ISOLA d'ELBA
Isola d'Elba terra vulcanica .....quasi appenninica,
ma anche "NAPOLEONICA"
L’Elba è un’isola, ma le sue caratteristiche non si discostano molto dal continente da cui è distante soli 10 chilometri. E’ un’isola collinare e montagnosa con la vetta più alta, il monte Capanne, che raggiunge 1018 metri di altitudine. Si può considerare il paradiso dei cicloamatori con i sentieri che si arrampicano sulle colline e scendono verso il mare, con panorami incantevoli.
L'Isola d'Elba ha una lunga storia che risale a prima degli etruschi, strettamente legata ai popoli della terraferma che ne hanno sfruttato i giacimenti di ferro. Le miniere, rimaste aperte fino al 1981, hanno caratterizzato la sua storia. Attualmente rappresentano una forte attrazione turistica. Non appartiene alla catena degli Appennini, ma è un territorio dai molti rilievi, con una serie di colline che degradano fin sulla riva del mare.
Oltre alle sue spiagge meravigliose è famosa per i luoghi napoleonici, anche se Napoleone ha vissuto all’Isola d’Elba solo 10 mesi e l’unica cosa eccezionale che ha compiuto è stata organizzare la sua rocambolesca fuga per ritornare in Francia. Si racconta, però, che la madre Letizia e la sorella Paolina hanno organizzato grandi feste per tutto il loro periodo di permanenza che gli elbani ancora se lo ricordano.
L’Isola d’Elba mi ha sempre attirato fin dal primo momento in cui l’ho conosciuta.
E’ stato nel luglio 1957 in occasione di una gita premio con la mia scuola, uno di quei premi che si davano ai più meritevoli. Non sono mai stato un "primo della classe" e con mia grande sorpresa in seconda media sono stato scelto per quello che era uno degli oiettivi di ogni alunno. E' stato il mio primo e ultimo premio ricevuto. All'Elba ci sono tornato in altre occasioni e, quest’anno, ho scelto di fare la mia passeggiata ciclistica con gli amici di “viaggiareinbici”. Avevo il desiderio di rivedere in sella ad una bici le miniere di ferro che erano inserite nel percorso cicloturistico. Non nascondo che speravo di trovare qualche reperto minerario, anche se le miniere sono completamente abbandonate e improduttive. I pochi reperti minerari rimasti sono stati preda dei turisti che visitano l'isola e, naturalmente, non mi sono fatto sfuggire i quattro sassi rimasti.

28 aprile 2025
Più che raccontare la permanenza di Napoleone all'Isola d'Elba credo che sia più interessante conoscere le peripezie relative al suo arrivo e la sua fuga.
NAPOLEONE ALL’ISOLA D’ELBA
IL PROCLAMA DEL GOVERNATORE
Il Governatore dell'Isola d'Elba, Generale Jean Baptiste Dalesme annunzia l'arrivo di Napoleone con questo proclama:
Abitanti dell'isola d'Elba
Le vicende umane hanno condotto l'Imperatore Napoleone in mezzo a voi, e la di lui persona scelta e lo dà per sovrano.Avanti di entrare nelle vostre mura, il vostro augusto e nuovo monarca mi ha indirizzato le seguenti parole: mi affretto a farvele conoscere perché sono esse il pegno della nostra felicità futura.
"Generale, io ho sacrificato i miei diritti agli interessi della Patria e mi sono riservato la sovranità e proprietà dell'Elba: a ciò hanno acconsentito tutte le potenze. Compiacetevi di far conoscere il nuovo stato di cose agli abitanti e la scelta che ho fatto della loro isola per mio soggiorno in considerazione della dolcezza dei loro costumi e del clima. Diteli che essi saranno l'oggetto del mio più vivo interesse". Elbani! Queste parole non hanno bisogno di essere commentate, esse formeranno il vostro destini. L'Imperatore vi ha ben giudicati: io vi debbo questa giustizia e ve la rendo.
