"Prologo"

Le motivazioni di un viaggio nelle terre francescane

Lo scorso anno, al termine del Cammino di San Benedetto, la guida Paolo Novellini mi anticipò che stavano studiando di realizzare il Cammino di San Francesco.
Infatti nel mese di gennaio nel sito di “Viaggireinbici” trovo la presentazione del nuovo itinerario. Non perdo tempo e telefono subito a Daniele, il coordinatore del gruppo, e ricevute tutte le informazioni prenoto immediatamente sia il tratto da Rieti ad Assisi che quello da Assisi ad Arezzo. Dieci giorni in sella alla bici che per me rappresentava la continuazione del cammino precedente.
Ho già spiegato le motivazioni che mi avevano spinto di pedalare sul Cammino di San Benedetto. Sono le medesime motivazioni che mi hanno fatto decidere di conoscere i sentieri percorsi dal fraticello d’Assisi che, al contrario del monaco di Montecassino, ha effettivamente camminato in lungo e largo per gli itinerari che vanno dall’Umbria, al Lazio, alla Toscana.
San Benedetto, infatti, non era un camminatore e nella sua “Regola” imponeva ai monaci di non lasciare mai il monastero, trascorrendo le giornate tra la preghiera e il lavoro. Il lavoro, manuale o intellettuale, favoriva l’autonomia di ogni monastero promuovendo una costante crescita e la sua importanza. Al contrario, Francesco privilegiava la povertà assoluta: non possedere nulla, vivere solo di elemosina e soprattutto vivere con la gente, tra la gente. Nella “Regola” francescana la figura più importante era il “frate cercatore”. Per Francesco valeva il principio: prima di tutto il buon esempio. Lui era il primo "cercatore" perché chi guida deve comportarsi meglio degli altri. Francesco era sempre in cammino e, tutto ciò che riceveva in dono lo divideva con i suoi fratelli e con tutti i bisognosi. Gli insegnamenti evangelici li rispettava alla lettera. Questa sua rigidità gli aveva procurato non poche difficoltà, ma la sua genuinità talvolta gli faceva superare la durezza dei precetti che si era dato. Favorì, infatti, Chiara e le sue compagne nell'istituzione dell'ordine delle "Clarisse", uno dei primi ordini religiosi aperti alle donne. Francesco, però, d'accordo con Chiara impose nella loro Regola un rigido regime di clausura, lontano dalla gente, proibendo loro l'apostolato e la predicazione. Una regola ben diversa da quella dei fraticelli della Porziuncola, di cui esigeva il massimo rispetto, e che non tralasciava mai di ricordare a Chiara. Lui era il primo a dare l’esempio rinunciando di fare visita a San Damiano, dove erano rifugiate le consoelle. Nei confronti del sesso femminile Francesco era figlio del suo tempo.
alt Benedetto da Norcia e Francesco d’Assisi sono stati due personaggi molto simili nella spiritualità, ma che hanno avuto un comportamento completamente diverso nella vita sociale e religiosa. Benedetto allontanandosi dal mondo aveva disciplinato la vita monastica con regole rigide impostate sulla preghiera e sul lavoro, senza rinunciare allo studio. Francesco è andato invece incontro al mondo, cercava le persone, si curava dei poveri e dei malati con carità e umiltà. Benedetto coltivava la natura, Francesco amava la natura per carpirne la letizia e la meraviglia. Benedetto aveva costruito una comunità chiusa fatta di persone, relazioni, compiti ben precisi che venivano svolti all’interno dei monasteri, Francesco andava e mandava i suoi fraticelli liberamente incontro alla gente, dai conventi francescani si entrava e si usciva liberamente. Due modi per incontrare Dio, uno lo trovava nel metodo e nell'impegno, l'altro nella gioia e nello stupore.
