L'APPENNINO
Umbro - Marchigiano
6° Tappa – SIGILLO - COLFIORITO - km. 69
Colle di Fossato (m. 733) - km 5
P.sso del Termine (m.865) – km 6,4
P.sso del Cornello (m. 813) - km 3,6
Collecroce (m. 872) – km 7,1
Mattina del 12 settembre, è sabato, da oggi proseguirò in compagnia di Marco, con il quale mi lega una lunga e profonda amicizia. Siamo entrambi appassionati di montagna e di bici. Siamo due romantici, idealisti, ma ci accomuna anche uno spirito libero e una leggerezza che talvolta sfocia nell’incoscienza. Abbiamo fatto diverse esperienze escursionistiche: dai sentieri del Gran Sasso e dei Monti della Laga, alla Via Francigena. Marco è stato l’unico che ha accettato il mio invito, ma ha dovuto ridurlo a soli quattro giorni. Non è ancora arrivato all’età della pensione e il suo lavoro non gli consente di assentarsi troppo in questo periodo. Marco è un agronomo molto professionale e molto orgoglioso del suo lavoro. L’incarico che più lo soddisfa è quello di assistere gli agricoltori, ma anche gli allevatori e i pastori della zona. Nel suo lavoro dà molta importanza al rapporto umano, oltre che a quello professionale.

Percorreremo insieme le ultime cinque tappe dell’itinerario appenninico fino alle “nostre montagne”. Si parte puntuali intorno alle nove. Ho già verificato il percorso sulla cartina stradale e so che dobbiamo evitare la superstrada che porta verso Cancelli per Fabriano. Gilda invece dovrà percorrere la superstrada, perché il vecchio percorso sarebbe troppo disagevole per l’auto. Ci incontreremo a Serradica per prendere un caffè insieme.
E’ senz’altro piacevole pedalare in compagnia anche se devo confessare che tutti questi chilometri in solitaria non mi sono pesati affatto. Finora ho percorso circa 350 chilometri, poco più della metà dell’intera dorsale, con piena soddisfazione, senza aver sentito né la solitudine né la fatica.
Transitiamo sotto lo svincolo della superstrada per Fabriano e ci inerpichiamo verso la parte alta di Fossato di Vico dove chiediamo conferma della strada per Cancelli. Ci viene assicurato che si passa su quello che viene chiamato “percorso storico” anche se la strada è un po’ accidentata e, comunque, ci dicono che occorre salire per il Colle di Fossato perché la ex ss 76 è chiusa per i lavori in corso, che risultano interrotti da diverso tempo.
Fossato di Vico ha avuto storicamente una notevole importanza, fu un insediamento romano con il nome di Helvillum, e poi bizantino con il nome di Fossaton, cioè fortificazione. Fu anche libero comune fino a quando non passò sotto lo Stato Pontificio. Durante l’Impero Romano fu una stazione di posta e ha rappresentato sempre un punto nevralgico lungo la via Flaminia. Durante il medioevo da qui partiva il “Diverticulum ab Helvillo-Anconam”. Il Diverticulum era una deviazione della via Flaminia che attraverso il Valico di Fossato raggiungeva il porto di Ancona evitando la Valle dell’Esino. Per la sua conformazione fisica il valico risultava uno dei passaggi più agevoli da percorrere tra gli opposti versanti dell’Appennino centrale. Questa peculiarità è stata colta sin dai tempi della civiltà italica. Già le più antiche popolazioni degli Umbri e dei Piceni lo utilizzavano per scambi commerciali. Successivamente, nel 1732, ad opera del papa Clemente XII allo scopo "di smerciare l'acqua di Nocera portandola fino ad Ancona, per farne esito per le vie del mare" venne modificato il Diverticulum, il nuovo percorso prese il nome di "strada Clementina".

Oltre che per l’importanza storica, l’itinerario si presenta particolarmente bello anche da un punto di vista naturalistico e paesaggistico. Affrontiamo la salita in un ambiente che torna ad essere selvaggio, con una folta vegetazione ancora molto verde. Dopo le prime rampe incontriamo la linea ferroviaria che avanza anch’essa in salita tra muri di roccia, con ampi curvoni per attenuare la pendenza. La vecchia linea ferroviaria sembra che voglia accarezzare il fianco della montagna senza volerla ferire o piuttosto sembra voler giocare con i versanti piegando un po’ a destra e un po’ verso sinistra. E’ il treno della mia infanzia che tra Fossato di Vico e Cancelli si insinua in un budello stretto all’interno dell’Appennino scavalcando le valli e i corsi d’acqua su antichi manufatti di laterizio che si confondono con il colore delle rocce. La linea ferrata cerca ogni modo per incunearsi, ma la montagna si erge inesorabilmente dinanzi ed è quindi costretta a trafiggere il muro di pietra entrando in galleria. Un cunicolo buio e stretto che da bambino per un verso mi dava un senso di mistero oscuro e dall’altro, però, mi incuriosiva. La ferrovia scorre sotto di noi, a rivederla oggi mantiene ancora tutto il fascino romantico che il treno mi ha sempre suscitato.

