L'APPENNINO

Umbro - Marchigiano e Laziale

7° Tappa - COLFIORITO – GRISCIANO - km. 90
Rasenna (m. 929) – km 5,1
P.sso Gualdo (strada chiusa a Visso per lavori - deviazione km. 30)
Forca Canapine (m. 1.500) (chiusa - deviazione per Forca di Presta)
Forca di Presta (m. 1.550) – km 5


Cerchiamo di partire alla solita ora, non oltre le nove. Finiti i preparativi, controllate le bici, salutiamo Gilda che decide di andare a prendere un caffè da Donatella e Tiziana, con le quali ieri sera si è trovata molto bene.

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Dopo 6 giornate lungo l’Appennino le “nostre” montagne sono sempre più vicine. Oggi è domenica, partiamo lasciando alle nostre spalle il Monte Pennino e ci avviciniamo alla Valnerina. Transitiamo vicino alla Basilica di Santa Maria di Plestia e oltrepassiamo il confine di regione, dall’Umbria rientriamo nelle Marche, Lasciamo anche il Sentiero Italia che si inerpica verso il crinale di Monte Cavallo, lo ritroveremo nella Valnerina a Visso. Ci avviamo per zone che mi sono familiari a cominciare dalla vicina Cesi che, secondo una ricerca araldica di una mia cugina, la nostra famiglia sarebbe discendente dai Baroni di Cesi. A parte che il titolo di “barone” è il più basso dei titoli feudatari, mi sembrerebbe improbabile che un borgo del tutto marginale possa essere stata sede di un titolo onorifico. Ma del resto anche oggi che le onorificenze non hanno più valore, un titolo di “dottore” non si nega a nessuno. Pur essendo del tutto indifferente alla questione del baronato, il piccolo borgo di Cesi mi sta molto simpatico.
Il primo tratto è in pianura, poi si inizia gradualmente a salire. Dopo il Villaggio Collecurti con le casette a schiera del terremoto ci colpisce una caratteristica situazione da “domenica del villaggio”. Passiamo dinanzi ad piccola chiesa in aperta campagna dove è radunata una folla di fedeli in raccoglimento che, non riuscendo ad entrare, sostano davanti al piazzale all’ombra di querce e castagni. Si tratta della chiesa di Santa Croce in Percanestro. Ci fermiamo per pochi minuti cercando di non essere invadenti. Facciamo alcune foto e ripartiamo.
Oggi la videocamera installata sulla bici non vuole avviarsi, con il display acceso non parte il filmato. Evidentemente si è posizionata sulla modalità foto. Concentrato nella pedalata non me ne accorgo, ma non voglio nemmeno perdere tempo. Spengo definitivamente l’apparecchio e non ci penso più. Stiamo salendo verso Forcella e arriviamo a Rasenna a 929 metri di altitudine.

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Per diversi chilometri fiancheggiamo il confine di regione, ma restiamo sempre in territorio marchigiano. Superato il valico iniziamo la discesa verso la Valnerina, ma a mezza costa ci fermiamo per ammirare uno dei tanti reperti medievali che, nonostante sia un giorno di festa, troviamo chiuso. E’ la Chiesa di S. Maria Assunta nella località di Fematre (sec. X). Di fronte è ubicato uno dei numerosi fontanili sparsi per le campagne marchigiane, che ci concede una bevuta rinfrescante in una giornata di gran caldo.
Mentre percorro la discesa mi accorgo che il freno a dischi anteriore emette un rumore metallico. Significa che devo sostituire le pasticche al più presto. D’ora in poi lo userò il meno possibile approfittando anche della totale mancanza di traffico.
Scendo con leggerezza e senza forzare l’andatura, arrivati a Pontenuovo troviamo la Valnerina. Appena raggiunta la pianura vediamo uno dei tanti allevamenti ittici, specializzati in trote, che utilizzano le acque limpide del fiume Nera. Prendiamo la direzione di Visso, stiamo sempre nelle Marche, ma il confine di regione si interseca con la strada e diverse volte entriamo e usciamo dall’Umbria.
Arriviamo in prossimità di Visso costeggiando le limpide acque del fiume Nera e ci apprestiamo ad affrontare la impegnativa salita di Passo Gualdo verso Castelluccio. All’ingresso di Visso, però, troviamo la prima sorpresa di giornata, un cartello ci informa che la strada per Castelluccio è interrotta. Entriamo nel paese dove troviamo gli edifici completamente puntellati con grosse travi di ferro e legno. I palazzi del centro sono tutti disabitati e fortemente lesionai. Sono aperte soltanto alcune strutture prefabbricate adibite a ristorazione. Visso è completamente danneggiata. Troviamo aperto l’ufficio delle informazioni turistiche in una casetta di legno. Entriamo per chiedere informazioni sulla percorribilità della strada per Castelluccio, una gentile signorina ci conferma che la strada è interrotta sia per i danni dovuti al terremoto che per i successivi smottamenti. La Protezione Civile l’ha interdetta anche al passaggio pedonale e ciclistico. Chiedo informazioni su qualche officina di ciclo-riparazioni.