La cura che i seguaci di Benedetto dedicavano ai loro monasteri e al lavoro ben presto ne aumentava la loro importanza e il loro prestigio, diventando un punto di riferimento anche per le popolazioni civili oltre che un centro culturale per la ricerca e lo studio dei vecchi manoscritti. Non solo preghiera e lavoro, ma anche lo studio era promosso tra i monaci. Francesco, invece, aveva impostato la sua regola con l’impronta della massima povertà. I fraticelli potevano avere al massimo un rifugio fatto di frasche, nessun tipo di abitazione civile era loro consentito e nessun luogo di culto di un certo prestigio. I fraticelli non dovevano possedere nulla, oltre alla loro tonaca fatta di tessuto povero. Francesco proibiva anche il possesso dei libri perché diceva che poteva distrarre dalla preghiera e condizionare la vita dei fraticelli. I libri erano proibiti anche, e soprattutto, per i loro costi elevati. Prima dell’invenzione della stampa, infatti, i libri erano costituiti da preziose miniature scritti interamente a mano: i libri erano rari e costosi, un lusso non accettato da Francesco. Famoso è l’episodio della povera mamma a cui Francesco ha voluto regalare l'unico libro da loro posseduto (che i fraticelli usavano per le preghiere) perché lo potesse vendere e ricavare il necessario per i suoi figli. Un altro episodio che testimonia la rigidità di Francesco è quello che, venuto a sapere che a Bologna i francecani avevano costruito una loro abitazione in muratura, rinunciò di visitare quella città, facendo sapere ai frati di disfarsi subito della loro comoda casa.
Erano entrambi erano originari dell'Umbria: Benedetto era nato a Norcia nel 480 e Francesco ad Assisi nel 1226. Tutti e due hanno operato contro la corruzione del mondo e all'interno della Chiesa, scegliendo la via della fede. Hanno fondato due ordini monastici che, dagli eremi sparsi negli Appennini, hanno diffuso la loro idea di pace in tutto il mondo. Due modelli di vita che per l’esempio che hanno lasciato ai posteri sono stati riconosciuti l’uno “Patrono d’Europa” e l’altro “Patrono d’Italia”.
A volte si contrappone la severità dell’ascetica monastica benedettina alla letizia francescana, come se san Benedetto e san Francesco fossero due universi paralleli. Un punto in comune unisce, però, due personaggi così diversi. Nella tradizione monastica il lavoro era considerato come uno dei mezzi con cui l’uomo può vincere l’ozio. Benedetto ha voluto sintetizzare il suo ideale nell’espressione “ora et labora”. Prima di morire anche Francesco, nel dettare il suo testamento, volle raccomandare ai frati di lavorare per scacciare l’ozio, fu proprio lui che dopo aver detto di non voler richiamarsi a nessuna "regola" precedente, adottò uno dei punti centrali dell’esperienza benedettina.
Proprio quell’insegnamento che rese i monaci benedettini capaci di costruire l’Europa “rendendo il quotidiano eroico e l’eroico quotidiano” (Giovanni Paolo II) illuminò i frati francescani in un lavoro costante nella loro missione evangelica di pace.
Sono due figure che, oltre agli insegnamenti religiosi, hanno avuto una grande importanza per gli aspetti sociali e civili che li hanno caratterizzati. Gran parte delle regioni appenniniche hanno risentito dell’opera dei due personaggi. Non c’è nessuna zona dove non ci sia un Monastero benedettino o un Convento francescano. Due ordini religiosi che hanno avuto un ruolo importante nella vita sociale, supplendo molto spesso alle manchevolezze delle autorità costituite e prendendo iniziative a favore delle popolazioni. Un’opera intensa che ha avuto il merito di influire notevolmente anche nel campo artistico e architettonico sia della penisola che dell’intera Europa.
Più volte ho attraversato i territori dove essi hanno operato, conosco molte strutture benedettine e francescane e da molto tempo avevo in programma di fare un’esperienza cicloturistica in quei luoghi. Apprezzando l’organizzazione e la serietà dei miei amici di “Viaggiareinbici”, ho accantonato l’idea di un mio progetto personale; in bici è sempre meglio viaggiare in compagnia.
Lo scorso anno ho pedalato con loro sul Cammino di San Benedetto, quest’anno ho deciso di fare con loro il Cammino di San Francesco.

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L’appuntamento con le guide Paolo e Danilo e con gli altri partecipanti era stabilito a Rieti, alle ore 11.00 di Venerdì 19 maggio.
Decido di andare a Rieti con il treno per abbinare il cammino in bici ad uno dei più suggestivi viaggi lungo l’Appenino, partendo dalla costa Adriatica fino a Rieti, attraversando la dorsale appenninica dell'Italia Centrale. A Roseto degli Abruzzi fermano solo i treni regionali e, per arrivare nella città “ombelico d’Italia", l’intero viaggio su rotaia si può fare solo con treni secondari delle Ferrovie dello Stato. Da Sulmona a L’Aquila fino in terra Sabina la linea non è elettrizzata, il collegamento viene effettuato con motrici diesel e vagoni di sola 2° classe. Sembra un viaggio di altri tempi, ma è proprio questo il fascino di percorsi che solo chi non è oberato da impegni e da obblighi di orario, può compiere.