Mi viene di fare il confronto con l’Alta Velocità che ho incontrato a S. Pellegrino, appena partito da Firenzuola. La nuova linea ferroviaria realizzata con criteri modernissimi e che si avvicina alle montagne d’impatto e le perfora con prepotenza, scavalcando le valli e i fiumi con lunghi ed ininterrotti viadotti in calcestrutto. Una modernità tecnologica che suscita le rimostranze degli ecologisti: soprattutto quelli che seguono la moda ambientalista senza conoscere l’ambiente.
L’Alta Velocità collega Roma a Milano in poco più di tre ore per vincere la gara che ha ingaggiato con il trasporto aereo. Sono assolutamente favorevole ad incrementare e innovare le linee ferroviarie: il treno è uno dei modi di viaggiare più ecologici che esista. Basterebbe esaminare pochi numeri per rendersi conto dei vantaggi ambientali che il trasporto ferroviario offre rispetto a tutte le altre forme. Il trasporto di persone e merci sono responsabili di quasi un quarto delle emissioni globali di gas serra. Di queste emissioni solo l’1% è generato dalle ferrovie, mentre il 75% riguarda i veicoli su gomma e l’11% aerei e navi. A partire dal secolo scorso le politiche economiche e industriali hanno dato impulso ad un vero e proprio boom automobilistico che oltre a favorire l’inquinamento, ha procurato gravi problemi di viabilità. Non è inquinata solo l’atmosfera, ma sono ancora più inquinate di traffico le nostre città e le nostre autostrade. Non riesco a capire la cocciutaggine e la miopia dei NO TAV che contraddicendosi con i loro stessi ideali non valutano l’alto contenuto ambientale e sociale del trasporto ferroviario. I no-tav non hanno alzato un dito di fronte alla chiusura insensata di migliaia di chilometri di ferrovie secondarie in ogni regione d’Italia. Ferrovie storiche che talvolta rappresentano autentici capolavori di ingegneria ferroviaria e che attraversano scenari di enorme valenza paesaggistica. Tratti ferroviari considerati “rami secchi” sacrificati in funzione di leggi economiche legate ad una “crescita” fatta di consumismo, ma che non ha niente a che vedere con il progresso.
Se è vero che è necessario potenziare e innovare il trasporto pubblico, il servizio ferroviario rappresenta il trasporto per eccellenza. Considero l’investimento nel trasporto ferroviario prioritario sia dal punto di vista economico che dal punto di vista sociale e ambientale. Nel medio lungo percorso, oggi, il treno è concorrenziale rispetto all’aereo e potrebbe rappresentare una soluzione anche per il problema dei pendolari nei collegamenti locali. L'ammodernamento delle vecchie linee ferroviarie potrebbero funzionare come una specie di metropolitana regionale. Invito tutti i no-tav a non contrastare il treno e fare una campagna a favore delle ferrovie secondarie dismesse!
La Commissione Europea ha eletto il 2021 “Anno europeo del treno”, ma in Italia abbiamo infrastrutture ferroviarie che avrebbero bisogno di drastici interventi, se consideriamo che il 28% delle linee ferroviarie non sono ancora elettrificate.
Uno dei motivi per cui sto affrontando questa cavalcata in bici è proprio quello di accostare la bellezza, un po’ romantica, della bici con la riscoperta del territorio e delle sue tradizioni. Considero la "riscoperta" del treno una vecchia tradizione proiettata verso un futuro migliore.
Saliamo lungo i tornanti della Collina di Fossato in un tipico ambiente appenninico. Lungo il vecchio percorso incontriamo alcuni tratti di basolato. E’ senz’altro più divertente per me che con la mountain bike non soffro il percorso sconnesso, Marco invece incontra diverse difficoltà tra le pietre del basolato e le buche del vecchio tracciato, ma conoscendolo, penso che anche lui stia apprezzando lo scenario che ci circonda.

L’ambiente piacevole e la mancanza di traffico ci da il giusto slancio per affrontare la salita. Come ci avevano informato troviamo la vecchia strada per Cancelli sbarrata da un grande terrapieno. Al Colle di Fossato a circa 700 metri di altitudine siamo di nuovo sul “crinale” dell’Appennino. Per l’ennesima volta varchiamo il confine di regione, continuiamo ad uscire ed entrare dall’Umbria alle Marche e viceversa. Da diversi chilometri il percorso scorre lungo il confine delle due regioni e sarà così fino a Forca di Presta, sui Monti Sibillini, dove lasceremo definitivamente l’Umbria.
