Con la sorpresa fattaci da Paolo e l’inaspettata salita al Monte Amiata ci siamo ripresi dalla delusione di non aver affrontato la salita di Radicofani.
Alla solita ora la mattina del 13 settembre siamo tutti pronti nel garage dell’albergo per riprendere le nostre bici e partire per la nuova tappa. Dopo aver attraversata la Toscana da nord a sud, con cinque tappe meravigliose e tutte interessanti, oggi lasciamo la regione di Dante, Giotto, Michelangelo, Macchiavelli, Leonardo, Galileo (e mi fermo qui…) per entrare nella terra che ha visto l’origine dell’Impero Romano a cui ha fatto seguito la Roma dei Papi. Per me già solo questo aspetto storico dà il significato alla “nostra” Via Francigena, considero questo tratto della Via Francigena come il simbolo di tutti i cammini d'Italia. Ci vorrebbero pagine e pagine per descrivere quello che rappresenta l’ultimo (ma può essere considerato anche il primo) segmento della Via Francigena di Sigerico. Storia, arte, cultura: gran parte dell’Italia è concentrata in queste due regioni.
Attraversiamo l’abitato di Abbadia S. Salvatore e prendiamo la Strada del Monte Amiata verso Piancastagnaio. La strada è circondata da boschi di castagno, che danno nome al paese, la cui Sagra, chiamata il “Crastatone”, si tiene ogni anno il 31 ottobre. Lasciamo alle nostre spalle la sagoma del Monte Amiata che ci accompagnerà a distanza per quasi l’intera tappa. Passiamo dagli 842 metri di Abbadia ai 780 metri di Piancastagnaio fermandoci di fronte alla porta principale della Rocca Aldobrandesca. Le nostre guide ci concedono un po' di tempo per fare un rapido giro all’interno del centro storico. Varcata la porta ci inoltriamo negli stretti vicoli del borgo che portano nella parte bassa del paese. Le strade del centro storico sono ancora imbandierate con gli stendardi del Palio che si tiene ogni anno il 18 agosto con la partecipazione delle quattro Contrade: Borgo, Stretto, Voltaia e Castello che si contengono il “cencio”. Dopo la sfilata dei rappresentanti delle Contrade nei costumi medievali, il Palio di si svolge allo stadio comunale con i fantini che corrono “a pelo” su cavalli senza sella.
Anche Piancastagnaio è terra di minatori dove era in funzione quella che fu la prima miniera di cinabro dell’Amiata, la Miniera del Siele, ubicata all’interno della Riserva Naturale del Pigelletto. A testimonianza di ciò oggi è stato ricostruito un Villaggio Minerario aperto al pubblico, mentre di fronte alla Rocca è stato realizzato un monumento al minatore con i suoi strumenti di lavoro.
Dopo la sosta e il giro per i vicoli del borgo, riprendiamo il nostro percorso. All’uscita di Piancastagnaio inizia una lunga e ripida discesa da dove si spazia per tutta la Valle del fiume Paglia. Da lontano si può ammirare l’inconfondibile profilo di Radicofani e del suo castello. Al termine della discesa attraversiamo il confine tra la Toscana e il Lazio per arrivare a Proceno dominato dal Castello medievale, che svetta tra i tetti delle case costruite con i tipici mattoni di tufo. Altre volte con “Viaggiareinbici” abbiamo fatto tappa a Proceno e alloggiato nell’albergo diffuso del Castello di proprietà della famiglia Cecchini, all’interno del quale è stato realizzato un museo visitabile su prenotazione. E’ stato ricostruito un tipico ambiente castellano con gli attrezzi e gli strumenti dell’epoca per il lavoro quotidiano e per il passatempo. Non mancano le armi antiche: pistole, moschetti e balestre. Il ceppo del boia con l’ascia testimonia il potere che il “signore” aveva sul territorio. La torre centrale, il Mastio, è protetto da un ponte levatoio perché all’interno del castello tutto era finalizzato alla tutela e difesa degli abitanti.
