L'APPENNINO
Abruzzese
9° Tappa - MASCIONI Lago di Campotosto - S. STEFANO DI SESSANIO - km. 95
Monte San Franco (m. 1500) – km 8,5
Altipiano Campo Imperatore (bivio S. Egidio) (m. 1600) – km 10,0
Rocca Calascio (m. 1460) – km.8
Oggi, martedì 15 settembre affrontiamo l’ultima tappa. Sono molto soddisfatto perché, nonostante alcuni inconvenienti, quella che poteva essere considerata una “pazza idea” sta per arrivare felicemente alla sua conclusione.
La soddisfazione viene anche dal fatto di aver dimostrato che, se ben organizzati, con una buona preparazione psico-fisica e con ponderazione, perfino una persona non più giovane può affrontare un’impresa simile.

Anche oggi il bel tempo ci assiste. In questi nove giorni siamo stati fortunati, uno dei contrattempi che mi preoccupavano di più, il maltempo, non ci ha mai condizionato. Prima di partire faccio un piccolo giro per il paese e mi colpisce una lapide appesa ad un muro. Scopro che anche Mascioni ha l’Università Agraria. Sulla lapide c’è questa scritta: “L’Università di Mascioni spezzando l’indolenza e l’ignavia affermò se stessa derivando con forze proprie l’acqua di questo fonte dalle sorgenti dei pozzi Saveri. Progettò e diresse l’opera l’ing. Isidoro Strina. Le acque tra il plauso del popolo fluirono li 12 settembre 1888”. Questo è un altro esempio che l’Appennino, pur essendo esteso, con grandi distanze tra le diverse località e con baluardi naturali che hanno ostacolato le comunicazioni, ha avuto una storia comune. L’Italia era una nazione prima ancora che fosse realizzata l’Unità d’Italia.
Partiamo dalla locanda con un commiato caloroso a Domenico. Percorriamo la strada che costeggia il lago fino al Ponte delle Stecche che ci conduce sull’altra riva. Il panorama è imponente: fino alla cima del Corno Grande ed oltre. Scendiamo verso il Passo delle Capannelle dove prendiamo il bivio per l’Acqua di S. Franco e iniziamo ad affrontare la salita più impegnativa di tutta la dorsale appenninica, una pendenza media del 10% con picchi del 18 e 20%.

E’ una salita che conosco già, avendola percorsa lo scorso anno facendo il giro dell’Abruzzo con Antonella e Maurizio. Salendo i boschi di abete si diradano sempre più. Il rimboschimento massiccio fatto nell’immediato dopoguerra a queste altezze non ha attecchito, non è riuscito a ristabilire quell’equilibrio arboreo depauperato dal disboscamento dei secoli passati. La catena del Gran Sasso che inizia proprio dal Monte S. Franco è in gran parte priva di vegetazione. Del resto siamo costantemente oltre i 1.500 metri di altitudine, fino ai circa tremila metri del Corno Grande.
La salita termina in prossimità della chiesetta di S. Vincenzo dove troviamo mandrie di cavalli e bovini allo stato brado. Un paesaggio tipicamente pastorale e quasi mistico, sarà per la presenza della chiesetta con la campana sul tetto, o forse per lo steccato di legno con la bandiera tricolore, sarà che queste montagne le sento mie, quando arrivo qui ho sempre buone sensazioni.
Mi fermo un po’ per assaporare meglio queste emozioni, nel frattempo assisto al passaggio di placide mucche che attraversano con noncuranza la strada ad alcuni motociclisti che fanno la gincana tra un quadrupede e l’altro.
Con Marco ci precipitiamo nella discesa verso Assergi. Oggi i freni sono efficienti e mi danno sicurezza, la discesa è ampia con grandi curvoni, una discesa che si fa apprezzare sia dai ciclisti che dai motociclisti. Poco più avanti vedo Marco che si è fermato ai lati della strada, sta parlando con qualcuno.