Superiamo il colle, dove incontriamo per l’ottava volta il Sentiero Italia del CAI e dove si gode un panorama stupendo e ci gettiamo con entusiasmo nella discesa all’interno dell’ennesimo e incantevole bosco con i cespugli verdi che ci lambiscono il volto.
Come spesso è successo in tutta la dorsale appenninica arrivati al termine della discesa non si trova nessuna indicazione stradale. Nonostante la consultazione della cartina, il mio intuito non mi fa prendere nessuna decisione, per me la direzione per Cancelli può essere sia a destra che a sinistra. Siccome l’abitato di Campodiegoli è vicino decidiamo di andare a chiedere informazioni a qualcuno che prontamente troviamo all’interno del paese. Un giovane ci dice di tornare sulla nazionale e prendere la direzione verso sinistra. Il suggerimento non mi convince e per fortuna incontriamo due ciclisti che procedono in senso inverso e che ci informano che Cancelli si trova nella direzione opposta. Sono due ciclisti della domenica che stanno facendo il loro giro settimanale. E’ la prima volta dopo sei giorni che faccio un incontro con qualche ciclista, approfittiamo per fare un tratto di strada insieme e scambiare qualche impressione. A Cancelli ci separiamo per proseguire lungo la Septempedana verso Serradica dove troviamo Gilda ferma al tavolino di un bar. Dopo il rituale caffè di mezza mattinata ripartiamo con l’intesa che ci incontreremo a pranzo a Bagnara Umbra. Gilda parte subito e noi ci avviamo verso Molinaccio. Appena troviamo il cartello con l’indicazione di Molinaccio entriamo nella piccola frazione. Al termine dell’abitato troviamo ancora un bivio senza nessuna indicazione, ma a circa cento metri c’è un cartello stradale che indica Nocera Umbra. Bagnara si trova nella direzione di Nocera pertanto decido di prendere quella strada che con una leggera salita si incunea pian piano in una vegetazione sempre più fitta. La salita si fa sempre più ripida, ma l'ambiente è molto invitante, certamente non è il percorso che avevo stabilito ma proseguiamo molto volentieri perché ci sta conducendo verso un tipico scenario appenninico. Invece di fare il percorso in valle ci sta portando verso la dorsale. Decido di non fermarmi per verificare il percorso sulla cartina stradale confidando nel mio intuito che prima o poi troveremo una deviazione per Bagnara.

Più tardi troviamo un cartello che ci segnala che stiamo percorrendo la strada provinciale 272 che porta al Monte Alago e al Passo del Termine. E' la conferma che la strada che stiamo percorrendo non è quella che avevo previsto. Il mio intuito, aggiunto alla "prigrizia" talvolta mi tradisce, ma lo spirito di avventura e un pò di sana incoscenza che mi contraddistingue, mi spingono talvolta a prendere decisioni apparentemente imprudenti ma questa volta, involontariamente, ci ha premiati con una gradita sorpresa. La deviazione che abbiamo preso non è per niente sconveniente perché ci consente di conoscere un’altra parte dell’Appennino che non avremmo mai conosciuto. Il panorama è mutevole, intervallato da appezzamenti agricoli e vegetazione spontanea. Più saliamo più la vegetazione si fa intensa. Dopo pochi chilometri di salita, sopra una collinetta verso sinistra scorgiamo un gruppo di case sormontato da una alta torre quadrangolare che domina la vallata sottostante. Il sentiero che porta a questo agglomerato ha un cartello che indica "Salmaregia". Approfitto per fare alcune foto con l’intenzione di indagare più tardi sulla località e se avesse una qualche importanza storica. Scoprirò, infatti, che si tratta del Castello di Salmaregia costruito intorno all’anno mille da Rodolfo il Longobardo, Conte di Nocera. La torre serviva per il controllo della sottostante strada Clementina. Intorno al castello una leggenda racconta che vi sia sepolta la salma di re Ottone III di Sassonia, da cui prende il nome. Come spesso succede anche di questo avvenimento di importanza storica qui sul posto non c'è nessuna traccia a dimostrazione che tanti episodi mescolano gli eventi realmente accaduti con la memoria tramandata, alterata dalla fantasia, trascurata o dimenticata. Talvolta la licenza poetica, le invenzioni letterarie e le traizioni popolari con il tempo vengono adattate alle circostanze e fatte proprie dai "vincitori" che ne promuovono la diffusione secondo i propri interessi.