L’indisponibilità dell’albergo ha costretto gli organizzatori a modificare il percorso deviando per Abbadia S. Salvatore. Proceno è un tipico borgo medievale, ma ha origini etrusche e si racconta che sia stata fondata da re Porsenna nel VI secolo a.c. Sulla piazza principale di fronte al Comune di Proceno, c’è il cinquecentesco Palazzo Sforza costruito dal cardinale Guido Ascanio Sforza. Numerosi sono gli edifici medievali che offrono al visitatore il fascino particolare del borgo antico.
Si racconta che Galileo Galilei, ormai vecchio e malato, nel 1633 trovò ospitalità presso la Rocca quando dovette andare a Roma per sottoporsi al processo per le sue teorie copernicane. Durante il viaggio fu costretto ad una sosta per la quarantena imposta dalle autorità a causa di un’epidemia di peste, ma è più probabile che la sua lettiga fu fermata presso la dogana al confine con lo Stato Pontificio. Nella vicina località di Centeno l’edificio della Dogana Pontificia è ancora esistente, mentre l’antica stazione di posta ospita ora un ristorante dove una targa commemorativa ricorda il soggiorno del grande scienziato, nella cui iscrizione si legge: “In Memoria / di Galileo Galilei/ (1564-1642)/ rinnovatore della scienza / che obbligato dalla inquisizione a presentarsi a Roma, / dovette soggiornare in questo umile luogo / “i giorni della sua contumacia e quarantena”/ dal 23 gennaio al 10 febbraio 1633 / a causa della epidemia di peste presente in Toscana”.
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La condanna, l'abiura e la riabilitazione
Durante gli interrogatori di fronte al Sant’Uffizio, Galileo cercò di difendersi dall’accusa di aver avvalorato la teoria eliocentrica copernicana nella sua opera “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”. Nello spiegare le sue teorie, che erano state interpretate in contrasto con la teologia, Galileo ammette che la Sacra Scrittura non può mai mentire o ingannare, ma aggiunge subito che possono essere in errore i suoi interpreti o espositori in vari modi, il più grave dei quali è quando essi si fermano al puro significato letterale di essa. Data la necessità di una interpretazione più autentica della Bibbia, afferma lo scienziato, “mi pare nelle dispute di problemi naturali non si dovrebbe cominciare dalle autorità di luoghi delle Scritture, ma dalle sensate esperienze e dalle dimostrazioni necessarie”. Galileo, cioè, formula quel principio dell’autonomia dello studio della natura che diverrà uno dei cardini della ricerca scientifica moderna. E’ universalmente considerato l’inventore del “metodo scientifico” basato sulla sperimentazione.
Galileo fu obbligato a vestire il sanbenito (l’abito di penitenza), è condotto al convento domenicano di S. Maria sopra Minerva dove i cardinali e gli officiali del S. Uffizio sono riuniti in seduta plenaria. Ordinatogli di mettersi in ginocchio, ha inizio la lettura della sentenza di condanna. Il Sant’Uffizio fu irremovibile, gli fu proibita la stampa della sua opera, con la pena del carcere e la recita settimanale per tre anni dei sette salmi penitenziali. A Galileo non resta che obbedire e, sempre in ginocchio, legge la formula di abiura che gli è presentata: “Io Galileo Galilei sodetto ho abiurato, giurato, promesso e mi sono obligato come sopra; e in fede del vero, di mia propria mano ho sottoscritta la presente cedola di mia abiurazione e recitatala di parola in parola, in Roma, nel Convento della Minerva, questo dì 22 giugno 1633. Io Galileo Galilei ho abiurato come di sopra, mano propria”.