Mi avvicino e capisco che si tratta di un pastore con le sue pecore al pascolo. Si chiama Antonio, è di Arischia, una frazione de L’Aquila, qui vicino. Ci dice che ha 75 anni, ma è da 76 anni che fa il pastore. Ha iniziato a condurre le pecore già nel grembo della madre. Ci fa presente che oggi si fa questo mestiere con poca soddisfazione, ma lo dice con semplicità e serenità, senza lamentarsi. Le pecore vanno tosate una volta l’anno, la tosatura viene fatta in primavera, dopo i freddi invernali. La lana, però, oggi non ha più mercato, non si riesce a vendere e per di più è proibito bruciarla, bisogna smaltirla. Ma smaltire un rifiuto è molto costoso. Il latte non si può mungere in pieno campo e per lavorarlo, trasformandolo in formaggio, è necessario portare le pecore in un laboratorio in regola con le norme sanitarie. Antonio continua a fare il pastore solo per passione e per trascorrere le giornate con le sue pecore, nei suoi pascoli, sulle sue montagne. Questi sono i problemi che gravano sulla gestione agro-pastorale che pochi conoscono. L’allevamento è un’attività antica che in queste zone ha sempre sfruttano i pascoli estivi di alta montagna. La piana di Campo Imperatore, ma anche tutti i pendii della catena del Gran Sasso, sembrano fatti apposta per l’allevamento ovino, bovino ed equino. Senza nuove norme, però, che favoriscano l’attività con agevolazioni e sovvenzioni, sarà difficile che un giovane possa dedicare il proprio futuro alla pastorizia e all’allevamento.

Dopo la piacevole ed interessante chiacchierata con Antonio, lo salutiamo e proseguiamo nella discesa. Scendendo ritroviamo il bosco anche se in lontananza le cime dei monti sono spoglie. E’ un panorama completamente diverso da quello che abbiamo attraversato nei giorni scorsi lungo i crinali tosco-romagnoli e successivamente in quelli umbro-marchigiani che erano molto più dolci e di un verde intenso. Poco più avanti troviamo il santuario di S. Pietro della Jenca, diventato famoso perché era frequentato da papa Giovanni Paolo II quando veniva a sciare, in segreto, sugli impianti di Campo Imperatore. Oggi il santuario è intestato a San Giovanni Paolo. In fondo alla discesa superiamo il bivio per Assergi e proseguiamo verso Fonte Cerreto affrontando un paio di chilometri di salita abbastanza ripida.
Giungiamo alla base della funivia del Gran Sasso dove ci aspetta Gilda. La moderna funivia, che ha sostituito quella costruita negli anni trenta del secolo scorso, porta ai 2.130 metri del piazzale di Campo Imperatore. La nuova funivia avrebbe dovuto dare un impulso al turismo invernale ed estivo. Il Gran Sasso è una “montagna vera”, è il massiccio più dolomitico dell’Appennino. Le ambizioni del comune de L’Aquila, che gestisce il “Centro Turistico”, erano quelle di emulare i successi delle stazioni turistiche alpine, ma finora non si vedono risultati soddisfacenti. L'unica montagna dell'Appennino che raggiunge i tremila metri non ha l'affluenza che meriterebbe. Personalmente ritengo che non sia del tutto negativo perché il turismo di massa non si concilia con l'ambiente, ma questi territori martoriati dalle avversità naturali avrebbero bisogno di incrementare la propria economia. L'Abruzzo di bellezze da vendere ne avrebbe in abbondanza.
Sono trascorsi quasi sessant’anni da quando sono passato per la prima volta a Fonte Cerreto, c’era ancora la vecchia funivia. A parte il nuovo impianto di risalita e gli uffici del Laboratorio di Fisica Nucleare, tutto il resto è rimasto immutato. Nonostante la bellezza dell’ambiente, io a Fonte Cerreto ho sempre avuto l’impressione di una località spenta, senz’anima. Mancano, forse, persone con la carica e la determinazione di Assunta e Domenico. Qualcuno afferma che sarebbe colpa del Parco Nazionale con le sue regole restrittive che impediscono lo sviluppo, ma non credo che lo sviluppo possa nascere solo da nuove costruzioni o da impianti che impattano con il territorio.