Al di la della leggenda la storia racconta che l’Imperatore morì, invece, a Castel Paterno nella Valle del Treja, presso il Monte Soratte (anche se qualcuno cita Paterno - la terza Roma - presso Urbisaglia per essere poi sepolto nella chiesa di San Caudio al Clienti). E’ certo che Ottone III morì in Italia nel 1002 all’età di 22 anni, ma la vicenda della sua morte e del suo funerale è molto dubbia. E’ morto mentre stava fuggendo da Roma in seguito ad una sommossa. I suoi seguaci vollero in gran segreto trasferirlo ad Aquisgrana per seppellirlo, secondo la sua volontà, nello stesso luogo di Carlo Magno. Della scorta imperiale faceva parte Rodolfo che ricopriva la carica di vicario imperiale. E’ facile che nel curare la sepoltura Rodolfo trafugasse alcune parti del corpo del sovrano per custodirle nel suo castello presso Nocera, che da allora avrebbe preso il leggendario nome di “soma regia” a testimonianza della presenza del corpo del defunto re. Prima di essere nominato a capo del Sacro Romano Impero Ottone visse la maggior parte della sua vita in Italia, essendovi stato nominato Re in tenera età. Per la sua preferenza alle vicende italiche e per aver promosso un programma di rinnovamento romano: la “Renovatio imperii Romanorum” passò alla storia come imperatore "non tedesco".

Proseguendo lungo la salita, il paesaggio è talmente invitante che andiamo avanti senza indugi. Arriviamo ad un bivio con il segnale “Casaluna” che non risulta sulla cartina stradale che finalmente mi accingo a consultare.
Mentre Marco mi attende al bivio, io proseguo in perlustrazione per vedere se trovo qualche indicazione più precisa. Salendo mi trovo ancora una volta all’interno di un fitto bosco, siamo in piena estate e le foglie sono di un verde intenso. La vegetazione è talmente fitta che in alcuni tratti non riescono a penetrare neanche i raggi del sole. Immagino come diventerà tra qualche settimana questo macchia di latifoglie vestito dei tipici colori caldi dell’autunno, dal giallo al rosso con sfumature ocra e rame che andranno a variegare il manto verde, con un gioco cromatico che ogni volta mi lascia sempre incantato. Avanzo per circa un chilometro verso il Monte Alagio senza nessuna novità ad eccezione di un’auto che fermo prontamente. Il giovane alla guida mi conferma che proviene da Nocera Umbra e che non ci sono deviazioni. Sarebbe interessante proseguire e transitare per il Passo del Termine, ma Gilda ci aspetta a Bagnara. Ritorno, quindi, verso il bivio dove mi aspetta Marco. Scendendo mi chiedo se riuscirò mai a ritornare da queste parti per rivedere simili meraviglie. Arrivato al bivio prendiamo la strada per Casaluna. Dobbiamo assolutamente chiedere informazioni. Aggirando il pendio troviamo un'agglomerato di case. Alcuni terreni coltivati e la stessa tipologia dei fabbricati ci danno l’impressione che l'abitato di Casaluna si trovi in un territorio impervio ma non sia disabitato. Ne abbiamo la conferma da alcune auto parcheggiate. Mi fermo davanti ad un cancello con il citofono. Da un balcone si affaccia una signora che ci informa che ci sono due strade che scendono verso la Septempedana, una più lunga, l’altra è più breve ma sterrata, comunque, ci dice che è percorribile e conduce a Bagnara. Prendiamo quella più breve che si inoltra nel bosco. La strada sterrata è poco più di un sentiero anche se nel primo tratto è ben battuto. Non mi fermo per fare foto, proseguo senza soste e nel godermi il percorso aziono la telecamera installata sul manubrio della bici, immortalare questi posti è troppo bello! In lontananza si scorge il Monte Pennino. E’ il monte più alto del nocerino. Il monte Pennino prende il nome dal dio Pen, a cui i Celti avevano dedicato la montagna. Quando fu romanizzato nel IV secolo a.c. il dio divenne Juppiter Poeninus, consacrato a “Marte vincitore” a cui fu eretta un’ara sacra. Un luogo destinato al sacrificio igneo che la gente del luogo era autorizzata a compiere.
Avanzando nel bosco la strada diventa sempre più sconnessa. Marco sulla sua bici con tubolari leggeri è costretto a proseguire a piedi per circa un chilometro. Con la mia mountain bike io, invece, approfitto per fare la discesa spedito e leggero, saltando sulle buche ed evitando i sassi come fossero birilli. Arrivo in fondo alla discesa e ritrovo la Septempedana, finalmente torniamo sull’asfalto.
Dopo pochi minuti vedo Marco arrivare con la sua bici alla mano. E’ riuscito a salvaguardare i suoi tubolari. Possiamo proseguire verso il Passo del Cornello, dove è segnato il confine di regione Marche-Umbria.

Dal valico mancano solo 3 chilometri di discesa per Bagnara Umbra.
Stiamo entrando in quello che è stato definito il “cratere” del terremoto che ha colpito ripetutamente le regioni dell’Italia Centrale.
Da quel settembre 1997 si sono ripetute diverse scosse che hanno devastato città simbolo come Assisi, L’Aquila e Norcia. Oltre tutto qui ogni borgo e villaggio parla di storia, arte e turismo.