La condanna le fu alleviata a causa delle sue condizioni fisiche, ma soprattutto per l’intervento dell’Ambasciatore di Toscana Niccolini, che riuscì a convincere il Papa a riservare allo scienziato un trattamento più clemente. A seguito di tale concessione Galileo per alcuni mesi fu agli arresti domiciliari nel Palazzo dell’Ambasciatore a Trinità dei Monti. Successivamente Urbano VIII gli permise di trasferirsi a Siena nella casa dell’Arcivescovo Ascanio Piccolomini. Nonostante che Galileo era ormai famoso in tutta Europa, conosciuto come fisico, matematico, astronomo ed essendo filosofo primario del Granduca di Toscana, godeva pubblicamente la fiducia e l’appoggio dei Medici, ciò nonostante i travagli e gli spostamenti dello scienziato non erano finiti, perché poco tempo dopo il Papa, in seguito ad una lettera anonima, per mettere fine alle dotte discussioni scientifiche che Galileo continuava a tenere con l’Arcivescovo, gli ordinò di ritirarsi nella sua villa di Arcetri vicino Firenze, con l’obbligo di ricevere soltanto le visite autorizzare dei familiari. Tuttavia, la Chiesa ammetteva da tempo che un condannato o un penitente potesse passare la sua pena ad altri, nel caso fossero disposti ad attuarla al suo posto. Fu la figlia Maria Celesta, suora di clausura, che si incaricò di recitare i salmi penitenziali in nome del padre.
«E pur si muove!»
Sono le parole che innumerevoli autori dei secoli successivi, nel ricostruire la vicenda del processo, affermano che Galileo avrebbe esclamato subito dopo la sua forzata abiura dell'eliocentrismo. In realtà non esistono testimonianze dirette che Galileo abbia mai pronunciato questa frase. Non dobbiamo stupirci perché la storia è piena di leggende e di episodi tramandati per “sentito dire”.
Ci sono voluti 350 anni per la riabilitazione di Galileo da parte della Chiesa Cattolica. Il 10 novembre 1979 papa Giovanni Paolo II autorizza la istituzione di un’apposita Commissione di studio (la “Pontificia Accademia delle Scienze”) affinché venga approfondito da “teologi, scienziati e storici, animati da uno spirito di sincera collaborazione, ….. nel leale riconoscimento dei torti, da qualunque parte provengano” per rimuovere “le diffidenze che quel caso tuttora frappone, nella mente di molti, alla fruttuosa concordia tra scienza e fede”. Dopo oltre 11 anni dall’inizio dei lavori e 359 anni dopo la condanna di Galileo, nella relazione finale della commissione di studio datata 31 ottobre 1992, il cardinale Poupard scrive che la condanna del 1633 “fu ingiusta”, per un’indebita commistione di teologia e cosmologia pseudo-scientifica, e arretrata, anche se viene giustificata dal fatto che Galileo sosteneva una teoria radicalmente rivoluzionaria senza fornire adeguate prove scientifiche sufficienti a permettere l’approvazione delle sue tesi da parte della Chiesa.
Insomma: assolto, ma con qualche sua colpa..…
Nell’approvare la relazione della Pontificia Accademia, interessante è anche il pensiero di papa Vojtyla quando sostiene che la scienza nuova, con i suoi metodi e la libertà di ricerca che essi suppongono, obbligava i teologi a interrogarsi sui loro criteri di interpretazione della Scrittura. La maggior parte non seppe farlo, dice il papa. In avvenire, non si potrà non tener conto delle conclusioni della Commissione. Il pastore deve mostrarsi pronto a un’autentica audacia, evitando il duplice scoglio dell’atteggiamento incerto e del giudizio affrettato, potendo l’uno e l’altro fare molto male. Il pontefice, ricordando che Galileo Galilei è stato il padre della fisica moderna, ha anche affermato che è necessario lo sviluppo armonioso della scienza e della fede, esprimendo che così come la religione esige libertà religiosa, la scienza esige libertà di ricerca. Certuni, preoccupati di difendere la fede, pensarono che si dovessero rigettare conclusioni storiche seriamente fondate. Fu quella una decisione affrettata e infelice. È un dovere per i teologi tenersi regolarmente informati sulle acquisizioni scientifiche per esaminare, all’occorrenza, se è il caso o meno di tenerne conto nella loro riflessione o di operare delle revisioni nel loro insegnamento. Nella condanna alle teorie galileiane la maggioranza dei teologi non percepiva la distinzione formale tra la Sacra Scrittura e la sua