Il Gran Sasso potrebbe vantare diverse prerogative che mancano ad altri centri turistici, non ultima quella della cosiddetta “rivoluzione del VII grado”. E' una montagna dove si può praticare arrampicate di ogni tipo, oltre a ogni forma di escursionismo. E’ chiamata la montagna degli estremi, ma senza andare all’eccesso, le pareti del Gran Sasso possono essere una vera palestra per cominciare ad amare la montagna. Il rischio è quello di sottovalutare i pericoli, la montagna estrema è a portata di mano, facile da raggiungere. A pochi minuti dalle città si può arrampicare fino al limite delle possibilità umane, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ma in montagna non bisogna improvvisare, la facilità di raggiungere le pareti di roccia porta ad essere superficiali. Invece è bene cimentarsi solo se si è preparati o se si è accompagnati da esperti alpinisti. I quattro Club Alpini abruzzesi sono molto attivi nell’organizzare passeggiate in montagna e corsi di arrampicata in roccia, ma anche su queste montagne lo sport preferito è quello dello sci. Con gli inverni sempre più miti e con la scarsità delle nevicate, per incrementare l'attività turistica sarebbe necessario cercare alternative allo sport della neve.
Arrivati a Fonte Cerreto ci sediamo sulle panche di un chiosco ambulante dove consumiamo alcuni panini. Al contrario delle località attraversate nei giorni scorsi che, nonostante la drammatica situazione, mi avevano dato l’dea di una volontà di riscatto, qui il terremoto non ha lasciato segni, ma è come se fosse tutto fermo, immobile. Le poche auto parcheggiate invece di farmi apprezzare maggiormente la natura che ci circonda mi danno un senso di disinteresse e abbandono. Alberhi, ristoranti e negozi sono tutti chiusi, la stagione turistica qui chiude molto in anticipo. La sensazione desolante è la stessa che provano anche i miei compagni di viaggio e senza nessun cenno d’intesa ci sediamo sconsolati sulle panche del chiosco. Ci accomodiamo all’aperto, respiriamo aria pura e godiamo la vista del panorama, anche se da questo versante la cima del Gran Sasso non è visibile. La stranezza di queste percezioni è che ci arrivano impressioni negative nonostante che la piazzetta di Fonte Cerreto, circondata da una fitta vegetazione, sia ben ordinata, pulita e senza il caos delle località turistiche. Da Fonte Cerreto i monti più rappresentativi della catena del Gran Sasso sono completamente nascosti dalle propaggini del Pizzo Cefalone, Monte Portella e Monte Scindarella. E’ certamente la mancanza della vista del Gran Sasso, con la sua maestosità, che ridimensiona l'aspetto poetico e il fascino di questa zona.
Mentre mangiamo di fronte alla stazione di partenza della funivia, alzo gli occhi e ammiro il cosiddetto “Canalone”, stretto tra i Monti Portella e Scindarella. In alto c'è la stazione di arrivo da dove partono le funi che si congiungono con la stazione a valle. Ogni volta che guardo un impianto di risalita in montagna cerco di allontanare la sensazione di angoscia che, inevitabilmente, mi assale. Una sensazione di disagio che probabilmente deriva dall’impossibilità di un diretto controllo dell’impianto, o dalla precarietà delle funi. Disagio che dovrei provare anche in altre circostanze come viaggiare in aereo, in treno o anche in auto, ma che invece affronto con disinvoltura e serenità. Si dice che l’amore non è autentico se non c’è qualche pena. Ed io amo la montagna.
La nuova funivia è stata inaugurata nel 1988 ed ha sostituito la vecchia realizzata nel 1934. Doveva essere l’occasione per rilanciare il Comprensorio Turistico del Gran Sasso, ma gli eventi non hanno reso possibile un vero rilancio.