Non è la prima volta che utilizzo treni secondari per viaggiare. Apprezzo la lentezza e mi piace anche la precarietà di questi viaggi. Utilizzare i treni secondari ci consente di conoscere una realtà completamente sconosciuta nelle grandi città. Recentemente sono rientrato a Roseto da Roma in treno. Un altro viaggio romantico durato oltre 6 ore, attraversando luoghi che si possono raggiungere solo con il treno e che oggi si può affrontare solo per curiosità da parte di coloro che gradiscono il turismo lento. Panorami meravigliosi e piccoli paesi in via di spopolamento che devono la loro sopravvivenza alla stazione ferroviaria ancora in funzione. Sono stazioncine che ricordano Totò nel film “Destinazione Piovarolo”. Questa mia predilezione è dettata dalla curiosità di conoscere sempre più e sempre meglio l’Italia appenninica, l'Italia minore. Sarà perché, nato nelle Marche, cresciuto a Roma e invecchiato in Abruzzo, che mi considero un esemplare .....appenninico. Sono legato a queste montagne che ho conosciuto fin da quando ero bambino e mi capitava spesso di attraversarle. Allora erano spoglie e popolose, ora le scopro sempre più verdi, ma abbandonate. Più che verdi le trovo selvagge: la natura si sta riprendendo ciò che l’uomo sta abbandonando. In questo senso ho più fiducia nella natura che nell’uomo, che di danni ne ha causati fin troppi.
Sono località che conosco bene per averle frequentate molto. La linea ferroviaria attraversa zone impervie non raggiungibili con altri mezzi di locomozione. Mi piace viaggiare in treno per questi posti impenetrabili e, di solito, guardo spesso dal finestrino come un bambino curioso.
Il viaggio per raggiungere Rieti in treno attraversa l'Appenino centrale. Partendo da Roseto degli Abruzzi si arriva a Pescara costeggiando la costa adriatica. Da Pescara si lascia il mare per inoltrarci decisamente verso le montagne con un itinerario trasversale da est verso ovest. A Sulmona inizia la vera tratta appenninica con panorami stupendi che, nonostante li abbia ammirati numerose volte, mi affascinano sempre. Lasciata Sulmona si passa vicino a Corfinio, l’antica capitale italica, per poi attraversare la Riserva naturale Gole di S. Venanzio dove si può osservare uno degli ultimi lembi di bosco fluviale ben conservato. Dopo Raiano la linea ferrata condivide le Gole di san Venanzio con il corso del fiume Aterno e con la via consolare Tiburtina-Valeria. Dopo L’Aquila il treno si arrampica per Sella di Corno, al confine tra Abruzzo e Lazio, a 1005 metri di altitudine prima di scendere verso Antrodoco e, costeggiango il fiume Velino, si arriva a Rieti. E’ un lungo tragitto per valli e monti, lungo fiumi e torrenti, tra fitti boschi con tratti spogli e desolati. Uno scenario sempre mutevole.
Per trovarmi puntuale all’appuntamento parto il giorno precedente e arrivo a Rieti nel tardo pomeriggio per darmi il tempo di passeggiare un po' per la città che ho attraversato molte volte, ma che non ho mai visitato. Quando da giovane passavo per Rieti mi è rimasto sempre impresso il lungo viale di accesso dal dolce profumo di tiglio, che allieta l’aria durante tutto il mese di maggio. Debbo confessare che è proprio nel ricordo di quei tigli che nel mio giardino da oltre 30 anni un tiglio fa bella mostra di sé e nel mese di maggio inonda l'aria del suo dolce profumo.
Rieti crebbe di importanza grazie ai Sabini ed ha avuto da sempre forti legami con Roma. La vicenda più conosciuta è stato il “ratto delle Sabine”, ma Rieti ha dato anche due dei sette re di Roma (Numa Pompilio e Anco Marzio). L’antico nome della città era “Reate” e, secondo la leggenda, prenderebbe il nome da Rea Silvia, madre di Romolo e Remo, che lì fu sepolta viva. Ai romani si deve la bonifica della pianura reatina, a Rieti passa una delle strade consolari romane: la Salaria, che collega la città eterna con la costa Adriatica. Il toponimo non va inteso come “strada del sale” come viene comunemente intesa, ma come “strada che unisce i due mari”, cioè la costa tirrenica con quella adriatica. Non era infatti necessario trasportare il sale da una costa all’altra, perché entrambe erano ricche di saline. Una via consolare che attraverso le Gole del Velino e quelle del Tronto i romani utilizzavano per scopi commerciali e militari.