Alcuni centri che avevano subito lievi danni nelle prime scosse, sono stati devastati da quelle successive. Amatrice, Campotosto e Visso ne sono un esempio tangibile. Non bisogna trascurare, inoltre, che nell’Appennino numerosi sono i centri abitati minori e moltissimi sono i casolari isolati colpiti dalle scosse di terremoto, senza considerare che queste zone sono spesso tartassate da smottamenti ed alluvioni, in un territorio notoriamente fragile.
D’ora in poi percorreremo l’intero scenario della zona terremotata, a cominciare da Bagnara Umbra che non mostra alcun segno dei danni subiti. Qui la vita è ripresa, la ricostruzione ha funzionato. Il terremoto è solo un triste ricordo, testimoniato dalle casette in legno che hanno ospitato le famiglie sfollate. Appena giunti a Bagnara notiamo subito uno dei segni della ricostruzione: un nuovo campo di calcio fa bella mostra di se con diverse strutture al suo interno a significare che anche l’attività sportiva è in pieno rilancio. Notiamo, inoltre, che le abitazioni sono interamente ricostruite e ben ristrutturate. Non vediamo nessun edificio danneggiato o incompiuto.
Bagnara non è molto grande, arriviamo subito ad una piazza dove c’è una sola insegna che indica un locale pubblico: “Bar – Alimentari”. E’ uno di quei vecchi empori dove una volta si vendeva di tutto, ma ben ristrutturato, pulito e di bell’aspetto. Un centro commerciale in miniatura. Gilda ci aspetta nella veranda di fronte. Siamo arrivati ben oltre l’orario del pranzo, ma la signora Katia nonostante il ritardo ci ha preparato dei buoni piatti cucinati appositamente per noi.

A Bagnara ritroviamo il Sentiero Italia del CAI che scende dal Monte Alago per proseguire verso il Monte Pennino.
Anche a Bagnara esiste una Università Agraria, simile a quella di Costacciaro. Grazie a questa antica istituzione è stato realizzato il “Villaggio della sostenibilità” recuperando e riutilizzando le casette di legno del terremoto. Un tipico esempio di economia circolare che ha lo scopo di riutilizzare beni o strutture esistenti. Nel sito dell’Università si leggono gli obiettivi del Villaggio: “Valorizzare il proprio territorio per creare un'occasione di sviluppo secondo i principi della sostenibilità, dando vita ad attività di educazione ambientale, accoglienza turistica, turismo rurale e riscoperta delle tradizioni. Lo scopo di tale recupero è quello di realizzare un villaggio basato sui principi della sostenibilità, che sia centro di aggregazione sociale dell'intera comunità”. Il grande merito di questa iniziativa è quello di aver trasformato un triste ricordo in un simbolo di rinascita.
Il Monte Pennino sovrasta il piccolo borgo in tutta la sua imponenza. Mentre Gilda e Marco si rilassano faccio un piccolo giro in bici e noto la presenza di un rigagnolo che scende dal monte. Questo corso d’acqua prosegue fino a Foligno e dopo aver circoscritto il Monte Subasio, passando vicino a S. Maria degli Angeli, si unisce al fiume Chiascio per entrare nel Tevere.
Apparentemente senza pretese, il fiume Topino insieme al Chiascio ha suscitato l’interesse di Dante che, elogiando S. Francesco e la sua nascita, lo cita nel XI Canto del Paradiso: “Intra Tupino e l’acqua che discende del colle eletto dal beato Ubaldo fertile costa d’alto monte pende ….Di questa costa, là dov’ella frange più sua rattezza, nacque al mondo un sole…”
Siamo nel pieno del territorio francescano, da Bagnara parte una strada che sale verso il Monte Pennino e in prossimità della sorgente del Topino c’è l’eremo di S. Michele Arcangelo, uno dei tanti monasteri che rimandano all’iconografia dell’Angelo guerriero che i Longobardi, convertitisi al Cristianesimo, elessero a patrono della nazione.
Con riferimento al fraticello d’Assisi si racconta che negli ultimi tempi della sua vita S. Francesco per curare i suoi occhi con l’acqua miracolosa della sorgente volle trascorrere un periodo di riposo nell’eremo di S. Michele.
Il suo stato di salute si aggravava sempre di più, allora i frati insieme agli abitanti di Assisi decisero di riaccompagnarlo nella sua città e fu organizzato un drappello di cavalieri che aveva il compito di scortarlo fino ad Assisi per evitare che qualcun'altro si impossessasse del suo corpo per trarre lucroso vantaggio dalla vendita delle sue reliquie.