Abitanti dell'Isola dell'Elba, io mi allontanerò presto da voi e questo allontanamento mi sarà penoso perché vi amo sinceramente: ma l'idea della vostra felicità addolcisce l'amarezza della mia partenza; ed in qualunque luogo io possa essere mi avvicinerò ancora a quest'isola, per mezzo della memoria delle virtù dei suoi abitanti e per mezzo dei voti che formerò in loro favore.
Generale Dalesme
IL MANIFESTO
Agli abitanti di Porto-Ferrajo
Il più felice avvenimento che potesse illustrare la storia dell'Isola d'Elba si è realizzato oggi! Il nostro augusto sovrano, l'Imperatore Napoleone è arrivato fra noi. Le nostre speranze si sono realizzate: la felicità dell'Isola d'Elba è assicurata. Ascoltate le prime parole che si è degnato di indirizzarvi parlando con i funzionari che vi rappresentano."Sarò per voi un buon padre, siate per me dei buoni figli"
Parole che rimarranno eternamente impresse nei vostri cuori riconoscenti. Uniamoci tutti intorno alla sua sacra persona, rivaleggiamo in zelo e in fedeltà per servirlo. Sarà la più dolce soddisfazione per il suo cuore paterno. Rendendoci così degni dei favori che la Provvidenza ha ben voluto accordarci.
Il Vice-Prefetto Balbiani
L'arrivo all'Isola d'Elba
La precipitosa e drammatica ritirata della Grande Armée Francese da Mosca, le consecutive strepitose vittorie riportate dalle Potenze Alleate di Austria, Prussia e Russia all'inizio del 1814 e l'ingresso di queste a Parigi, furono le principali cause della rinuncia di Napoleone il Grande e dei suoi eredi al trono imperiale di Francia. Subito dopo aver firmato il Trattato nel castello di Fontainebleau che gli riservava la sovranità dell'Isola d'Elba, già territorio francese, con pochi seguaci attraversò pericolosamente la Provenza (la cui popolazione gli stava manifestando contro) per imbarcarsi sulla fregata inglese "Undaunted" che l'avrebbe condotto nella rada di Portoferraio il 3 maggio 1814. Comincia così il periodo elbano dell'Imperatore Napoleone che durò poco più di 10 mesi ...Sei aprile 1814. L'epopea giunge ormai al termine. Il 30 marzo Parigi capitola - Napoleone non ne era al comando. Prussiani, Russi e Austriaci vi entrano, fanfara in testa. A Fontainebleau, dove l'Imperatore e le sue truppe riprendono fiato, due clan si affrontano. In uno, Napoleone e i "piccoli, i senza nome, i non graduati" sognano di partire alla riconquista della capitale. Nell'altro i "pezzi grossi" del regime complottano la caduta del Capo.
No, i Marescialli non volevano più combattere! Sia che il loro patriottismo li invitasse a separare il destino di Napoleone da quello della Francia assetata di pace, sia che il loro interesse li consigliasse di godersi le ricchezze ricevute dall'Imperatore, i Marescialli si preparavano ad abbandonarlo. Anzi: a tradirlo. Il primo è Marmont, seguito da Augereau; gli altri assediano Napoleone nella speranza di convincerlo.
Sei aprile 1814. In un piccolo salone del palazzo di Fontainebleau, l'Imperatore capitola. Davanti ai suoi migliori amici, divenuti improvvisamente suoi avversari, scarabocchia queste righe: "Le potenze alleate, avendo proclamato che l'Imperatore è il solo ostacolo al ristabilimento della pace in Europa, l'Imperatore Napoleone, fedele al suo giuramento, dichiara di rinunciare per se stesso e per i suoi eredi ai troni di Francia e d'Italia, perché non vi è nessun sacrificio personale, fosse anche quello della vita, che Egli non sia pronto a compiere nell'interesse della Francia."
