L'APPENNINO

Laziale e Abruzzese

8° Tappa - GRISCIANO – MASCIONI Lago di Campotosto - km. 47
Poggio Cancelli (m. 1.295) – km 16,7
Lago di Campotosto (1.420) – km 6


Oggi, lunedì 14 settembre, affrontiamo la tappa più corta. Ci svegliamo come sempre di prima mattina. Anche oggi è una splendida giornata, come quelle che abbiamo avuto fin dalla partenza da Firenzuola. Possiamo ammirare l’intera struttura dell'agriturismo che ieri sera con il buio non abbiamo potuto vedere.

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Prima di colazione facciamo un giro di esplorazione. L’agriturismo è realizzato all’interno di un’azienda agricola ben attrezzata. Tra i tanti falsi agriturismi, questo rispetta in pieno tutti i parametri stabiliti dalle norme, ci sono animali e prodotti propri, ma c’è anche l’atmosfera della vera accoglienza. Patrizia e suo marito Mario sono due persone semplici, ma molto attenti con gli ospiti e danno l’impressione di conoscere il mestiere non facile di agricoltori e allevatori. Hanno organizzato una cooperativa che dà lavoro a dieci persone, compresi alcuni componenti della famiglia, puntando sulla multifunzionalità e la produzione di qualità. Sono riusciti a superare le avversità del terremoto che ha causato il crollo delle stalle, ma per fortuna gli edifici abitativi non hanno subito danni. La posizione è incantevole, immersa nel verde, tra i monti Sibillini e i monti della Laga. Dal piazzale dell’agriturismo possiamo vedere in lontananza la cima del Monte Vettore.
Questa mattina la signora Patrizia si dimostra ancora più simpatica e socievole. Ci prepara una buona colazione e si intrattiene cordialmente con noi. Nel salutarla ci proponiamo di tornare appena possibile.
Grisciano era una stazione di posta, al confine tra il Regno delle due Sicilie e Lo Stato della Chiesa. Questa zona fino al 1806 apparteneva all’Abruzzo Ulteriore, prima dell’Unità d’Italia era nel distretto di Cittaducale della provincia dell’Aquila. Il distretto fu soppresso nel 1927 e il territorio passò alla nuova provincia di Rieti nell’Alto Lazio, ma l’identità abruzzese è rimasta nei costumi e nelle tradizioni.
Sia il fiume Tronto che la via consolare mi sono familiari. La via Salaria mi riporta a Roma ed il fiume scende verso “L’Adriatico selvaggio che verde è come i pascoli dei monti”. Questa mattina con la mia mountain bike parto da solo, Marco sale in macchina con Gilda, ci incontreremo ad Amatrice. Risentendo ancora degli sforzi del giorno prima ha scelto di riposarsi per i primi chilometri. Uscendo dall’Agriturismo prendo la Salaria in leggera salita, dopo pochi chilometri supero il bivio per Accumoli, il comune capoluogo di Grisciano, anch’esso gravemente ferito dal terremoto del 2016. Da Accumoli scende il Sentiero del CAI, proveniente dai Sibillini. Oggi non mi devo preoccupare troppo dei problemi ai freni perché la tappa è corta e non ci sono discese.
Costeggiando il Tronto arrivo al bivio per Amatrice, lascio la Salaria e proseguo aggirando il Lago di Scandarello, uno dei tanti laghi artificiali di questa zona che alimentano le turbine dell’Enel. Poco dopo arrivo in vista delle prime costruzioni di Amatrice che presentano tutte forti lesioni e risultano disabitate. All’ingresso del borgo vengo fermato da una pattuglia dell’Esercito che mi informa che non è possibile proseguire con la bici ed è, comunque, proibito attraversare il centro della città anche a piedi, pertanto non potrei nemmeno spingere a mano la mia mountain bike. Il transito è consentito solo in auto ma senza fare soste. Inizio una trattativa con il capo pattuglia che mi chiede dove sono diretto. Saputo che vado a Campotosto mi invita a prendere una strada che mi costringerebbe a una deviazione di oltre venti chilometri di salita, fin sotto le pendici del Monte Gorzano, per poi ridiscendere e riprendere la strada per Campotosto. Dopo aver riflettuto riconosce che sarebbe un’assurdità, forse è stato convinto anche dalla mia calma e serenità, perché mi propone di avanzare al fianco dell’automezzo dell’esercito che mi accompagnerà fino al bivio per L’Aquila. Ho il grande onore di essere scortato dall’Esercito Italiano.