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La ragazza dell’ufficio turistico, molto cortesemente, fa alcune telefonate, ma essendo domenica l’unico tecnico della zona, oggi, non è rintracciabile. Dovrò continuare a proseguire con la massima prudenza e rinviare a domani la riparazione dei freni. Nel frattempo ricevo la telefonata di Gilda che mi avverte che con l’auto è arrivata a Castelsantangelo sul Nera e mi conferma che ha trovato la strada sbarrata. Non è possibile proseguire neppure in bici. E’ passato mezzogiorno, ci accordiamo che pranzeremo a Visso.
Rinunciare a passare per Castelluccio ci dispiace molto. Nell’organizzare il percorso non ho pensato di chiedere informazioni sulla transitabilità della strada perché nel mese di luglio eravamo venuti per la festa della fioritura e, salvo qualche lavoro in corso, la strada era interamente percorribile. In quella occasione a dispetto delle restrizioni per il Covid abbiamo trovato la zona affollatissima di gente arrivata in auto, ma anche in moto e in bicicletta. Tutta la pianura era un unico grande parcheggio. Il Comune aveva realizzato appositi spazi a pagamento con un servizio di navetta, ma l’affluenza era tale che la conca di Castelluccio traboccava di auto. Sarebbe assolutamente proibito sostare lungo la strada, ma la polizia locale che di solito è molto rigida, per la grande affluenza non è riuscita a evitare il parcheggio selvaggio e si è limitata a far defluire il traffico. L’infiorata di Castelluccio richiama sempre un gran numero di gente da tutta Italia.
Tra la fine di maggio e i primi di luglio di ogni anno è il periodo della fioritura delle lenticchie di cui Castelluccio è famosa in tutto il mondo, ma non sono sole lenticchie a fiorire. E’ un mosaico di colori, l’intera pianura è un giardino di fiori di campo che dimostrano la mancanza assoluta di pesticidi. La presenza di piante infestanti che normalmente vengono malviste dagli agricoltori, qui diventano una potenzialità, non solo per l’infiorata, ma anche perché a queste altezze le infestanti spontanee mantengono l’umidità necessaria allo sviluppo della lenticchia. Visto il forte richiamo turistico, i coltivatori di Castelluccio approfittano della coesistenza delle lenticchie con le piante infestanti per disegnare il quadro della fioritura. Lungo Pian Grande. Pian Piccolo e Pian Perduto con il risveglio della natura si assiste a uno spettacolo di colori. L’azzurro delle lenticchie si confonde con il rosso dei papaveri, con il bianco dei narcisi e delle camomille e con un mare di ranuncoli, genzianelle, senapi, violette, lupinelle e altre specie spontanee dai colori variopinti, con il contorno dei “monti azzurri”, come Leopardi definì i Sibillini.
Nell’Italia Centrale la consuetudine delle “infiorate” è molto rinomata, specialmente nella ricorrenza della festa del “Corpus Domini” e deriva da una tradizione barocca che si è tramandata nel tempo. Qui la fioritura è del tutto spontanea e naturale. Castelluccio e la sua piana hanno il loro fascino tutto l’anno, ma nel periodo della fioritura sono uno spettacolo eccezionale.
Il Pian Grande e il Pian Piccolo appartengono a Castelluccio di Norcia, mentre Pian Perduto, poco distante, fa parte di Visso in territorio marchigiano. Pian Perduto un tempo si chiamava Pian di Cànatra e apparteneva a Norcia. Prese il nome di perduto in seguito a un evento singolare. Il possesso di terre fertili in montagna era molto importante per l’attività agricola, considerata la scarsità di campi coltivabili. Pian Cànatra è stato motivo di ripetuti scontri tra gli abitanti di Castelluccio e quelli di Visso. In un poema dialettale scritto da un ignoto pastore letterario si racconta che nel luglio del 1522 un forte manipolo di cittadini di Norcia (che chiamare esercito sarebbe fuori luogo) fu sconfitto da un piccolo raggruppamento di gente provenienti da Visso che determinò la perdita dell’altipiano da parte dei norcini. Si racconta anche che i vissani poterono sopraffare la superiorità numerica degli avversari grazie all’intervento della protettrice Santa Margherita, ma c’è chi racconta che la sconfitta dei norcini dipese dal fatto che erano perennemente dediti a “Bacco” e anche in quella occasione, prima dello scontro, avevano esagerato nel mangiare e bere. Da allora il pianoro si chiamò “Pian perduto”. Non è certo che questi avvenimenti siano veramente accaduti così come li ha raccontati il poeta, ma ogni leggenda diventa "storia" per tutti quelli che vogliono crederci.
Il paesaggio dei Sibillini ricco di asperità, grotte, gole e fitti boschi è un luogo ricco di fascino, mistero e magia e favorisce la nascita di leggende e miti favolosi. Gli stessi nomi: Monte Sibilla, Lago di Pilato, Pizzo del Diavolo fanno venire in mente narrazioni fantastiche: dalle gesta della fata Alcina (la maga Sibilla) a quelle del governatore della Palestina che si lavò le mani del sangue di un innocente. La leggenda racconta che rientrato a Roma Pilato fu sottoposto al giudizio di un tribunale e fu condannato a morte.