Dopo questa abdicazione, firmata in stato di costrizione, egli esamina freddamente il suo avvenire. Il grande scudiero Caulaincourt, i marescialli Macdonald e Ney, vanno a perorare la sua causa presso i nemici vincitori. Dai loro incontri esce il Trattato di Fontainebleau, datato 11 aprile. Ventun articoli dispongono del futuro di Napoleone e della sua famiglia. Il primo di questi articoli conferma la rinuncia del Vinto alla Corona di Francia. Con il secondo l'Europa accetta che "Le loro Maestà, l'Imperatore Napoleone e l'Imperatrice, conservino questi titoli e qualifiche per goderne durante tutta la loro vita". Il terzo recita: "L'Isola d'Elba, scelta da Sua Maestà l'Imperatore Napoleone come luogo del suo soggiorno, formerà per tutta la durata della sua vita un principato separato, da Lui posseduto in tutta sovranità e proprietà". In realtà è per pura cortesia che gli alleati utilizzano l'espressione "scelta", perché Napoleone è stato costretto ad accettare questo esilio.
Lo stesso articolo prevede che: "Gli sarà dato, inoltre, in proprietà esclusiva una rendita annuale di due milioni di franchi, da addebitare alle casse dello Stato francese". Un debito dunque a carico di Luigi XVIII, il nuovo re.
Volendo garantire la sicurezza di Napoleone, l'articolo IV obbliga le potenze a "impiegare i loro buoni uffici per far rispettare agli stati barbareschi la bandiera e il territorio dell'Isola d'Elba". Clausola molto importante, poiché i pirati nord africani effettuavano alle volte incursioni sull'Isola con il proposito di razziarvi donne e bambini. La presenza di Napoleone avrebbe potuto incitarli a rapirlo per ottenerne un riscatto. Per questo motivo il Trattato lo autorizzava inoltre a "a portare con sé e mantenere come guardia quattrocento uomini di buona volontà tra ufficiali, sottufficiali e soldati" .
A questo impegno - firmato dai mandatari di Napoleone, del Re di Prussia, dello Zar e dell'Imperatore d'Austria - Luigi XVIII aggiunse una "Dichiarazione" con cui prometteva "che tutte le clausole del trattato a carico della Francia sarebbero state fedelmente rispettate".
Dunque, nessuna scappatoia possibile? Napoleone diviene proprietario dell'Isola e deve restarci tutta la vita; il suo successore sul trono di Francia si obbliga a versargli ogni anno due milioni di franchi (cosa che non farà mai); l'Europa si impegna a difenderlo contro qualsiasi tentativo di rapimento e gli permette di costituire una guardia per la propria difesa. Non gli resta che scegliere i quattrocento uomini di questo battaglione e incamminarsi con loro verso il nuovo destino.
Immediatamente si accendono litigi fra i soldati della vecchia guardia: tutti vogliono seguire il loro idolo. Ciascuno esibisce titoli superiori a quelli degli altri. Uno minaccia Napoleone di "far scorrere sangue" se non fosse stato scelto. Davanti a queste prove d'amore, i commissari alleati chiudono gli occhi sull'aumento del numero dei soldati. Non più quattrocento, ma seicento potranno recarsi all'Isola d'Elba.
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Il 21 aprile l'Imperatore decaduto dà l'addio alle truppe. Nel cortile del Cavallo Bianco passa in rivista i veterani della Guardia. Non potendo abbracciare tutti, butta le braccia al collo al loro generale. Bacia la loro bandiera e balbetta con voce incrinata:
"Che questo bacio passi nei vostri cuori! Con il pensiero seguirò sempre i vostri destini insieme a quelli della Francia. Addio, figli miei!... I miei auguri vi accompagnino. Non dimenticatemi!"
Lasciando Fontainebleau, si dirige verso Antibes dove conta di imbarcarsi. Tredici carrozze seguono la sua con lo stato maggiore dei suoi fedeli insieme a quattro commissari alleati incaricati della sorveglianza.
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E lascia i suoi bravi, questo semidio caduto da un trono prodigioso, questo ardito distrutto da una sventura indegna di lui.
A Valence incontra Augereau che l'ha tradito e che, dandogli del tu, lo insulta. In Provenza esplode la vigliaccheria della folla. Non molto tempo prima aveva urlato: "Viva l'Imperatore!" Oggi chiede a gran voce la sua testa. Gli abitanti d'Orgon rompono i vetri della sua carrozza e gli mostrano i pugni. Imbrattato di sangue, un fantoccio-caricatura di Napoleone pende da una forca al centro del villaggio. Di fronte a questa minaccia, egli si sente mancare la terra sotto i piedi. Si traveste da postiglione e galoppa davanti al corteo come fosse un messaggero.