Così racconta la “cavalcata di Satriano” il suo biografo Tommaso da Celano:“Avvenne che il beato Francesco, pieno di malattie già ridotto quasi agli estremi, mentre si trovava nel convento di Nocera fosse richiesto dal popolo d’Assisi, il quale inviò una solenne ambasciata a prenderlo per non lasciare ad altri la gloria di possedere il corpo dell’uomo di Dio. I cavalieri che con riverenza lo scortavano a cavallo, giunti ad una poverissima cittadina di nome Satriano, sentendo, per la fame e l’ora, bisogno di cibo, ma non trovandovi, per quanto cercassero, nulla da comprare, tornarono al beato Francesco e gli dissero: «Occorre che tu ci dia delle tue elemosine, poiché qui non possiamo comprar nulla». Rispose il Santo: «Non trovate, perché confidate più nelle vostre mosche (chiamava mosche i denari), che in Dio. Ma, aggiunse, ritornate indietro per le case che avete già visitate, e offrendo l’amor di Dio invece denari, domandate umilmente l’elemosina. Non vogliate vergognarvi, poiché ogni bene è concesso per elemosina dopo il peccato, e quel grande Elemosiniere dona con clemente generosità a chi merita e a chi non merita». I cavalieri, deposta la vergogna, andaron chiedendo l’elemosina e ottennero per amor di Dio assai più che col denaro, poiché tutti a gara donarono con piacere; non valse più la fame là dove prevalse la ricca povertà”.
Sentendo vicina la sua fine Francesco chiese ai suoi compagni di chiamare Jacopa, la sua fedele amica. Jacopa era una nobildonna romana che lo aveva ospitato molte volte nel suo palazzo e lo aveva aiutato nei suoi rapporti con papa Clemente VI. Inaspettatamente, Jacopa si presentò spontaneamente al suo capezzale per portare i mostaccioli che lui apprezzava molto e per dare l’ultimo saluto. Arrivati ad Assisi Francesco fu ospitato nel palazzo del vescovo, ma fu poi trasferito alla Porziuncola dove voleva finire i suoi gironi. Jacopa fu la sola donna presente nel momento della morte, un privilegio che non ebbe nemmeno Chiara per la quale c’era l’obbligo della clausura. Contro ogni consuetudine dell’ordine francescano fu anche l’unica donna sepolta vicino alla tomba del santo, insieme ai suoi primi compagni.
Terminata la passeggiata nel borgo di Bagnara ritorno verso il bar dove Gilda e Marco mi aspettano per il caffè prima di ripartire e affrontare l’ultima salita di giornata che ci porta agli 872 metri di Collecroce. Lasciamo Bagnara percorrendo in discesa la Septempedana. Prima di Nocera Umbra deviamo verso Bagni di Nocera, famosa per le sue acque minerali già ai tempi dello Stato Pontificio.
Il Complesso Termale di Bagni di Nocera Umbra, anch’esso danneggiato dal terremoto, è stato interamente ristrutturato e recentemente riaperto al pubblico.

La strada che porta all’altopiano di Collecroce-Colfiorito, chiamata “Strada dell’Egna”, si sviluppa in un territorio meno selvaggio di quello percorso in mattina. Tra macchie di querce ci sono ampi campi coltivati che dimostrano che nemmeno il terremoto ha tolto la vocazione contadina e la laboriosità di queste genti.
Collecroce si trova proprio di fianco al Monte Pennino da dove proviene il Sentiero del CAI che ci accompagnerà lungo la strada dell’Egna fino ad Annifo e Colfiorito.
Dall’alto del colle vediamo la sottostante pianura divisa in riquadri ben disegnati, sono le coltivazioni di lenticchie, di patate rosse e ceci che si estendono davanti ai nostri occhi. Sono tipologie agricole che trovano il loro ambiente solo intorno ai mille metri di altitudine. L’altipiano di Collecroce-Colfiorito è il loro territorio ideale. Ritroveremo le stesse coltivazioni a Castelluccio di Norcia e a S. Stefano di Sessanio.
Anche Collecroce risulta completamente ricostruita, dopo i danni del terremoto. E’ composta da modeste abitazioni con le facciate fatte di tenue sfumature color pastello. Modesti edifici ben tenuti ed ordinati provano l’attaccamento degli abitanti per questa terra e per le loro case che non avrebbero abbandonato per nessuna ragione al mondo. Gente tenace che ha resistito contro ogni avversità.
La “Strada dell’Egna”, come le altre che abbiamo percorso i giorni passati, ha vissuto momenti cruciali della storia italica, ma non c’è nessuna traccia e nessuna indicazione per i turisti che transitano da queste parti.

