escludere dal governo chi non fosse iscritto ad un’arte. Gli appartenenti alle corporazioni si trovarono a gestire e ad amministrare grandi interessi e riuscirono a creare rapporti commerciali e finanziari in molte parti del mondo. I banchieri fiorentini divennero finanziatori di molti regnanti europei e contribuirono alla grandezza e allo splendore della Repubblica fiorentina. Nel corso del tempo le corporazioni passarono da un potere politico (un vero governo della città) ad un sempre più importante potere economico che fu prerogativa esclusiva dei componenti delle arti maggiori. La repubblica si avviava a trasformarsi in oligarchia per poi diventare vere e proprie signorie. L’importanza di appartenere alle corporazioni si ha nella figura di Cosimo de’ Medici e dei suoi successori che nel tempo si affermarono come arbitri assoluti della politica fiorentina. I Medici furono signori di fatto pur senza mai ricoprire cariche dirette negli apparati pubblici della città, erano Re, ma senza corona. I Medici occupavano posti importanti nell’oligarchia fiorentina che governava le sorti della città. Né Cosimo, né Lorenzo sono mai stati candidati al posto di Priore, ma hanno sempre designato una persona di loro piacimento. Le corporazioni fiorentine erano costituite da 7 Arti Maggiori (banchieri e imprenditori, commercianti e professionisti) e 14 Arti Minori (maestri d’opera e artigiani).
A Roma nel XVII secolo si contavano non meno di cento “università”, ma le corporazioni romane si limitavano a regolamentare le attività delle Arti e dei Mestieri, senza raggiungere il primato politico che ebbero in altre città, anzi le corporazioni romane erano sottoposte a uno stretto controllo da parte delle autorità ecclesiastiche. Al contrario delle altre città della penisola l'importanza di Roma non era legata ad attività mercantili o finanziarie, ma alla presenza del Papa e della corte pontificia.
Entrare in una corporazione non era così semplice, tra l’altro si doveva pagare una tassa, dar prova della propria abilità professionale o artigiana o essere figlio di un membro della stessa. Alcune arti non avevano loro corporazioni, ma erano costretti ad associarsi. Pittori e letterati si iscrivevano normalmente all’Arte dei Medici e degli Speziali. Il più famoso di questi è stato senz’altro Dante Alighieri.
A Firenze il popolo che non apparteneva a nessuna delle arti e che si sentiva escluso, vessato e non adeguatamente protetto, nel 1378 si sollevò nel cosiddetto “tumulto dei Ciompi”, in conseguenza del quale si ottenne la formazione di tre nuove arti. Delle tre nuove arti solo una era costituita da salariati, dette “del popolo minuto” o “del popolo di Dio”. La protesta dei Ciompi è stato il primo tentativo di un vero e proprio sciopero dei lavoratori che, peraltro, non ebbe molta fortuna, perché dell’arte dei Ciompi dopo poco tempo non si fa più menzione. Il tentativo di sindacarsi da parte di semplici salariati costituiva un non senso storico rispetto alle condizioni del tempo. L’Arte medievale era un’associazione di quanti esercitavano in proprio e in piena autonomia un’attività economica e veniva protetta dagli interessi comuni della corporazione. I Ciompi erano, invece, lavoratori dipendenti privi di quell’interesse collettivo che poteva dare loro un certo potere contrattuale. Nella seconda metà del Settecento, l'Illuminismo propugnò l'idea del libero mercato che poco si conciliava con la difesa dei monopoli. Conseguentemente i sovrani abolirono le corporazioni. Da quel momento il vero e unico potere derivava unicamente dalla capacità economica e imprenditoriale degli individui. Solo con lo sviluppo delle attività industriali del XIX secolo si affermarono le nuove idee socialiste che nel secolo successivo diedero vita ai sindacati dei lavoratori che, parallelamente alla crescita economica, concorsero a migliorare i rapporti sociali tra politica, imprese e lavoratori. La costituzione dei sindacati all’interno delle fabbriche fu favorita dalla concentrazione di grandi forze lavoratrici soprattutto nelle aree ad alta industrializzazione.
Riprendendo a pedalare, dopo una manciata di chilometri da Scheggia trovo il cartello che indica Costacciaro. Una freccia a destra mi indirizza verso una salita, il borgo è situato sopra una collinetta. Dopo un paio di curve arrivo al Corso Mazzini, la strada principale del paese, un rettifilo all’interno del borgo che termina con la Torre dell’Orologio.
Proprio a metà del corso trovo un concentramento di persone sedute ai tavolini di un bar ai lati della strada. Mi piace pensare che siano gli uomini dell’Università di Costacciaro in riunione per discutere sui vincoli posti dall’Ente Parco del Monte Cucco che contrastano con i loro interessi di sviluppo economico e turistico. La mia riservatezza che deriva da una vera e propria timidezza mi impedisce, però, di fermarmi ed entrare nel bar per avere la conferma alle mie intuizioni.
Proseguo facendo un ampio giro per il borgo che sembra disegnato dalla mano di un progettista, Le strade sono tutte regolari perpendicolari tra loro, ci sono palazzi di prestigio affiancati ad abitazioni comuni ristrutturate con criteri moderni. Delle mura che difendevano il vecchio castello è rimasto solo il “Rivellino”, nella parte sud del paese che fa da sentinella alla vallata del Chiascio. Il Rivellino è un torrione difensivo con la forma a prua che ricorda la punta di una nave. Uscendo dalla porta della Torre dell’Orologio riprendo la strada verso Sigillo, che ormai è vicina. Facendo le ultime pedalate di giornata arrivo ad un vecchio manufatto di grandi pietre, è un antico ponte romano del secondo secolo: il Ponte Spiano che consentiva l’attraversamento del torrente Fonturci.

L’abitato si estende lungo la consolare romana dove si trova anche il nostro alloggio: il "Dominus Hotel". Sistemata la bici nel seminterrato dell’albergo, debitamente assicurata con una catena, salgo in camera dove mi aspetta Gilda. Questa sera arriva Marco che, partito con il treno da L’Aquila, scenderà nella vicina stazione di Fossato di Vico. Ho il tempo di fare una doccia e andare a Fossato che è distante 5 chilometri. Arrivato davanti alla stazioncina, ai piedi del Colle di Fossato, mi viene alla mente un ricordo d’infanzia quando con il treno transitavo in quello che era, e forse lo è ancora, il tratto ferroviario più suggestivo della linea Roma-Ancona.
Di fronte alla stazione di Fossato di Vico-Gubbio esiste ancora l’edificio della vecchia Ferrovia Appennino Centrale che fino al 1945 collegava con una linea a scartamento ridotto Arezzo con Fossato e, quindi, si collegava con la linea che prosegue verso Pratovecchio-Stia nel Casentino che abbiamo incontrato nei giorni scorsi. Il Regionale-Veloce da Terni arriva puntuale alle 18.30, Marco scende spingendo la sua bici da corsa che ha scelto per la sua leggerezza e perché è più adatta per affrontare le tante salite lungo il percorso. Da domani ci sarà il confronto tra una mountain bike elettrica e una bici da corsa. Il soggiorno presso il Dominus Hotel soddisfa pienamente Gilda specialmente per la pulizia ed il confort, che non ha potuto sempre apprezzare negli alloggi precedenti. Ceniamo al ristorante dell’albergo che si dimostra dello stesso buon livello.