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Chi accompagnava l'Imperatore in questa via crucis? Il conte Bertrand, gran maresciallo del palazzo; il generale Drouot, nominato dai suoi amici "Il Saggio della Grande Armata"; il fedele Marchand, valletto di camera che sostituisce il famoso Constant, fuggito dal naviglio imperiale con i topi; altri personaggi più umili ma non per questo meno devoti; infine i quattro commissari alleati, i loro aiutanti di campo e i portaordini. Due di loro si imbarcheranno con Napoleone: il generale austriaco Koller e sir Neil Campbell, colonnello di Sua Maestà Britannica.
Britannico è anche il vascello. Si chiama, ironia della sorte, Undaunted - l'Intrepido, ed impiegherà cinque giorni per andare, non più da Antibes, la cui popolazione non dava più sicurezza, ma da San Rafael a Portoferraio, capitale dell'Isola d'Elba.
In quel tempo l'Elba, che apparteneva alla Francia fin dal 1802, faceva parte del Granducato di Toscana, sul quale regnava, nominalmente almeno, Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone.
L'arrivo nelle acque di Portoferraio avvenne il 3 maggio 1814 a bordo della fregata inglese "Undaunted" sulla quale pochi fortunati furono ammessi a omaggiare S.M.I.
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Il 4 maggio avviene lo sbarco ufficiale. Un colpo di cannone partito dalla fregata inglese annunciò l'inizio dell'evento e i cannoni risposero dai forti della città innalzando il nuovo stendardo, una bandiera da lui stesso disegnata: bianca traversata diagonalmente da una fascia rossa cosparsa di tre api d'oro.
In un batter d'occhio la banchina e il molo furono stipati di gente mentre le campane della città suonavano a festa. All'apparire della lancia all'ingresso della Darsena l'esultazione degli abitanti non ebbe più confine. Fu un momento imponentissimo.
Giunto a terra Napoleone, le autorità ed il clero s'inchinarono rispettosamente, mentre il Maire gli presentò le chiavi della città che sua Maestà con singolare gentilezza restituì al primo cittadino (si racconta che, essendosi accorto che era una chiave frettolosamente dipinta d'argento, disse al Maire ".. tenetela voi, siete sicuramente più degno di averla" . Poi avanzò il clero per ricevere la Sacra persona dell'Imperatore sotto il baldacchino.
Napoleone era accompagnato dal Gran Maresciallo Bertrand, dai Generali Drouot e Cambronne, oltre ad un lungo corteggio. Il gruppo si trasferì al Duomo dove venne cantato il Te Deum di ringraziamento e da lì si avviarono al Palazzo municipale, dove alloggiò temporaneamente (poi scelse l'attuale Villa dei Mulini).
Finita la colazione, salito sul cavallo Libertin, volle subito visitare le campagne circostanti a Portoferraio e già a mezzanotte impartì ordini per visitare tutta l'isola, cosa che fece nei tre giorni successivi.
"Ti ha ciascun messo in disparte, false ormai son le tue carte, sei fallito, Bonaparte"
Fallito o no (come appare in queste rime ritrovate nell'Archivio dei Conti Albergotti), c'erano però molti che giuravano ancora nel suo nome e la polizia teneva d'occhio questi e più oculatamente quelli che tornavano dall'Elba, dove si sapeva o si sospettava che avessero accostato Napoleone ed è per questo che vi era uno spionaggio molto ben organizzato attorno alla sua persona e nelle città e nei paesi del litorale.
Il Governatore di Livorno aveva anche un suo fiduciario nell'isola che forniva informazioni per il prezzo che gli venivano pagate.
Di Napoleone si sorvegliava la corrispondenza e pare che da Portoferraio venisse ogni settimana e anche più spesso verso Livorno una barchetta che si fermava sul litorale presso la macchia di Montenero, dove a persona ignota venivano consegnate lettere dell'Imperatore dirette a Roma. Ma non sembra che queste famose lettere venissero sequestrate o che se ne conoscesse il contenuto.