Le strade consolari furono lo strumento principale dell’espansione dell’Impero Romano. Con la caduta dell’Impero e la scomparsa di un’autorità centrale la viabilità venne a perdere di importanza. I piccoli ducati e signorie locali vedevano le grandi arterie come una minaccia alla loro autonomia e, per meglio difendersi, iniziarono una sistematica distruzione di queste opere di grande ingegneria che, con il tempo si ridussero a veri e propri sentieri o mulattiere. Le vecchie strade tornarono lentamente a fiorire solo dopo l’anno mille e, soprattutto dopo l’istituzione del Giubileo del 1300 fatta da papa Bonifacio VIII.
Anche l’attuale Via Salaria, come accaduto per tutte le altre antiche strade, non rispecchia il vecchio tracciato romano. Dopo molti secoli di oblio, nella loro ricostruzione era stato cancellato il ricordo di quale fosse il tracciato originario. Pur mantenendo il loro nome le odierne strade statali che si irradiano da Roma hanno un percorso in molti tratti completamente diverso da quello primitivo.
Rieti sorge nel punto in cui si intersecano gli assi verticale e perpendicolare della nostra penisola, risultando il centro geografico d’Italia. I romani la chiamavano “Umbilicus Italie”, come cita una lapide nella piazza San Rufo, nel centro storico della città.
E’ ricca di antichità romane e di cimeli medievali: torri e mura di cinta decisamente “guelfi”, compreso il palazzo papale che vide la presenza di diversi pontefici.
Scendendo dal treno devo attraversare l’intera città per arrivare all’Hotel Cavour, dove alloggeremo nei primi due giorni del "cammino". Salgo verso Piazza Vittorio Emanuele e scendo per Via Roma attraversando il Ponte Romano. Poco distante si trova l’albergo, proprio sulla riva del fiume Velino.
alt La sera passeggio per la città alla ricerca di un buon posto per cenare. Come al solito non chiedo informazioni, ma vado a …..fiuto. Entro al ristorante “Le Tre Porte” dove mangio un’ottima “amatriciana” cucinata a vista davanti ai miei occhi. A volte, ma non sempre, l’intuito mi premia. Oltre al nome mi aveva colpito vedere esposti nel locale diversi prodotti agricoli vicino ad alcuni libri e gigantografie turistiche. Al piano di sopra era ubicata la ristorazione. Un’osteria tipica reatina, birreria, e caffetteria, dove la cucina e la sala sono separati da un’ampia e moderna vetrata che permette di vedere l’operato dei cuochi. Un centro culturale ed enogastronomico che vuole abbinare cibo, turismo e cultura, gestito dalla Cooperativa sociale “Campagna Sabina”. Il nome "Le tre porte" deriva dall’accesso all'antica città romana, assicurato da tre ingressi: porta Romana, porta Quintia e porta Herculea. Sono sempre attratto dall’accostamento di aspetti culturali con tutto ciò che è ludico, sportivo o sociale. Alle “Tre Porte” mi sono trovato molto bene, quando ripasserò per Rieti ritornerò certamente in questo locale.
La mattina del 28 maggio ho tutto il tempo di preparami per la prima tappa. Approfitto per fare un altro piccolo giro per la città. Ho appreso dal telegiornale che proprio oggi ha ripreso le pubblicazioni il quotidiano “L’Unità” e, pur essendo stato sempre critico nei confronti del comunismo, non posso mancare di acquistare la prima ri-edizione dello storico giornale fondato da Antonio Gramsci. Ho sempre apprezzato la serietà e l’onesta intellettuale del politico, filosofo, linguista e critico letterario sardo che, rinunciando ad un esilio tranquillo e sicuro, decise di rientrare in Italia. Fu ben presto perseguitato dalla polizia e finì i suoi giorni nelle carceri fasciste. Il giornale "L'Unità" rappresenta una parte importante del nostro passato, tutto ciò che riguarda la storia mi ha sempre interessato. Ho comprato questa riedizione per metterla insieme ai miei libri e documenti storici. Le mie idee sono assolutamente di sinistra e, al contrario di quanto qualcuno ha voluto malignamente insinuare (per becera propagana) essere di sinistra, così come antifascista, non significa esere comunista. Si può, anzi, affermare, che la presenza degli altri partiti di sinistra è servito come baluardo contro l'espansione del comunismo. Ciò vale soprattutto in Italia, che pur avendo avuto il più forte partito comunista europeo, ha visto operare un ampio e valido schieramento di sinistra (socialdemocratico, liberal-democratico, repubblicano e radicale) che, oltre a svolgere un ruolo fondamentale nella lotta di liberazione, ha contribuito a elaborare la Costituzione Italiana. Quella Costituzione tanto bistrattata da qualcuno, ma che pochi conoscono e ne comprendono: gli indirizzi, i compiti e gli equilibri (i famosi "contrappesi"). Una Costituzione che, dopo circa 80 anni, dimostra ancora tutta la sua modernità e la sua validità.