interpretazione, il che li condusse a trasporre indebitamente nel campo della dottrina della fede una questione di fatto appartenente alla ricerca scientifica. Giovanni Paolo II afferma, inoltre, che la saggezza e lo stesso rispetto della Parola divina avevano già guidato sant’Agostino a scrivere: “Se a una ragione evidentissima e sicura si cercasse di contrapporre l’autorità delle Sacre Scritture, chi fa questo non comprende e oppone alla verità non il senso genuino delle Scritture, che non è riuscito a penetrare, ma il proprio pensiero, vale a dire non ciò che ha trovato nelle Scritture, ma ciò che ha trovato in sé stesso, come se fosse in esse.” Esistono due campi del sapere, quello che ha la sua fonte nella Rivelazione e quello che la ragione può scoprire con le sole sue forze. A quest’ultimo appartengono le scienze sperimentali e la filosofia. Secondo il papa la distinzione tra i due campi del sapere non deve essere intesa come una opposizione. I due settori non sono del tutto estranei l’uno all’altro, ma hanno punti di incontro. Le metodologie proprie di ciascuno permettono di mettere in evidenza aspetti diversi della realtà. La serietà dell’informazione scientifica sarà così il miglior contributo che l’Accademia potrà apportare all’esatta formulazione e alla soluzione degli assillanti problemi ai quali la Chiesa, in virtù della sua specifica missione, ha il dovere di prestare attenzione: problemi che non concernono più soltanto l’astronomia, la fisica e la matematica, ma ugualmente discipline relativamente nuove come la biologia e la biogenetica. Molte scoperte scientifiche recenti e le loro possibili applicazioni hanno un’incidenza più che mai diretta sull’uomo stesso, sul suo pensiero e la sua azione, al punto da sembrar minacciare i fondamenti stessi dell’umano. Ma si osserva – continua il pontefice - che lo sviluppo non è uniforme e rettilineo, e che il progresso non è sempre armonioso. Ciò rende palese il disordine che segna la condizione umana. L’uomo di scienza, che prende coscienza di questo duplice sviluppo e ne tiene conto, contribuisce al ristabilimento dell’armonia. Chi si impegna nella ricerca scientifica e tecnica ammette come presupposto del suo itinerario che il mondo non è un caos, ma un “cosmos”, ossia che c’è un ordine e ci sono delle leggi naturali, che si lasciano apprendere e pensare, e che hanno pertanto una certa affinità con lo spirito.
Come chiaramente affermato dalla massima autorità della Chiesa: “In avvenire, non si potrà non tener conto delle conclusioni della Commissione ..... La religione esige libertà religiosa, la scienza esige libertà di ricerca ...... La distinzione tra i due campi del sapere non deve essere intesa come una opposizione.”
Per quanto riguarda l’abiura fatta dallo scienziato alle sue idee, diverse sono state le interpretazioni nel corso della storia. A prescindere dalle critiche o dall’approvazione per aver rinnegato le sue tesi scientifiche, rimane il fatto che Galilei poteva permettersi di pensare: “io ho firmato il documento, sono salvo e posso proseguire i miei studi, però la verità da me sostenuta continua ad essere vera: la Terra continua a muoversi con o senza di me!”
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Dopo una breve sosta nel borgo di Proceno proseguiamo scendendo verso il corso del Paglia e costeggiando il fiume saliamo ad Acquapendente percorrendo un breve tratto della via Cassia. Acquapendente deve il suo nome al fatto di essere situata nei pressi di numerose piccole cascatelle che confluiscono nel fiume. Con la donazione dei beni di Matilde di Canossa al papa, Acquapendente entrò a far parte dello Stato della Chiesa.
Ci fermiamo sulla piazza del municipio con al centro una imponente statua che raffigura Girolamo Fabrici, medico, anatomista e fisiologo. Dopo la sosta per il pranzo si prosegue per le strade del centro arrivando alla Cattedrale chiamata del Santo Sepolcro perché vi è conservata quella che viene considerata la più antica copia del Sepolcro di Gerusalemme che risale al X secolo. All’interno è custodita una pietra, che si dice portata fin lì dai crociati e bagnata dal sangue di Cristo. Per questo Acquapendente viene chiamata la “Gerusalemme d’Europa” e ancora oggi è un’importante tappa del pellegrinaggio lungo la via Francigena.