Avanzando tra le macerie la visione che si presenta ai miei occhi è drammatica.

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Il centro storico di Amatrice è una landa desolata, un mare di pietre e detriti sono sparsi a vista d’occhio. Pedalo lungo quello che era il Corso Umberto con un enorme vuoto dentro. Sono sgomento, non ho mai visto un simile disastro. Unico edificio superstite, come una palma nel deserto, è la Torre Civica il cui orologio è fermo alle 3.36, l’ora del sisma. Da notare che il terremoto de l’Aquila è avvenuto alle 3.32, ma sette anni prima. Arrivato in prossimità della torre mi avvicino ai militari chiedendo se posso fare una foto. Non è possibile “E’ assolutamente proibito”, mi dice il capo pattuglia (la foto qui pubblicata è stata scaricata da internet). Non capisco il motivo e procedo fino al bivio dove la pattuglia mi lascia libero di proseguire.
Ero passato già altre volte prima del terremoto e ricordo la conformazione tipica del borgo medievale e rinascimentale, di tutto questo ad Amatrice non è rimasto più niente.
Lasciata la pattuglia dell’esercito vado dritto nella direzione di Campotosto e mi metto alla ricerca della Meriva, la vedo poco più avanti parcheggiata ai lati della strada. Mi fermo mentre Gilda e Marco escono dal Centro Commerciale. Gli unici edifici funzionanti ad Amatrice sono stati realizzati dopo il sisma con strutture prefabbricate, oltre al Centro Commerciale esiste il “Polo del Gusto” progettato da Stefano Boeri, dove sono stati concentrati tutti i ristoranti esistenti prima del terremoto. Una importante iniziativa tendente a mantenere e consolidare la tradizione della cucina amatriciana e promuovere la ripresa economica del territorio che ha nel turismo gastronomico il settore trainante. Nei fine settimana, in qualunque stagione, i locali sono super affollati. Credo che il motivo del divieto di transito per i ciclisti è proprio dovuto all’eccessivo affollamento, specialmente nei giorni di festa. I ciclisti vanno famosi per la loro invadenza. Oggi è lunedì non c’è una grande affluenza.
Gli amatriciani, anche per il devastante terremoto, sono famosi in tutto il mondo, ma a Roma sono conosciuti da sempre come cuochi provetti. Nel dopoguerra sono scesi in massa e hanno aperto ristoranti e trattorie “matriciane” specialmente nel rione Esquilino, vicino alla Stazione Termini. La loro cucina si è integrata con quella romana, rappresentata soprattutto dalle specialità alla "giudia” sviluppatasi all’interno del Ghetto. Si sono venute a rinnovare, in un certo senso, le origini di Roma che con il “ratto delle Sabine” ha visto l’episodio leggendario più importante della sua nascita. Il connubio tra Roma e la Sabina è antico, rinsaldato dalla consolare via Salaria che dal Tirreno arrivava sulle sponde dell’Adriatico. Il popolo sabino ha dato origine ai Piceni che si sono diffusi in tutto il medio Adriatico, tra il fiume Foglia e L’Aterno. Mi sento di far parte di questo connubio per la mia origine marchigiana e la mia successiva migrazione prima nel Lazio e poi in Abruzzo.