Probabilmente la notizia faceva parte di tutto quel cumulo di leggende che si addensavano sulla persona dell'Imperatore e sui suoi oscuri disegni: non che Napoleone non corrispondesse con persone del continente, con Murat, con il cardinale Fesch, col fratello Luciano, ma non adoperava - è facile capirlo - mezzi così puerili, né i suoi emissari erano tanto ingenui da farsi scoprire.
Da un lato il "Bonaparte" che organizza i tempi per il suo rientro in Francia e dall'altro lato Metternich che con i rappresentanti dei firmatari del trattato di Parigi ha ormai sempre più stretto intorno a Napoleone "un cordone sanitario" destinato, nel suo pensiero, a paralizzarne ogni movimento.
In particolare l'Imperatore d'Austria è consenziente a questa politica, deciso a farla finita col suo imperiale genero, il quale rappresenta per lui un pericolo troppo inquietante, e sta allontanando con arti prive di ogni scrupolo la figlia Maria Luisa dai suoi più elementari doveri coniugali.
Figurarsi se può permettere che le relazioni epistolari possono riprendere fra i due coniugi e di cui in più di un'occasione Napoleone nota e fa notare la censura che gli viene imposta tanto da spingerlo a rivolgersi personalmente al Granduca di Toscana, perché si facesse intermediario presso l'Imperatore d'Austria, suo fratello, al proprio desiderio di corrispondere con la moglie.
Il Granduca che diplomaticamente riuscì a non compromettersi con Napoleone ma senza scontentarlo del tutto visto che con quel "diavolo" d'uomo le precauzioni non erano mai troppe : "... di non disobbligare con una negativa assoluta, e di non impegnarsi nel tempo stesso in una troppa corrispondenza .." .
L'Imperatore fu certamente informato dei sistemi che il Governo toscano intendeva adoperare per assolvere il suo ufficio d'intermediario e rinunziò a servirsi di questo tramite. Metternich aumentò la vigilanza; il Governo toscano intensificò lo spionaggio seguendo in particolare quello messo in opera dal colonnello Conte de Neuville e sempre più si fa strada che certe comunicazioni, nel frattempo intraprese da Napoleone con i Barbareschi, altro non abbiano se non lo scopo di far sottoporre l'Elba ad una contumacia universale e che profittando di questo stato di segregazione si preparino delle macchine, che appoggiate per l'esecuzione alle forze africane, verrebbero poi inaspettatamente a scoppiare in qualche punto del continente.
Il Governo di Toscana, giacché le Potenze gli hanno fatto questo bel regalo di mandargli Napoleone così vicino, a turbare i sonni di tutti quanti, cerca di adoperarsi nella maniera migliore perché le Potenze si decidano a rimediare spedendo Napoleone il più lontano possibile facendo capire quanto l'allontanamento del Bonaparte possa essere utile alla pace di tutti e nello stesso tempo chiedendo al Congresso il ritorno degli Stati di Lucca, l'annessione degli Stati limitrofi e la riunione del principato di Piombino e dell'isola d'Elba. E a questo era sensibile Metternich che rispondeva al ministro toscano Corsini: "... State tranquilli, noi faremo tutti gli sforzi immaginabili al fine di snidare Napoleone da quest'isola per renderla alla Toscana ..." . E in questo clima di allontanare Napoleone dall'isola d'Elba non parlava Luigi XVIII dell' "eccellente idea delle Azzorre" che aveva avuto anche l'approvazione di Castlereagh? E non scriveva Talleyrand da Vienna al re Borbone?:
"Bisogna affrettarsi a sbarazzarsi dell'uomo, dell'isola d'Elba e di Murat".