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Il corpo di Ponzio Pilato fu racchiuso in un sacco e fu legato ad un carro di buoi lasciato vagare senza meta. Il carro, arrivato ai Monti Sibillini, andò a sprofondarsi ai piedi del Monte Vettore e del Pizzo del Diavolo generando un piccolo lago che, oggi, è famoso anche per la presenza di un minuscolo crostaceo: il Chirocephalus. Il crostaceo ha trovato qui il suo ultimo habitat rifugio, adattandosi ad ambienti sottoposti a forti stress stagionali, caratterizzati da periodi di completa assenza di acqua. Un ambiente difficile ma che per le sue particolari caratteristiche orografiche e climatiche ha assicurato le condizioni per la sopravvivenza della specie. La scoperta di questo crostaceo si deve alle ricerca fatta a metà del secolo scorso da Vittorio Marchesoni un biologo dell’Università di Camerino. Il crostaceo è riuscito finora a sopravvivere ai cambiamenti climatici che minacciano il Lago di Pilato. La minaccia più seria è, però, rappresentata dalla presenza dell’essere umano, sono sempre più numerosi, infatti, i turisti e gli escursionisti che salendo sul Monte Vettore mettono a rischio la riproduzione del crostaceo che, tra i pochi posti al mondo, ha scelto questo lago a forma di occhiali. Anche questa presenza fa parte dei tanti misteri dei Sibillini.
Mentre aspettiamo che arrivi Gilda, con Marco cerchiamo un locale per mangiare. Con sorpresa notiamo che, pur essendo spopolata, con gli edifici chiusi e completamente transennati, a Visso non mancano i ristoranti aperti e funzionanti. Dopo il terremoto sono stati riattivati in apposite strutture prefabbricate, ma sono tutti affollati. Abbiamo potuto verificare lo stesso fenomeno anche in altre zone terremotate. Nei giorni festivi ci sono molti turisti che visitano questi territori e non solo per curiosità, ma anche per solidarietà e, in ogni caso sia le Marche che l’Umbria vanno famose per la buona cucina. Ci suggeriscono di provare al centro commerciale sulla strada per Macerata. Al centro commerciale non c’era posto né in pizzeria, né al ristorante, riusciamo a mangiare qualche panino al bar.
Ripartendo da Visso facciamo a ritroso la Valnerina verso Triponzo dove passiamo il fiume Nera e prendiamo la strada per Norcia. Questa è una strada molto stretta, con una serie di curve continue e diverse gallerie. Essendo domenica è anche molto trafficata. A Norcia incontriamo ancora Gilda che è ferma lungo le antiche mura.
Norcia ed Assisi rappresentano il simbolo dei terremoti dell’Umbria. La Basilica di San Benedetto ha subito danni nel sisma del 1997, nonostante la ristrutturazione è crollata quasi interamente in seguito alle due scosse del 2016. Dopo il 24 agosto è seguita quella catastrofica del 30 ottobre. Attualmente sono in corso tutte le verifiche che dovrebbero portare alla sua completa ricostruzione che, certamente, richiederà diverso tempo. Ad oggi sono intatte solo la facciata gotica e l’abside. Altre strutture all’interno di Norcia sono gravemente lesionate. Le mura medievali della città risultano, invece, completamente ristrutturate.
Anche a Norcia troviamo molta gente. Non ci fermiamo molto, ci attende la lunga salita di Forca Canapine, almeno così noi pensiamo. Sono circa 20 chilometri, ma ciò che mi preoccupa è la successiva discesa di 18 chilometri da affrontare con i freni che non sono in piena efficienza. Dopo tutte le peripezie della mattinata la giornata prosegue con una certa apprensione. La deviazione ci ha costretti ad allungare il percorso di circa 40 chilometri, oltre alla delusione di non poter passare per Castelluccio, si aggiunge anche la fatica. La volontà ci fa superare tutte le contrarietà. Ripartiamo e pian piano superiamo, uno alla volta, i primi tornanti. Il traffico intenso ci accompagna fino al bivio con la superstrada che porta alla galleria, che non è possibile percorrere in bici. Noi giriamo a sinistra verso il valico e saliamo in piena solitudine. Gilda ci procede con l’auto e siamo d’accordo che, visti tutti gli inconvenienti di giornata, ci aspetterà in prossimità di Forca Canapine.