In un momento dove l’Italia era stata dilaniata da una sanguinosa guerra civile e invasa da forze straniere, un manipolo di persone illuminate sono emerse dalle macerie per gettare le basi di uno Stato democratico, riuscendo ad inserire la nuova Repubblica tra le nazioni sviluppate, schierandola nel blocco occidentale. Tra i partiti che hanno contribuito alla rinascita della nazione non si può nascondere che c'era anche il P.C.I. verso il quale non sono mai andate le mie preferenze, ma posso dire che ha svolto il suo ruolo democratico, unitamente a tutti i partiti dell'arco costituzionale. Nella storia dei partiti di sinistra l’esperienza della “Costituente” ha rappresentato un momento fulgido e possiamo dire ancora oggi di goderne i benefici con un regime democratico ormai solido e ben radicato, garantendo sviluppo e libertà. Posso dirlo per averlo verificato personalmente nella mia vita civile e professionale. Nato durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, sono cresciuto nel dopoguerra e ho avuto la fortuna di essere testimone di un lungo periodo di pace e prosperità come l'Italia non aveva mai beneficiato. Quella pace e prosperità che, per varie cause, in questi utimi tempi sono messi in pericolo.
Ho conosciuto in prima persona quel periodo chiamato “boom economico” che, grazie a scelte lungimiranti decise dai partiti politici con l'ausilio del movimento sindacale, ha visto nascere lo “stato sociale” che ha consentito a tanti cittadini e, soprattutto a tanti giovani della mia generazione, di avvalersi dell’ascensore sociale che li ha portati da una situazione familiare precaria ad una condizione più favorevole.
La Costituzione Italiana stabilisce che “i cittadini hanno diritto di associarsi in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (art. 49 della Costituzione). Lo scopo della Costituzione era soprattutto quello di favorire l’intervento dei cittadini nella politica attraverso i partiti che dovevano avere un ruolo di mediazione, di filtro, di controllo e di indirizzo istituzionale. La forma partitica, voluta fortemente dai padri costituenti, aveva lo scopo di evitare il rischio di tornare ad un regime autoriatario.
Le vicende di tangentopoli, però, hanno visto la trasformazione del panorama politico italiano. E' iniziato un periodo di decadimento della vita politica nazionale con la crisi dei partiti tradizionali, proprio quelli che nell’immediato dopoguerra avevano elaborato la Costituzione con un indirizzo fortemente democratico e antifascista.
Nell’intento di contenere il malcostume emerso da “tangentopoli”, nel 1993 si arrivò all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti con disposizioni che tendevano alla democraticità e a una maggiore trasparenza. Il risultato di questa trasformazione è stata chiamata “seconda Repubblica”, ma in effetti non è altro che la continuazione della solita politica privilegiando, però, la figura di un capo carismatico (di un "leader") e con un massiccio intervento di interessi privati. Da allora la politica è stata finanziata con la destinazione volontaria del 2 per mille da parte dei cittadini e, soprattutto, con donazioni private. Ma forse è proprio questo l’aspetto più problematico perché in tale maniera si sono aperte le porte ai movimenti lobbistici, senza eliminare la tendenza al clientelismo: perché tramite i finanziamenti privati, i partiti diventano mandatari di chi può pagare e disponibili a sostenerne le relative esigenze, a danno degli interessi generali. La tendenza a personalizzare la politica contro la cosiddetta "partitocrazia" ha favorito la figura dell'uomo forte, venendo meno il principo di democrazia rappresentativa stabilita dalla Costituzione. E’ sempre più diffuso (soprattutto da parte dei partiti di destra) il concetto di dare più potere al popolo con la nomina “diretta” delle figure istituzionali rinunciando, in tal modo, alla democrazia “delegata” che la Costituzione aveva assegnato al Parlamento eletto dal popolo.