Forse anche questa frase che Talleyrand scriveva da Vienna al re Borbone, forse anche le lettere che il Ministro Corsini inviava da Vienna al suo sovrano il Granduca di Toscana: ".. anche volendolo considerare "morto al mondo", la sola presenza di Napoleone è un segno di riunione per tutti i suoi partigiani e per i malcontenti e mi lusingo che le Potenze più interessate alla quiete dell'Italia agiscano efficacemente per torre di mezzo questa sorgente di turbolenza ...", forse tutto questo a Napoleone sarà giunto e lo avrà spinto ad accelerare il suo ritorno sul palcoscenico della Storia.Era necessario, però, fare le cose con la maggior cautela, non destare sospetti, organizzarsi senza parere, far la figura del reuccio pacifico e del Cincinnato ed apprestare intanto armi e bagagli, navi e quattrini, non senza preparare in qualche modo gli animi all'impresa che poteva essere decisiva, preoccupandosi della maniera di organizzare un corpo di spedizione interrogando lo stesso Pons che intuendo le vere intenzioni rispose nel rapporto richiesto: ".. E se il Cielo infine più giusto condurrà Vostra Maestà a nuovi destini, senza dubbio noi sbarcheremo sopra una spiaggia amica ..." . L'Imperatore non disse né sì né no: raccomandò a Pons il silenzio, lesse il rapporto e lo mise a "dormire".
Quello che era stato finora desiderio di migliorare la condizione dell'isola e di farne - come ne aveva espresso il proposito - uno Stato modello, divenne un comodo mezzo per mascherare le sue vere intenzioni. E' per lo meno infondato il credere che fin dai primi mesi del suo soggiorno all'Elba Napoleone abbia cercato di mascherare in questo modo la realtà e di gettare la polvere negli occhi ai troppi osservatori vicini e lontani: perfino le concessioni di terreni ai soldati della Guardia sarebbero per taluni state ideate per "dimostrare al mondo che egli, piuttosto che pensare a nuove imprese, mirava a convertire baionette e le spade dei suoi soldati in arnesi rusticani".
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Sicuramente nei primi mesi Napoleone si interessò senza secondi fini dell'Elba: al suo spirito indomito, alla sua volontà di fare, alla sua genialità inesausta, il compito di organizzare il nuovo Stato, sia pur piccolo qual era, doveva apparire una specie di salvataggio morale, un modo di sollevare il proprio animo depresso ma è anche cosa certa che vista l'impossibilità di restare più a lungo nell'isola, si presentò allora e "soltanto allora" la necessità della dissimulazione, dissimulazione che - bisogna dirlo - gli riuscì perfettamente.
La fuga dall'Elba
28 febbraio 2015. Il Colonello Campbell rientrava da Livorno a bordo della Partridge. Entrando in baia si accorge che l' Incostant non era ancorata, nota i miliziani ai posti di guardia occupati di solito dai granatieri. Colto da un sospetto, si dirige verso il palazzo comunale, residenza del Gran Maresciallo. E per strada incontra un compatriota che gli dice: "Ma sì, il Gran Maresciallo è partito insieme all'Imperatore!"Napoleone era fuggito .... Ma cos'era successo?
Napoleone non intendeva certo rimanere all'Isola d'Elba a vita. Era stato molto cauto finora mascherando con abilità il suo disegno di ritornare protagonista in Europa. La maggior parte dei suoi nemici era convinto che l'imperatore avesse ormai abbandonato sogni di gloria.
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Metà Febbraio 1815 ... gli avvenimenti precipitano
Fleury de Chaboulon, fervente bonapartista - "l'intrepido sottoprefetto" - giunge all'Elba da Parigi travestito da marinaio. Ha un incontro con l'Imperatore e gli confida che il malcontento generale presente in Francia è al colmo e l'imperatore è rimpianto. Il 15 febbraio il colonello Campbell lascia Portoferraio per andare a trovare a Livorno la sua amante Bartoli.Napoleone decide che il momento è propizio .... ordina di apprestare l' Incostant ormai riparato dopo essersi arenato a Bagnaia e di dipingerlo di un altro colore come un brick inglese e di approvigionarlo di viveri per 3 mesi. Incarica Pons di noleggiare due grossi bastimenti a Rio. Si procura altre barche.