Durante la seconda guerra punica qui è passato Annibale con il suo esercito e gli elefanti coltivando il sogno di sottomettere la grandezza di Roma. Annibale, proveniente dal Trasimeno, dove aveva sconfitto Caio Flaminio (l’ideatore della via Flaminia), aggirò la cavalleria romana di Centenio, per affrontarla in territorio favorevole nella pianura di Plestia. Sappiamo che, dopo i primi successi, seguirono i tentennamenti di Annibale e i famosi “ozi di Capua” che fecero volgere le sorti a favore di Roma. Sarà retorico ma fa un certo effetto pedalare in sella alla mia bicicletta per queste strade che circa milleottocento anni fa hanno percorso gli elefanti di Annibale e dove sono state combattute battaglie che hanno fatto la storia. Purtroppo di molti avvenimenti accaduti lungo l’Appennino non c’è nessuna traccia. Questi luoghi sono conosciuti soprattutto per il loro aspetto naturalistico e per il paesaggio. Recentemente sono stati al centro dell'attenzione per i disastri provocati dal terremoto.
Il carattere umile di questa gente, lontana dai fasti delle città e troppo spesso tartassata da eventi e calamità naturali, li predispone alla rassegnazione e all’accettazione dei grandi eventi con quel distacco di coloro che hanno altro a cui pensare.
Dopo Collecroce si passa per Annifo, una delle tante località del “cratere” rese famose dal terremoto, per poi giungere a Colfiorito dove sorgeva l’antica Plestia. Questa zona prima dei romani era abitata dai Plestini, una vecchia tribù degli Umbri, “Gens antiquissima Italiae”, considerati sopravvissuti addirittura al diluvio universale. Nel Museo Antiquario di Colfiorito sono custoditi ed esposti molti reperti che narrano la presenza di questo popolo sull’Appennino umbro-marchigiano.
Durante l’espansione di Roma anche Colfiorito divenne municipio romano e nel primo periodo del cristianesimo divenne diocesi. Sotto il dominio longobardo Plestia decadde di importanza sia come municipio che come diocesi. Decadenza durata fino al secolo scorso con la realizzazione di importanti reti di comunicazioni che hanno segnato la fine dell’isolamento.

Del Lago di Plestino rimane, oggi, solo una palude che è stata inserita nell’Area Naturale Protetta all’interno del Parco Regionale di Colfiorito. Al centro della Piana di Colfiorito c’è la Basilica di Santa Maria di Plestia sorta su un vecchio tempio romano dedicato alla dea Cupra. La chiesa, di stile protoromanico, è situata proprio al confine tra Umbria e Marche e si trova nel territorio di Serravalle del Chienti, in provincia di Macerata. Il sagrato, però, fa parte della frazione di Colfiorito nel comune di Foligno. Attualmente è gestita dalla diocesi di Camerino, con diritto di uso da parte della diocesi di Foligno tramite la parrocchia di Colfiorito. Le origini romane sono testimoniate dai resti di alcune “domus” e da un cippo dedicato al Divo Flavio Valerio Costantino.
Colfiorito è stata sempre terra di confine e anche terra di passaggio. La principale attività è rimasta quella agricolo-pastorale. E’ stato un importante centro della transumanza, oggi fa parte del “quadrilatero” Umbro-Marchigiano e costituisce uno dei perni delle comunicazioni stradali tra il versante Tirrenico e quello Adriatico.
Negli ultimi tempi, dopo le avversità dovute al terremoto, l’agricoltura ha ripreso la piena attività e si è consolidata, è rifiorito anche l’artigianato lattiero-caseario, tutte attività basate su prodotti di eccellenza, con le più moderne tecnologie e su filiere locali di alto valore.
Anche Colfiorito rappresenta una delle reminiscenze infantili quando con la mia famiglia da Foligno prendevamo la strada del Menotre e della Val del Chienti per andare a Cingoli. Anche oggi è uno dei transiti obbligati per andare verso l’Umbria e la Toscana. Nonostante la comodità di percorrere la superstrada da Civitanova a Foligno, vale sempre la pena di una deviazione per assaporare i prodotti del luogo.
Arrivati a Colfiorito, dopo aver preso possesso delle camere nell’Hotel Lieta Sosta, approfittiamo per fare una passeggiata per il paese. A differenza di altre volte, oggi non abbiamo fretta, camminiamo a piedi e per la prima volta saliamo verso la parte alta del paese. Anche Colfiorito è interamente ricostruito dopo il terremoto del 1997 e, non avendo subito ulteriori danni, evidentemente la ricostruzione è avvenuta con criteri antisismici efficaci.
Non esiste un vero centro storico ed antichità da conservare, pertanto le abitazioni sono costituite da modeste costruzioni simili a quelle della periferia di una grande città, come abbiamo potuto vedere anche a Collecroce. Dall’alto vediamo le “casermette” realizzate quali accampamento per le esercitazioni militari, ma che dal 1940, con l’entrata in guerra, furono convertite in campo di concentramento per internare prigionieri di guerra. A Colfiorito furono portati soprattutto montenegrini fiancheggiatori di partigiani. Si calcola che gli internati montenegrini nel 1943 furono circa 10.000. Dopo l’8 settembre alcuni di loro andarono ad ingrossare le fila dei partigiani locali.