Da quando sono partito da Grisciano ho fatto 25 chilometri di leggera salita. Appena Marco riprende la sua bici ripartiamo in direzione di Campotosto. Allontanandoci da Amatrice procediamo per una strada panoramica dove ogni tanto troviamo qualche casolare disastrato.
Salendo la vista si allarga sempre più. Nel versante occidentale si scorge in lontananza anche il Terminillo, la montagna di Roma. Sulle piste del Terminillo ho appreso i primi rudimenti dello scii. Autodidatta, su piste con neve fresca non battuta, utilizzando impianti antidiluviani, il divertimento era poco, la fatica tanta. Erano gli anni in cui noi giovani stavamo scoprendo le vacanze sulla neve. Non erano vere vacanze, perché si andava a sciare nei fine settimana. Spesso il venerdì sera partivo direttamente dall’ufficio dove lavoravo e andavo all’”Ostello della Gioventù” fino alla domenica pomeriggio. Erano dei veri tour de force, scendere su quelle piste primordiali su scii di legno con gli attacchi “a molla” era un’avventura. Quello che mi attirava era l’ambiente naturale e il desiderio di scivolare sulla neve con le mie sole capacità, anche se la mia tecnica da principiante era molto scarsa. Già allora la mia smania di libertà prevaleva su ogni altra cosa.

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Dalla parte opposta si estende il Parco Nazionale della Laga. Il Monte Gorzano è davanti a noi, con i suoi 2458 metri di pietra arenaria è la vetta più alta della massiccio montuoso. Anche questi sono luoghi ricchi di storia e di leggenda. Tra il Monte Gorzano e il picco della Macera della Morte ritroviamo Annibale, il condottiero cartaginese con il suo esercito e i suoi elefanti. Secondo racconti popolari, nel punto chiamato “Vado di Annibale” a 2119 metri (che si raggiunge attraverso una piccola mulattiera chiamata “Tracciolino di Annibale”) ci sarebbe stata una battaglia tra romani e cartaginesi: la battaglia fu così cruenta che i corpi dei caduti furono accatastati in pire e lasciate “macerare. E’ un episodio che mi lascia un po’ perplesso perché non riesco a concepire un intero esercito con al seguito elefanti africani arrampicarsi su piccoli sentieri ad oltre duemila metri. Per la verità la battaglia della “Macera della Morte” non viene riportata nei libri di storia, ma è frutto di racconti popolari tramandati oralmente e che si ascoltavano davanti il fuoco nelle sere d’inverno. Si narrava che in certe situazioni talune persone riuscissero a sentire, confuso con il fruscio delle foglie e il rumore del vento, i lamenti degli spiriti dei soldati morti in battaglia. E’ facile, però, che lo scontro sia avvenuto tra due avamposti degli eserciti e che invece il grosso delle truppe di Annibale, reduce dalle battaglie del Trasimeno e di Plestia, nell’intento di aggirare le milizie romane che presidiavano l’altipiano di Campo Imperatore, si siano dirette verso l’Adriatico. Passando per Castrum Teate (l’attuale Chieti), i cartaginesi proseguirono per la Daunia dove avvenne lo scontro con i romani nella vittoriosa battaglia di Canne.
I Monti della Laga sono legati anche ad altri episodi cruenti. Arrivando a tempi più recenti, prima dell’unità d’Italia l’area era infestata dal fenomeno del “banditismo”, che durante il Regno d’Italia prenderà il nome di “brigantaggio”. Si raccontano le gesta del bandito Marco Sciarra, il “Robin Hood” di Bosco Martese, di suo nipote Santuccio da Froscia, di don Donato de Donatis, detto il “prete spretato” e non ultimo il “brigante gentiluomo” Giovanni Piccioni. Anche qui come succedeva in altre regioni dell’ex Regno delle due Sicilie, il fenomeno era favorito dai fitti boschi che arrivavano pressoché fino alle vette delle montagne e delle grotte di tufo ed arenaria che permettevano a latitanti, fuggitivi e profughi di nascondersi dalle incursioni del regio esercito.