Da molto tempo frequento L’Aquila e i suoi dintorni, il Gran Sasso era la meta preferita per le mie escursioni estive, ma anche per provare qualche brivido nelle discese sulla neve. Essendo autodidatta non sono mai stato uno sciatore provetto, ma il mio spirito di avventura non mi fermava dinanzi a nessuna difficoltà. La complicazione più grande era, in quei tempi, la lunghezza degli scii. Gli esperti (falsi profeti ce ne sono in tutte le epoche) consigliavano scii lunghissimi: non meno di due metri. Chi non aveva una tecnica più che perfetta faceva una fatica immane a manovrare quei “pezzi di legno”. Un giorno, mentre sciavo sugli impianti di Campo Imperatore, dopo aver fatto qualche discesa lungo le “Fontari” mi sono avvicinato alla stazione della funivia per guardare dall’alto il “Canalone” e, dopo una lunga e meditata riflessione, decisi di avventurarmi per quella che era la pista nera più difficile che avessi mai visto. Era una pista panoramica, la conca aquilana era ai miei piedi in tutta la sua ampiezza. La tentazione era fortissima. Ho riflettuto per diversi minuti per prendere la decisione fatidica che per un attimo ti fa propendere per un sì o per un no, senza poter tornare indietro. La pista, che non era una vera pista, aveva una larghezza di non più di 4 – 5 metri. Per scendere è necessario fare uno slalom strettissimo, inoltre la pendenza è molto accentuata. Per circa 3 km si scende dai 2.128 metri di Campo Imperatore ai 1.125 metri di Fonte Cerreto. Come sempre nel canalone la neve non era battuta, ma la traccia era segnata dai pochi sciatori che la stavano percorrendo. La decisione doveva essere presa senza indugi, mettendoci un po’ di raziocinio per non essere completamente incoscienti. Il tracciato era abbastanza libero ed io avevo deciso di scendere secondo le mie capacità, con l’unico obiettivo di non cadere. Dopo aver ponderato su che cosa mi potesse succedere avevo concluso che, nel peggiore dei casi, avrei fatto la discesa a piedi. Invece che scivolare sugli scii, li avrei portato io in mano. Era una di quelle occasioni che consente di dire a te stesso (senza vantarsi troppo!): ce la posso fare, ce la faccio. Ce l’ho fatta! E’ inutile dire che arrivato alla stazione di base ero molto contento e naturalmente quella è stata l’unica volta che sono sceso per il “Canalone” con gli sci ai piedi. Negli anni ’70 del secolo scorso gli inverni erano abbastanza nevosi, anche nell’Appennino Centrale e si poteva sciare senza l’innevamento artificiale. Negli anni successivi non è stato più possibile sciare lungo il “Canalone”. Posso dire che sul Gran Sasso la mia passione per la montagna si è potuta esprimere in varie maniere con qualche soddifazione.
Oggi non saliamo al piazzale dell’Albergo con la funivia, abbiamo deciso di andare in bici affrontando la “salita di Pantani” dove il pirata nel Giro d’Italia del 1999 ha battuto il record della scalata alla media di 29 chilometri orari (io raggiungo questa velocità solo ...in pianura). Il Giro d’Italia nella sua storia è arrivato a Campo Imperatore cinque volte, ma per gli appassionati di ciclismo rimane nella memoria soprattutto l’impresa del "pirata" che prima di scattare si toglieva la sua bandana con un gesto di sfida nei confronti degli avversari.
Partendo da Fonte Cerreto dobbiamo fare 18 chilometri per arrivare al bivio di S. Egidio, dove inizia la piana di Campo Imperatore per poi svoltare in direzione di S. Stefano di Sessanio. Questa sera dormiremo nel b&b di Mirella, la moglie di Marco. Si può dire che siamo ormai arrivati, manca soltanto l’ultimo sforzo, ma sarà una fatica molto piacevole arrancando sulle "nostre" montagne. Prima di partire dico a Gilda di fermarsi ed aspettarmi lungo la salita che conosco molto bene con i suoi ripidi tornanti che la potrebbero mettere in difficoltà. Una valida scusa è quella di fermarsi per fare alcune fotografie. Infatti trovo la Meriva parcheggiata al bivio di Montecristo. A queste altezze il paesaggio cambia di nuovo, finisce la vegetazione e inizia un territorio del tutto spoglio, siamo a circa 1.500 metri. Ci sono i pascoli di alta montagna, anche qui nella stagione estiva vengono portate mandrie e greggi. Il versante sud del Gran Sasso è carente di acqua, è più desolato rispetto al versante del teramano che, invece, è ricco di sorgenti che favorisce la crescita di una vegetazione intensa.