Nella zona dell'alto maceratese operava il "Battaglione Mario" guidato dal comandante Mario Depangher che era costituito da sbandati di varia provenienza: partigiani italiani, ex prigionieri alleati, jugoslavi, sovietici, ebrei e da un gruppo di somali ed etiopici. Un esempio di formazione partigiana internazionale. Degna di nota è la vicenda dei somali ed etiopi reduci dalla Mostra delle terre d'Oltremare a Napoli con la quale Mussolini voleva rievocare la nascita dell'Impero ed esibire la supremazia italiana nei territori del Corno d'Africa. La Mostra doveva aprirsi il 9 maggio 1940 ed erano stati ingaggiati una settantina di sudditi coloniali, tra eritrei, somali ed etiopi, da esporre al villaggio indigeno, ricostruito per l'occasione. Lo scoppio della guerra impedisce un regolare svolgimento della mostra e la piccola comunità africana diventa un peso per gli organizzatori, viene trasferita a Villa la Quiete (oggi Villa Spada) a Treia nel maceratese, dove era attivo un campo di prigionia. Dopo la caduta del fascismo alcuni dei coloniali, aiutati dalla popolazione, sono scappati verso i monti dove operava il Battaglione Mario e con il quale svolgono la prima azione di guerra recuperando le armi rinchiuse nel campo di prigionia. Nelle file dei partigiani dell’alto maceratese figurava anche Enrico Mattei che nel dopoguerra fu l’artefice dell’industria petrolifera di stato.
Nel dopoguerra le casermette di Colfiorito sono tornate ad ospitare i campi estivi ed invernali degli allievi ufficiali e sottufficiali della Scuola di Artiglieria di Foligno. In seguito al terremoto sono state adibite ad alloggi di emergenza per i terremotati ed ora, dopo un’adeguata sistemazione, funziona come centro commerciale di Colfiorito con diversi ristoranti e negozi. Tra i locali di ristoro conosciamo molto bene la “Botteguccia del campo 64” che come dice Stefano, il simpatico e brillante titolare, “non è un ristorante e nemmeno una trattoria, è un’osteria con bottega”. Si mangia senza menù, ci si deve accontentare di quello che passa il convento. Ci si siede al tavolo e si aspetta che arrivino una serie infinita di antipasti e si finisce con un buon primo. Per chi lo desideri, ma non ce ne sarebbe bisogno, c’è anche un secondo piatto, tutto con prodotti locali. Il titolare è contento se il cliente ordina il vino della casa. "Chi vuole coca cola - dice Stefano categoriamente - è meglio che non entri". Alla Botteguccia è come mangiare a casa nostra. Il servizio è ridotto all’osso, non è fatto per palati fini e per chi ha la “puzzetta sotto il naso”. Insomma va bene per coloro che amano un “particolare” tipo di atmosfera.
Questa sera non vorremmo andare alla botteguccia, siamo interessati a scoprire qualcosa di nuovo.

Ci incuriosisce un localino che, come tanti altri bugigattoli che si trovano nei paesi di montagna, è pieno di cianfrusaglie di vario tipo. Un piccolo locale dove vediamo di tutto, dai numerosi prodotti alimentari tipici, insieme a prodotti da supermercato, gadget, abbigliamento, stampe, fotografie, fiori e piante, compresi alcuni oggetti di un tempo passato. Un vero bazar, una situazione intrigante che ha suscitato la curiosità di Gilda; decidiamo di entrare. Ci accolgono Donatella e Tiziana due sorelle con le quali facciamo subito amicizia che ci dicono che all’ “Arcolaio” si comprano prodotti tipici del posto, ma si può anche mangiare. Anche qui si mangia quello che c’è, la pasta è fresca, fatta a mano. Donatella è disposta a "stendere" la sfoglia della pasta anche all'istante. In maniera molto simpatica ci fanno conoscere le loro specialità e in poco tempo ci raccontano gran parte della loro vita. Dopo aver consumato un aperitivo decidiamo di tornare per la cena. All’ora di cena, uscendo dall’albergo passiamo per il salone del ristorante-pizzeria che vediamo molto affollato. Evidentemente anche la cucina dell’albergo è invitante, ma con fastidio notiamo una gran confusione causata da pochi bambini vocianti e saltellanti che correndo urlano all’impazzata. Pensiamo di aver fatto bene a decidere di andare a cenare dalle due sorelle, vorremmo terminare la giornata in santa pace. Donatella ci offre una cena a base di pasta fresca fatta in casa davanti ai nostri occhi. Naturalmente non è mancato il ciauscolo umbro-marchigiano.
Domani ci aspetta una dura tappa, impegnativa non tanto per le difficoltà del percorso, ma soprattutto perché entreremo nella zona dove il terremoto ha lasciato ancora vive tutte le sue le ferite.
VIDEO 6° tappa: SIGILLO - COLFIORITO