Non troppo lontano dalla Macera della Morte, dopo l’8 settembre 1943, in località Bosco Martese nei pressi del Ceppo, si radunarono alcune centinaia di persone comprendenti soldati sbandati, gruppi antifascisti, civili teramani, ex prigionieri di guerra inglesi, canadesi, neozelandesi, australiani e jugoslavi, con l’intenzione di costituire un presidio per difendere Teramo da eventuali attacchi da parte dei tedeschi. Il 25 settembre avvenne uno scontro tra il gruppo partigiano e un contingente tedesco composto da una trentina di autocarri. La battaglia durò circa 3 ore e i partigiani misero in fuga i nazisti. Secondo fonti locali si contarono almeno 50 tedeschi uccisi, due autovetture e cinque camion distrutti. I tedeschi per rappresaglia uccisero cinque ostaggi catturati a Torricella Sicura. Nascosti tra gli anfratti della Laga i partigiani resistettero per circa nove mesi alle rappresaglie nemiche. Ferruccio Parri la definì: “La prima battaglia in campo aperto dell’antifascismo italiano contro il nazifascismo”. Un evento che viene ricordato ogni anno nel piazzale del Ceppo. Oltre ad un monumento, è stata realizzata una passeggiata che attraversa il Bosco Martese. Il luogo, circondato da una fitta vegetazione di abeti bianchi, faggi e querce, fu dedicato in epoca romana a Marte dio della guerra, ma anche protettore dei boschi. Con il cristianesimo il culto a Marte fu sostituito dalla tradizionale festa di San Martino a cui fu intestato un piccolo santuario in una frazione di Amatrice.
Avvicinandoci al Gorzano, con Marco pedaliamo ricordando quell’escursione fatta insieme circa venti anni prima, arrampicandoci lungo il sentiero delle “cento fonti”. Nell’escursione al Gorzano noi non pensavamo all’episodio di Bosco Martese perché per tanto tempo alcuni avvenimenti del periodo della Resistenza non avevano la considerazione che meritavano. Nei primi anni del nuovo secolo è stata la presenza del presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi alle commemorazioni a dare dignità al sacrificio dei partigiani teramani. Qualcuno ha perfino messo in discussione la veridicità dei fatti solo perché l’iniziativa è durata lo “spazio di un mattino” e non ha prodotto una valida organizzazione partigiana, come avvenuto in altre parti d’Italia. Bisogna, però, considerare che nel teramano il regime fascista era radicato in tutto il tessuto cittadino ed aveva il totale e incondizionato appoggio della gerarchia ecclesiastica. Il regime, insomma, non fu messo i dubbio né dalle leggi razziali, né dallo scoppio della guerra. Nemmeno la caduta di Mussolini provocò ripensamenti. Più che l’imperizia e l’improvvisazione, è stato proprio il mancato riconoscimento da parte della popolazione che il tentativo del piccolo gruppo partigiano di Bosco Martese, non ha prodotto esiti migliori. Bisognerebbe, inoltre, considerare che specialmente in quei momenti di sbandamento e incertezze non era ben chiaro per i cittadini e per i militari come comportarsi e che cosa fare. Senza l’appoggio della popolazione nessun gruppo partigiano poteva sopravvivere, dovunque i partigiani si sono impegnati con una certa efficacia hanno sempre avuto il sostegno della cittadinanza.
Dopo l’8 settembre, ci fu una confusione generale in conseguenza della della fuga del re e del governo che ha causato uno sbandamento incontrollato negli apparati pubblici civili e militari. "Tutti a casa" sembrava l'unico ordine in quel disordine collettivo; mancava ogni riferimento ed ogni certezza. Fu un disastro totale che provocò disagi alla popolazione e vendette da parte dei tedeschi nei confronti degli stessi soldati italiani. Il gesto del re è stato uno dei gesti più ignobili che pesa sulla storia della casa Savoia. La fuga del re e del governo, che ha favorito l'occupazone nazista, è stata senz'altro uno dei momenti più tragici e vergognosi della storia d'Italia. Il ruolo svolto dai partigiani, nonostante la mancanza di una organizzazione centralistica, ha riscattato in gran parte le scelte nefaste del governo fascista e della casa regnante.