Subito dopo diversi corrieri vengono inviati nei villaggi dell'isola per avvertire le autorità di non lasciar partire nessuno: un embargo imposto su tutti i bastimenti. Nessuna concessione di passaporti, nessun rilascio di biglietti di spedizioni, i cannoni pronti ad affondare qualunque imbarcazione si muova, le truppe consegnate nelle caserme ...
L'imperatore, che aveva anche ricevuto notizie decisive da Murat sul Congresso di Vienna dice a Drouot: "Sono rimpianto e richiesto da tutta la Francia. Fra pochi giorni lascerò l'isola per obbedire ai voti della Nazione" .
La sera del 25 febbraio si dà una gran festa a teatro. La madre Letizia viene informata del progetto di fuga e gli offre i risparmi di cui può disporre. "Il cielo non permetterà che voi moriate qui di veleno, né in un giaciglio indegno di voi, ma solo con la spada in mano. Andate dunque incontro al vostro destino. Voi non siete fatto per morire su quest'isola" .
Tutto è pronto. La mattina del 26 febbraio, domenica, al ricevimento mattutino c'è più gente del consueto. La notizia della partenza ormai si è diffusa in città e la commozione dei presenti è grande. L'imperatore compare con la leggendaria uniforme verde di Colonello della Guardia e la sua redingote grigia.
"Signori, vi annuncio la mia partenza. Vi lascerò questa sera stessa. La Francia mi chiama, i Borboni la portano alla rovina. Diverse sono le Nazioni d'Europa che saranno felici di vedermi tornare" . "Ciononostante, Sire, i vostri sudditi vedranno forse il loro dolore attenuarsi al pensiero che li abbandonate per riprendere la strada della gloria", risponde il Presidente del Tribunale. Poi, rientrato a Palazzo, riceve gli ufficiali di questi corpi. Letizia e Paolina lo affiancano, insieme a Drouot e Bertrand. "Signori, vi voglio ringraziare per il vostro affetto e per la vostra fedeltà. Generale Lapi, la nomino Governatore dell'Isola. Se venisse attaccata, difendetela fino alla morte. Amici miei, non vi dimenticherò mai! Vi affido ciò che ho di più prezioso: mia madre e mia sorella. È questa la miglior prova di tutta la fiducia che ripongo in voi!".
Le lacrime scorrono sulle guance di Paolina. Letizia invece si irrigidisce, nel ruolo di Madre Imperatrice. Napoleone, lui, lotta per rimanere sereno, facendo parlare forse più la dignità di un padre che non quella di un re. In fin dei conti è molto più commosso di quanto non voglia dare a vedere.
Le 5 di sera. I tamburi rullano per tutta la città. Una folla triste accompagna i militari giù fino al porto. Sono finite le parate e le feste militari. Finite le danze delle signorine con i bei sottotenenti. E terminati pure, almeno per l'alta borghesia, le cene dall'Imperatore e i balli della Principessa. Ed è pure finito quel commercio prospero, ricco da ormai dieci mesi con gli scudi dei visitatori. Alcune scialuppe fanno la spola fra le imbarcazioni e il porto, trasportando ad ogni viaggio un carico di soldati. La maggior parte di loro esprime un'allegria festosa, in contrasto con la tristezza della gente. Alcuni però lasciano a Portoferraio un'innamorata, una fidanzata, talvolta un'amante in attesa di un bambino.
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Quando il corteo arriva al porto, la notte sta già scendendo. Migliaia di lampade si accendono sopra le mura, dove si accalca la gente accorsa da ogni parte dell'isola. Napoleone la percorre con lo sguardo, lentamente, forse con pena. All'imbarcadero ci sono tutte le autorità civili e militari. Traditi cerca di leggere un saluto che tiene in mano. Sarà l'oscurità, oppure la troppa emozione, fatto sta che il buon sindaco non vi riesce. Napoleone lo abbraccia.
È finita: dopo dieci mesi l'Aquila prigioniera spezzava finalmente le catene e si librava in volo. Dopo domani sarebbe approdata a Juan, e sarebbe infine volata, "di campanile in campanile, fino alle guglie di Notre Dame".
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