Il paesaggio brullo è punteggiato di piccoli cespugli, di alberi isolati e disadorni e ogni tanto appaiono le “caciare”, piccole casupole fatte di pietre a secco un tempo utilizzate per il ricovero dei pastori. Con Marco non saliamo appaiati, io approfitto dell’aiuto del motorino che, pur essendo al minimo mi dà quell’abbrivio in più che mi evita l’affanno e mi rende tutto più facile e piacevole. Ogni tanto mi fermo per aspettarlo, ma essendo due solitari non conversiamo molto. In questi momenti e, soprattutto, in questi posti per noi è più importante l’introspezione e contattare il rapporto con l’ambiente. Ho fatto questa salita e visto questi luoghi moltissime volte, ma è la prima volta che salgo in bicicletta. E’ una bellissima sensazione. Incontrare un branco di cavalli, una mucca con il suo vitellino o un esemplare isolato che cammina lungo la strada, mi dà l’immagine di un vero paesaggio bucolico. Pedalando in sella alla mia mountain bike quasi mi immedesimo con loro. Mentre li sorpasso cerco di guardali negli occhi come se li volessi salutare.
Mentre si sale ai piedi delle montagne si comincia a scorgere la conca aquilana, di fronte a noi si ergono i profili del Sirente e del Velino, in lontananza si vede ancora il Terminillo. Non mi fermo, ma ogni tanto giro lo sguardo per vedere il panorama. Quando il tornante me lo permette riesco a vedere anche una parte della città de L’Aquila e anche alcuni dei suoi "castelli" (le sue frazioni). Il fiume Aterno attraversa tutta la conca aquilana, prima di gettarsi nella Valle Subequana.
Tutta la catena del Gran Sasso e l’intera piana di Campo Imperatore, oltre a presentare un forte richiamo naturalistico, sportivo e ambientale, ha una tradizione storica millenaria. Il nome di Campo Imperatore deriva da Federico II di Svevia che, pur essendo di discendenza germanica non è nato in Germania, ma nel suo peregrinare con la corte itinerante (come era usuale nel medioevo) era nato a Jesi ed ha vissuto gran parte della sua vita in Italia, dove morì. E' passato alla storia come imperatore tedesco ma si è dimostrato più italiano di tanti italiani. Federico II oltre che di origine germanica era discendente da parte di madre dai normanni di Altavilla, da cui ereditò il Regno di Sicilia. Il territorio abruzzese è stato al centro delle lotte tra Federico e i suoi discendenti, Corrado IV, Manfredi e Corradino, contro il papato e gli angioini.
Federico in eterna contesa con il papato ha collezionato diverse scomuniche. Era uno statista illuminato, protettore e cultore delle arti e delle lettere. Aveva un alto senso dello Stato, un suo disegno sarebbe stato quello di unire i territori della penisola, se non fosse stato contrastato dalla Chiesa. Nei cosiddetti secoli bui del Medioevo è stata una luce, offuscata dall’oscurantismo dei papi. Tra gli istituti da lui creati ci fu l’amministrazione della “Mena in Puglia” che portò un gran beneficio all’Abruzzo, sviluppando il commercio della lana che insieme allo zafferano permise di estendere i rapporti con città importanti come Firenze, Genova e Venezia. Nel XV secolo L’Aquila raggiunse un’importanza economica tale che ricevette da Ferdinando d’Aragona il privilegio della zecca, con il permesso di battere moneta.
L’imponenza dell’altopiano è pari alla grandezza dell'Imperatore.
La città de L'Aquila fu fondata, nel 1254, per contenere l'egemonia di Roma e di Napoli per volere di Corrado IV, riunendo i leggendari 99 castelli. Pur essendo circa 60 i borghi che hanno dato l’origine a L’Aquila, il numero è rimasto nella tradizione, infatti nel ricordo della fondazione, la campana della Torre Civica batteva (prima del terremoto) 99 rintocchi e il monumento più significativo della città è rappresentato dalla Fontana delle 99 Cannelle.