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La salita è impegnativa, ma non impossibile. Mentre pedalo, a pochi chilometri dal bivio di Castelluccio, squilla il telefono. E’ Gilda che mi dà l’ultima buona notizia. In prossimità del valico la strada è interrotta, non si passa nemmeno con la bici. Mi dice anche che il suo cellulare wind non funziona e ha dovuto fermare un ciclista che ritornava anche lui verso Norcia che gli ha prestato il suo telefonino. Si trova ferma al bivio per Castelluccio dove ci aspetta.
Dopo circa novanta minuti di salita arrivo e vedo Gilda con l’auto parcheggiata. Sono quasi le sette di sera, fra poco comincerà a fare buio, dovremo deviare per Forca di Presta ed affrontare una discesa già difficile, ma all’imbrunire diventerebbe impossibile. Purtroppo a Settembre le giornate si fanno più brevi. Ho pensato che sarebbe più prudente proseguire tutti con la Meriva. Aspettiamo che arrivi Marco e carichiamo le bici nell’auto. Gilda mi confessa che lungo i tornanti della salita con tutti i precipizi si è trovata in difficoltà a causa delle sue vertigini. Mi metto io alla guida e partiamo. Quando sono alla guida di solito mi diverto, ma questa sera l’animo non è dei migliori. Attraversiamo tutta la pianura di Castelluccio, la pianura dell’infiorata che questa sera è grigia e triste. Davanti a noi si estende il Monte Vettore con tutti i Sibillini senza che ce ne accorgiamo. Passiamo ai piedi di Castelluccio stanchi e delusi. Penso che la stanchezza derivi soprattutto dalla delusione più che dalla fatica. Questo tratto di strada sarebbe stato il piatto forte della giornata, ma non abbiamo neanche la forza di concentrarci sulla bellezza dei “monti azzurri”, come Leopardi chiamava i Sibillini.
Passiamo il valico di Forca di Presta e scendiamo verso la Valle del Tronto. Incontriamo le frazioni di Pretare e Piedilama ridotte ad un ammasso di pietre e calcinacci. Arrivati ad Arquata del Tronto il nostro morale, già molto basso, inorridisce alla vista del vecchio borgo in gran parte distrutto. Le poche costruzioni ancora in piedi risultano gravemente lesionate.
Quando siamo sulla Salaria è buio intenso, la Valle del Tronto scorre davanti ai nostri occhi, ma non scorgiamo i bei panorami che vanno dai Sibillini ai Monti della Laga. A Forca di Presta abbiamo lasciato l’Umbria, ora siamo nelle Marche in Provincia di Ascoli Piceno, manca poco a Grisciano dove inizia il Lazio, l’Abruzzo non è molto lontano. Appena avvistiamo le prime case del paese telefoniamo all’Agriturismo Grisciano per chiedere l’esatta ubicazione, la titolare nel darci le informazioni ci fa presente che è un po’ tardi. Arriviamo a Grisciano ben oltre le ore venti. L’accoglienza non è molto calorosa, la signora Patrizia ci prega di fare presto per la cena. Prendiamo possesso delle nostre camere e andiamo subito alla sala ristorante dove ci sono altri ospiti. Nel corso della serata la signora si addolcisce e si riscatta con un ottima cena. Siamo a Grisciano a pochi passi da Amatrice. La “Gricia” e l’ “Amatriciana” sono due piatti tipici della zona. La Gricia, il cui vero nome sarebbe “Griscia”, prende il nome proprio da Grisciano. E’ uno dei miei piatti preferiti e non manco di ordinarne una porzione, mangiarlo nella sua patria di origine ha un fascino particolare. La griscia sembra la figlia minore dell’amatriciana, ma è vero proprio il contrario perché la sua origine risale a un’epoca precedente alla scoperta dell’America perché veniva cucinata ben prima della venuta del pomodoro. I suoi ingredienti, infatti, sono quelli disponibili sul territorio, offerti dalla pastorizia e dall’allevamento, facili da trasportare dai pastori durante la transumanza, ovvero: olio, guanciale e pecorino, con un pizzico di pepe. Una legenda da sfatare è quella della pasta, non ci sono regole sul suo utilizzo. Non esiste una versione originale perché in passato non c’era una grande scelta e si usava la pasta disponibile, sia lunga che corta e, quando c’erano le uova, si cucinava anche la pasta fresca. L’amatriciana e la gricia sono oggi due piatti prelibati, ma una volta era il pasto dei contadini e dei pastori.
Terminata la cena con un bicchierino di genziana andiamo a letto consapevoli che domani rientreremo in terra d’Abruzzo.