E' subentrato quel fenomeno che viene chiamato "populismo", che ha un velato richiamo al popolo, ma in effetti ricorda molto il "qualunquismo" dell'immediato dopoguerra, anche se in forme diverse. Hanno avuto origine nuove forme movimentiste quali: il leghismo, il berlusconismo, il dipietrismo, il grillismo tutte unite da una sorta di antipolitica. Lo slogan che che unisce tutti i "populismi" è: “non c’è nessuna differenza tra i partiti di destra e quelli della sinistra”, ciò che conta sono le caratteristiche e il carisma del "leader". E’ stato completamente cancellato il ruolo di mediazione e filtro che dovrebbero esercitare i partiti politici nel Paese e nel Parlamento. La mancanza di una struttura organizzata come quella dei partiti ha fatto venir meno anche le diverse “scuole di politica" aprendo la strada ai tanti avventurieri disponibili a “metterci la faccia”. Volendo eliminare i politici di “professione” sono venuti meno anche gli ideali, le ideologie e, purtroppo sono venute meno anche le idee.
La toppa è stata peggiore del buco. Si è voluto sanare la degenerazione delle istituzioni con una sorta di personalizzazione, alla ricerca dell’uomo migliore: il classico "uomo solo al comando", ipotizzando che il singolo sia meno corruttibile dei partiti. In sostanza i politici della cosiddetta “Seconda Repubblica” criticando l'anomalia dei vecchi partiti, hanno privatizzato la politica senza, però, risolvere il fenomeno della corruzione. Le tangenti e i conflitti d’interesse continuano tranquillamente a prosperare.
Giustificato dall'eccessivo debito pubblico, lo “stato sociale” è stato in gran parte smantellato con un incessante processo di esternalizzazione dei servizi generali verso imprese private, senza fare nulla per alleviare la sempre più precaria situazione dei ceti meno abbienti. Con l’intento di favorire la crescita economica sono stati facilitati appalti e subappalti sia nei lavori pubblici che nei contratti privati con l’inevitabile conseguenza di ridurre la sicurezza sul lavoro e favorire ogni tipo di abusivismo lavorativo.
La privatizzazione generalizzata, motivata dall’efficientismo e dal contenimento della spesa, in effetti ha avuto come conseguenza la penalizzazione nel campo dei servizi pubblici di interesse collettivo quali: sanità, previdenza, istruzione e protezione sociale. In gran parte sono stati privatizzati bisogni primari e messi in regime di libero mercato, sottraendo gli oneri a carico della fiscalità mettendoli a carico del singolo cittadino favorendo, in tal modo, i ceti a più alto reddito. Lo scopo di ridurre la spesa pubblica non è stato, però, raggiunto perché la spesa è continuata ad aumentare, insieme alla riduzione del potere d'acquisto dei salariati. Decisioni prese in contraddizione con quanto previsto all'art. 3 della Costituzione Italiana: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge …..E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini”. Si è fatta avanti l’illusione che le liberalizzazioni potessero garantire la libera scelta dei cittadini. Ma un cittadino che non ha le garanzie sufficienti per vivere dignitosamente non ha nemmeno la libertà di scegliere.
Le idee e i principi della politica a favore della solidarietà e contro le diseguaglianze sembrano che non siano più di moda. Una deriva favorita dalla demagogia delle "destre" e dalle divisioni, che fin dal 1921, hanno causato continue scissioni tra i partiti di sinistra. Purtroppo c’è sempre a sinistra qualcuno che vuole essere più saccente e stare ancora più a sinistra. Recenti leggi liberticide sul lavoro hanno provocato anche la crisi del movimento sindacale, lasciando le fasce più deboli della cittadinanza, soprattutto i giovani lavoratori, senza le opportune protezioni, dimenticando che nel rapporto tra le imprese e i lavoratori, l'imprenditore è sempre la parte più forte.
La cooperazione, la fratellanza, la solidarietà, l'umiltà e la semplicità francescana, che resiste da secoli, non ha fatto certamente scuola. Si dice che la storia dovrebbe essere maestra di vita, ma non è sempre vero!

maggio 2023