All’interno della chiesa vengono conservati ogni anno i “Pugnaloni” che sono mosaici composti da fiori e foglie. Le diverse associazioni operanti nella città realizzano queste strutture in legno per la Festa dei Pugnaloni che si effettua nella terza domenica di maggio e che rimangono esposte nella chiesa fino all’anno successivo. È una delle più antiche celebrazioni folcloristiche della Tuscia e in origine era anche chiamata festa di Mezzomaggio.
La Tuscia era il territorio abitato dai Tusci (ovvero gli Etruschi). Comprende in gran parte il territorio dell’Etruria e si estende su 3 regioni: Toscana (Tuscia longobarda), Umbria (Tuscia ducale) e Lazio (Tuscia romana. La Tuscia ha una storia millenaria ed è segnata dalla presenza del tufo e del peperino delle rupi sulle quali vennero costruiti castelli, paesi e fortezze. Le colline e i monti che coprono la Tuscia sono formate da vulcani spenti e i loro crateri sono diventati laghi: Trasimeno, Bolsena, Vico, Bracciano, Martignano. La Tuscia Langobardorum venne separata dal cuneo costituito dal “Corridoio Bizantino”, un territorio che consentiva, non sempre agevolmente, il collegamento dell’Esarcato tra Roma e Ravena. Il Corridoio, che si estendeva totalmente all’interno dei ducati longobardi, era difeso da numerose fortezze bizantine come Todi, Amelia ed Orte oltre a diverse “Castra” tra cui Bomarzo, Sutri e Blera. La Tuscia fu teatro delle dispute tra i Longobardi e i Carolingi con il prevalere di questi ultimi che, convertiti al cristianesimo divennero i difensori dello Stato della Chiesa.
La caratteristica principale della Tuscia è data dal suo paesaggio e dal suo aspetto del colore bruno della roccia tufacea, macchiato sesso dal grigio peperino. I centri storici disseminati lungo il territorio hanno conformazioni architettoniche simili, che vanno dal medievale al rinascimentale, conservatesi nei secoli.
Tuscia era il nome latino della terra abitata dagli Etruschi da cui deriva la regione Toscana, che corrisponde geograficamente alla Tuscia Langobardorum, che venne separata dalla Tuscia Ducale (ducato di Spoleto) dal “Corridoio Bizantino”, mentre a sud la Tuscia Romana costituì il primo nucleo del Patrimonio di San Pietro, diventato successivamente lo Stato della Chiesa.
Riprendiamo il nostro cammino e dopo circa un chilometro lungo la via Cassia, deviamo sulla provinciale di Lutinano. Percorrendo strade secondarie si arriva a S. Lorenzo Nuovo, un piccolo centro agricolo attraversato dalla Cassia. Il paese è una vera e propria terrazza sul Lago di Bolsena. Il nome deriva dallo spostamento degli abitanti dal vecchio centro di San Lorenzo alle Grotte situato nei pressi del lago in posizione poco salubre a causa della malaria e delle continue frane del terreno. Anche questo territorio nel XI secolo apparteneva alla Contessa Matilde di Canossa, ma alla sua morte passò direttamente sotto il controllo della Chiesa. Durante il Risorgimento, nel 1867, sul vicino Monte Landro si scontrarono i garibaldini con le truppe pontificie durante il tentativo fatto da Garibaldi di suscitare una rivolta a Roma. Il tentativo dei garibaldini iniziò con un primo successo contro le truppe papaline nella battaglia di Monterotondo, combattuta il 25 ottobre 1867. Successivamente, il 3 novembre, con l’intervento delle truppe francesi di Napoleone III, l’esercito pontifico riportava una definitiva vittoria nella battaglia di Mentana, per merito soprattutto del nuovo fucile Chassepot modello 1866 a retrocarica, mentre l’armamento dei volontari garibaldini era costituito per due terzi da fucili ad avancarica e per un terzo, addirittura, da moschetti a pietra focaia. A dimostrazione che le speranze di Garibaldi di una rivolta nella città di Roma erano molto deboli, basterebbe ricordare che quando i vincitori rientrarono in Roma per la sfilata trionfale, la folla li acclamò al grido di «Viva la Francia».