Proseguendo lungo la salita si passa per la Fossa di Paganica con l’eco-mostro dell’albergo incompiuto che nessuno è riuscito ad abbattere. Fu costruito negli anni in cui tutto sembrava possibile, soprattutto alla speculazione edilizia e a coloro che pensavano di installare impianti di risalita dovunque. Ma poi il cambiamento del clima ha ridimensionato le aspettative. Alle pendici del Gran Sasso, nel versante nord, ad una quota tra i 2.600 e i 2.800 metri c'è la conca del "Calderone", il ghiacciaio più meridionale d'Europa che negli ultimi tempi ha avuto una forte riduzione. Nel periodo estivo il ghiacciaio è coperto da uno strato di ghiaia. Rischia di ridursi a semplce nevaio. Oggi è oggetto su studi e ricerche da parte di istituzioni scientifiche europee. Nelle mie numerose escursioni fatte nella seconda metà del secolo scorso ho potuto apprezzare la presenza di ghiaccio anche nei mesi di luglio e agosto. Ormai nella stagione estiva il fenomeo è completamente scomparso. Le riserve degli ambientalisti non sono velleitarie, sono basate su dati di fatto. Anch’io penso che per il Gran Sasso sia più utile una sana conservazione che investimenti scriteriati, anche se l'arretramento del ghicciaio non è dovuto a cause locali, ma da modificazioni del clima che riguarda l'inero pianeta.
Se di investimenti si deve parlare, occorrerà dare la priorità alla ricostruzione post terremoto.
Oltre la Fossa di Paganica, al bivio di S. Egidio inizia la pianura. L’altopiano di Campo Imperatore, è tra i più vasti d'Italia ed è il più vasto dell'Appennino, si estende per un massimo di 18 km in lunghezza e 8 km di larghezza. La piana si trova a un’altitudine che oscilla tra i 1500 e i 1900 metri, circondata da vette di oltre i 2000 metri.
Da S. Egidio parte la strada che con 10 chilometri di salita porta al piazzale della funivia. Dirimpetto alla stazione di arrivo è stato realizzato uno dei pochissimi giardini di altitudine degli Appennini, posizionato di fianco alla Stazione Meteorologica dell’Aeronautica Militare e all’Osservatorio Astronomico che è in funzione da oltre mezzo secolo.

Sempre sul piazzale di Campo Imperatore si erge l’ormai vecchio Albergo in eterno stato di ristrutturazione, ma in effetti è in eterno stato di abbandono. Il Comune de L’Aquila, proprietario dell’albergo, non ha le risorse necessarie per portare a termine i lavori. Eppure l’Albergo ricorda uno dei momenti più importanti e più difficili della storia d’Italia. Lo stato di abbandono non favorisce la memoria storica del luogo. Il 3 settembre 1943 nell’albergo venne imprigionato Benito Mussolini, poi liberato il 12 settembre dai tedeschi con un blitz di 14 minuti da parte dei paracadutisti tedeschi, guidati dal tenente Berlepsch. I paracadutisti atterrarono sul pianoro di fronte all’albergo con tre alianti. Successivamente il capitano Gerlach atterrò con un monomotore “Storch” (la famosa “cicogna”) per prendere in consegna Mussolini e trasferirlo all’aeroporto di Pratica di Mare per poi proseguire per Berlino. La propaganda nazista, però, diede il merito dell’intera operazione al capitano delle SS Otto Skorzeny, proclamato “eroe del Gran Sasso”. Secondo la volontà di Hitler il merito dell'impresa doveva essere delle SS, anche se l'intera operazione era stata portata a compimento dalla Wehrmacht. Le vicende della prigionia e della liberazione del Duce è piena di stranezze, degne di una leggenda se non fosse tutto vero. Innanzi tutto la mancata reazione da parte dei carabinieri e dei poliziotti italiani che avevano ricevuto l’ordine di “proteggere” Mussolini. Gli alianti tedeschi atterrarono nel primo pomeriggio, quando le guardie stavano facendo la "consueta" pennichella. In tutta l’operazione furono sparati, per errore, due soli colpi di pistola.