Passando per la frazione di Cornillo Nuovo troviamo altre macerie ed abitazioni irreparabilmente lesionate dal terremoto. La stessa cosa vediamo anche a Poggio Cancelli in prossimità del Lago di Campotosto. Dopo Cornillo siamo entrati in terra d’Abruzzo, si può dire che siamo a casa. Gilda e Marco due abruzzesi veraci, io abruzzese di adozione con la passione per questa terra meravigliosa.
Il Lago di Campotosto è un lago artificiale ricavato dallo sbarramento del Rio Fucino, fornisce acqua alle centrali idroelettriche della Valle del Vomano: le centrali di Provvidenza, di San Giacomo e di Montorio. L’energia elettrica ha sostituito la produzione di torba che, fino agli anni venti del secolo scorso, veniva convogliata con una teleferica alla stazione di Capitignano da dove partiva per l’Aquila tramite una ferrovia, ora dismessa.

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Arrivati sul lago di Campotosto passiamo sopra una delle tre dighe che hanno resistito molto bene alle ripetute scosse di terremoto degli ultimi cinquanta anni. Superata la diga prendiamo la strada a sud del lago che da Poggio Cancelli arriva a Mascioni dove siamo alloggiati alla Locanda Mausonium. Il Monte Gorzano domina tutta la vallata dove si è formato il lago, pedalare tra le sue insenature è un incanto. Anche un lago artificiale regala magiche suggestioni come qualunque specchio d’acqua. Da questo versante il panorama spazia dai Monti della Laga fino al Gran Sasso. La Laga è stata inserita nel 1989 all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso in seguito a ripetute manifestazioni dimostrative da parte della popolazione. Gente tenace che sa quello che vuole per lo sviluppo del proprio territorio. Uno sviluppo sostenibile che mantenga le tradizioni e l’ambiente, contro ogni speculazione.
Arrivando alla locanda notiamo con sorpresa che Mascioni non ha grandi segni del terremoto. Vediamo alcuni muri lesionati, ma non c’è niente di quello che abbiamo visto negli ultimi due giorni. Gilda ci aspetta alla locanda dove conosciamo Domenico, il titolare. Domenico è uomo di montagna, è un esperto escursionista e fa la guida volontaria. Per mestiere fa l’albergatore, anche nel lavoro mette tanta passione, si vede dai particolari che ci colpiscono positivamente.
Oggi arriviamo all’ora di pranzo che ci viene preparato da un giovane cuoco che, lasciato il Veneto ha trovato una nuova patria sull’Appennino abruzzese. Durante il pranzo troviamo con Domenico tante conoscenze in comune. Specialmente Marco apre con lui una lunga conversazione sul territorio, di cui sono due conoscitori.
Terminato il pranzo approfitto per portare la mia mountain bike a Pizzoli dove c’è un’officina ciclistica. Sostituite le pasticche dei freni sono più tranquillo per la giornata di domani, che è l’ultima giornata della nostra lunga passeggiata nell’Appennino. Tra l’altro domani affronteremo discese impegnative.

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Tornando verso Mascioni, mentre percorriamo il lungolago, incontriamo una ragazza, molto giovane e di bell’aspetto che non è stata attirata dalle sirene della città, il suo interesse è per la montagna. Ho saputo che Francesca, laureata all’università de L’Aquila, è rimasta attaccata alla sua terra e conduce volentieri al pascolo le sue caprette. Lei si mette davanti come un condottiero e le caprette la seguono fiduciose.