Mentana sancì l’allontanamento di Napoleone III dalle simpatie del movimento nazionale italiano, ma Garibaldi dimenticò il ruolo avuto dai francesi nella causa di Roma e intervenne con i suoi volontari a loro difesa nel corso della guerra franco-prussiana. Raggiunta la Francia nell'ottobre del 1870, ottenne nella battaglia di Digione uno dei rari successi nella campagna in difesa della neonata Repubblica francese contro i prussiani. L’esito della guerra franco-prussiana vide la fine del regno di Napoleone III e consentì a Vittorio Emanuele II di Savoia di chiudere definitivamente la “questione romana” con la breccia di Porta Pia segnando, dopo 15 secoli, la fine dello Stato Pontificio e del potere temporale dei papi.
Lasciando San Lorenzo Nuovo percorriamo per circa un chilometro la via Cassia ed entriamo in un sentiero che ci porta in un bosco di roverelle. Il percorso si svolge nel versante sud del Monte Landro e ci porta ad uscire allo scoperto con una magnifica vista sul lago. . Il percorso si svolge nel versante sud del Monte Landro e ci porta ad uscire allo scoperto con una magnifica vista sul lago. Costeggiamo una delle numerose cave di pozzolana dal colore bruno tipico dei territori di origine vulcanica. Mediante un sentiero panoramico arriviamo a Bolsena in prossimità della Rocca Monaldeschi della Cervara. Scendendo per via Guglielmo Marconi arriviamo in Piazza Matteotti e ci indirizziamo verso il nostro albergo, le Naiadi Park, che si trova sul lungolago.
Sistemate le nostre bici e fatta una doccia rigenerante è d’obbligo una passeggiata per ammirare un’altra cittadina importante per la sua storia, per i suoi monumenti e il suo panorama. Le vie del centro storico offrono un’esperienza unica ai visitatori con una suggestiva atmosfera medievale.
Bolsena, di origine etrusca, fu ben presto sottomessa a Roma. Ebbe un grande sviluppo grazie all’apertura della via Cassia da parte dei romani intorno al 170 a.c. Sviluppo che durò anche durante il medioevo e il rinascimento. La famiglia Monaldeschi dominò la città fino al 1451 con la morte del conte Corrado che, non lasciando eredi, consentì il ritorno della città sotto il diretto controllo della Chiesa. Alla fine del XV secolo fu governatore di Bolsena il cardinale Giovanni dei Medici, il futuro Leone X.

Lo sviluppo di Bolsena (ma il discorso varrebbe per tutte le località dislogate lungo la Via Cassia) è strettamente legato alla strada costruita dai romani che aveva favorito la mobilità e soprattutto i suoi commerci, ma nell’Alto Medioevo fu proprio la consolare a decretarne in un certo senso la rovina, esponendola a varie scorrerie di eserciti barbarici. Infatti le piccole signorie locali, per meglio difendere il proprio territorio trascuravano ogni tipo di manutenzione fino a mandare in disuso le grandi arterie.
Uno dei momenti più significativi nella storia di Bolsena è sicuramente il Miracolo di Bolsena, che avvenne nel 1263. Secondo la leggenda, durante la celebrazione dell’Eucaristia nella chiesa di Santa Cristina, dall’ostia consacrata sgorgò sangue umano. Questo evento miracoloso attirò l’attenzione di papa Urbano IV, che decretò la festa del Corpus Domini in onore del miracolo. Ancora oggi, ogni anno a Bolsena si svolge una processione solenne per celebrare questo incredibile avvenimento. Dopo un'ottima cena al ristorante dell'albergo, la serata termina con un gelato al "Blu Bar."