Dopo la fuga del re e del governo, avvenuta il 9 settembre, nessuna disposizione era stata emanata circa la “protezione” del prigioniero. Proprio per la mancanza di un comando e di precise disposizioni da parte del governo pagarono gravi conseguenze migliaia di soldati e di comuni cittadini, lasciati alla mercé di un esercito invasore. Le vicende verificatesi dopo l'8 settembre ("tutti a casa") è stato senz'altro il momento più drammatico e desolante dopo l'unità d'Italia.
Nel circondario de L’Aquila si sono verificati eccidi da parte dei nazisti nei confronti della popolazione di Onna, di Filetto e Capistrello. E’ sempre vivo il ricordo dei nove martiri aquilani, tutti giovanissimi che si erano uniti ai partigiani e che furono catturati dai tedeschi, costretti anche a scavarsi la fossa da soli prima di essere uccisi. A Poggio Picenze, una giovane donna di origini alto atesine, di lingua tedesca, che viveva nel paese per aver sposato un uomo del posto è riuscita a scongiurare un eccidio convincendo il comandante delle truppe a liberare l'intera popolazione che era stata rinchiusa all'interno della chiesa a causa di increscioso episodio. Una mattina nel tumulare le spoglie di un soldato morto si erano accorti che durante la notte alla salma erano stati trafugati gli stivali di ordinanza. Tra le persone rastrellate e rinchiuse nella chiesa c'era anche la signora Auer che, nella disperazione della gente e nella concitazione generale, intervenne con gran coraggio per perorre la causa della popolazione. Il comandante, infatti, per scoprire il colpevole del gesto sacrilego aveva minacciato di uccidere tutta la popolazione. Il colpevole del gesto sacrilego fu punito, ma l'intera popolazione fu salvata.
Certamente le vicende della Seconda Guerra Mondiale e della successiva “guerra civile” non sono ancora state completamente elaborate dal tessuto sociale e politico perché, nonostante siano trascorsi oltre 75 anni dagli eventi, gran parte della popolazione le sente ancora vive per averle sperimentate direttamente. Aver vissuto quegli avvenimenti, che giustamente debbono rimanere nella memoria, non consente di esaminarli con il necessario distacco emotivo.
In tutti questi anni nessuno se l’è sentita di dare una sistemazione definiva all’Albergo di Campo Imperatore forse per paura di mettere il dito in una piaga ancora non completamente rimarginata. Nel frattempo le forze politiche locali discutono del Piano del Parco e del destino del vecchio albergo. Si parla di sviluppo del Gran sasso, di tavoli tecnici e politici per la ripresa del turismo. Si parla di investimenti, di “progetti concreti” per sostenere le realtà produttive, eccetera, eccetera. Sta di fatto che tanti sono i fattori che determinano la crisi in cui versa il Comprensorio del Gran Sasso. Alla fine rimangono sempre le dispute tra ambientalisti e fautori dello sviluppo del territorio.
A questo proposito non posso non ricordare un’intervista che ho letto su “Meridiani” a Filippo Donati, coordinatore del Centro di Educazione Ambientale del CAI dell’Abruzzo. “Lo scii, gli impianti ......quello è uno sport per gente che non può fare a meno della velocità. Che vadano sulle Alpi, lì sono meglio attrezzati, vivere questa montagna è un’altra cosa”. Sono d'accordo, gli Appennini sono cosa diversa dalle Alpi.

Dal bivio di S. Egidio la vista spazia su tutto l’altopiano. Qui la vegetazione bassa, con sporadiche formazioni arboree, contribuisce al senso di vastità che questo habitat trasmette. E’ una terra selvaggia dove la natura prospera e dove l’uomo ha cercato sempre di trovare il suo equilibrio con l’ambiente. La pianura è formata da circhi glaciali, morene, fiumare, brecciai, comunemente chiamati ghiaioni, elementi che influenzano fortemente la vegetazione. Le sue peculiarità geografiche, morfologiche e naturali rende la pianura di Campo Imperatore unica in tutto il territorio europeo. Occorre considerare che nel tempo l’uomo ha modificato radicalmente la sua componente vegetale attraverso la distruzione delle antiche selve che ricoprivano anche questo habitat. Già ai tempi dell’Impero Romano l’esercizio del pascolo provocò un impoverimento dei boschi che lasciarono spazio a un manto erboso sempre più rigoglioso, perché i proprietari terrieri vedevano nella pastorizia una maggiore fonte di reddito. A pagarne il prezzo fu il bosco, anche in seguito della sempre maggiore carenza di acqua. L’Abruzzo e in particolare Campo Imperatore ha risentito più di altre zone di questo fenomeno che nel periodo del medioevo ha attirato l’interesse di nobili famiglie come i Piccolomini e i Medici che ebbero qui dei possedimenti a sostegno delle loro attività commerciali nel settore della lana.