Il pomeriggio lo dedichiamo ad una visita a Campotosto, nell’altra sponda del lago che, al contrario di Mascioni è completamente distrutta. Il piccolo comune di Campotosto ha un’economia legata al turismo e all’artigianato. Nonostante la situazione difficoltosa notiamo una fervente attività. Sono aperti, in strutture prefabbricate, piccoli negozi che vendono beni di produzione locale, non solo alimentari. Conosciamo Assunta, un’amica di Marco, che porta avanti un laboratorio di tessitura e di piccoli oggetti di sua produzione. La tessitura è fatta con lane provenienti dalla zona del Gran Sasso e della Laga.
Sia Assunta che Domenico sono due persone molto attive e si impegnano per la rinanscita del loro territorio bistrattato dalla natura e poco considerato dagli uomini. Vogliono rimanere nel loro paese di origine e cercano di convincere altri giovani del posto a contribuire per vivacizzare le attività locali. Allo scopo di scongiurare lo spopolamento hanno costituito un’associazione per promuovere diverse iniziative. Lo fanno con molto impegno e competenza, dimostrando che sono i primi a crederci. Tra i loro intenti c’è anche quello di invogliare imprenditori che, venendo da fuori, vogliano proporre nuovi progetti ma, dicono, “chi viene a Campotosto ci deve credere come ci crediamo noi, devono abitarci e prendere la residenza, altrimenti è meglio che non vengano”. A me sembra un buon presupposto per una qualunque attività imprenditoriale perché oltre allo sviluppo della propria attività un'imprenditore deve promuovere anche la crescita del territorio.

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Il terremoto ha fatto molti danni, ma la bellezza dei luoghi è rimasta intatta ed è su questo scenario che persone come Assunta e Domenico puntano per la rinascita di queste zone. Sono molto attivi anche nel promuovere il “Cammino delle Terre Mutate”, un percorso escursionistico che partendo da Fabriano arriva fino a L’Aquila, riunendo con un filo immaginario gran parte delle località danneggiate dal sisma: il “cuore ferito dell’Appennino”. Oltre a quello turistico l’intento è, forse e soprattutto, quello di accomunare gli interessi dei numerosi borghi e delle campagne che solo nell’unione possono trovare quell’energia e quella la capacità necessaria per risorgere. Come Amatrice, anche Campotosto ha un prodotto artigianale prettamente locale, una tradizione antica di oltre 500 anni: la Mortadella di Campotosto, un salume fatto con carne suina a grana fine con al centro un bastone quadrato di lardo. Essendo presentato in coppia, viene anche chiamato coglioni di mulo, ma l’animale in questione non c’entra nulla.
I territori di montagna sono i più coinvolti a coniugare il moderno con l’antico, la tecnologia con la tradizione, le reti informatiche con i prodotti della terra e gli antichi mestieri.
Per lo sviluppo “sostenibile” della montagna si dovrà assolutamente cercare di conciliare un mondo arcaico e selvaggio con le leggi del mercato e dell’impresa; superare i contrasti apparentemente incompatibili tra i vincoli imposti dai Parchi e le regole dell’economia. Il Parco Nazionale del Gran Sasso e della Laga è impegnato a gestire gli investimenti nel turismo, negli impianti di risalita, nell’escursionismo, nell’archeologia, nella pastorizia, armonizzandoli con l’ambiente. Nello stesso tempo deve affrontare i problemi legati al traforo autostradale e la coesistenza del Laboratorio di Fisica Nucleare con la captazione dell’acqua. Problemi di non facile soluzione per i quali ci sono in corso diversi procedimenti giudiziari.
La giornata alla Locanda Mausonuim termina con una cena a base di piatti tipici abruzzesi cucinati dal cuoco veneto, allietata da una buona conversazione con Domenico sui percorsi escursionistici della Laga e del Gran Sasso. Non c’è niente da dire, siamo proprio a casa!