Dai pascoli di Campo Imperatore partiva il tratturo che, passando per Fonte Vetica, la Piana del Voltigno e Forca di Penne, si congiungeva con quello proveniente dalla Piana di Navelli e Peltuinum, dando origine al "Tratturo Magno" che raggiungeva il Tavoliere delle Puglie. Oggi la transumanza tramite il Tratturo sarebbe impossibile, le pecore vengono trasportate con gli automezzi verso le pianure del basso Adriatico, ma anche verso la maremma laziale e toscana.
Arrivati al bivio di S. Egidio trovo Gilda che ha parcheggiato la Meriva. C’è anche Marco che sta parlando con un ambulante, venditore di prodotti locali. Marco è un agronomo e appassionato di tradizioni soprattutto nel campo dell’agricoltura, quando incontra qualcuno del settore non perde occasione per discutere sull'argomento. Per un po’ di tempo ha tentato anche la strada della produzione di grani antichi e prodotti tipici di alta montagna come le lenticchie di Santo Stefano. Nella sua professione abbina la teoria alla pratica per poter dare le migliori informazioni agli agricoltori iscritti alla C.I.A. l’associazione dove lavora.
Da questa posizione si gode la vista di tutte le vette a sud del Gran Sasso, sul cui crinale è stato realizzato dal Club Alpino il “Sentiero del Centenario”. Il sentiero parte ai piedi del Corno Grande passando per il Monte Aquila prosegue toccando le creste del Brancastello, delle Torri di Casanova, del Monte Prena e del Monte Camicia, terminando a Fonte Vetica per una lunghezza di oltre 20 chilometri. E’ un’escursione alpinistica con qualche tratto in ferrata. Costituisce una variante del Sentiero Italia del CAI.
Al bivio di S. Egidio il Monte Scindarella ostruisce ancora la vista del Corno Grande. Lo si scopre solo inoltrandoci verso l’altopiano. Per godere della vista imponente del Gran Sasso è necessario andare nel versante teramano da dove si può spaziare su tutta la catena da est ad ovest, con le pareti a picco visibili fin dalla costa adriatica.
La strada che attraversa Campo Imperatore passa sotto il Monte Brancastello. Il pensiero mi ritorna a quella sera di parecchi anni fa nella quale, dopo una lunga cena per festeggiare la fine della vacanza, terminata ben oltre la mezzanotte, decidiamo con i miei amici di salire in cima al monte. Per vedere le stelle alpine dovevamo approfittare di quell'ultima occasione. Il Brancastello è uno dei pochi monti in cui cresce la stella alpina appenninica. E’ formato da una prateria di alta montagna e, nella bella stagione, il manto erboso si riempie di fiori, tra cui la “Leontopodium nivale”. Siamo partiti da Pretara, nel versante teramano. Era notte inoltrata e pensavamo di arrivare alle prime luci dell’alba. La prima parte del sentiero, lungo il fosso del Malepasso, attraversa il bosco e rasenta l’eremo di Santa Colomba. Non è stato facile seguire il cammino con il solo ausilio di una torcia elettrica, ma non potevamo perdere l’occasione di finire la vacanza in bellezza. Il giorno successivo dovevamo ripartire per Roma, gli impegni di lavoro ci richiamavano al nostro dovere. E’ stata una di quelle circostanze in cui si dimostra che l’occasione va presa al balzo, senza farsela scappare. In quella circostanza, poi, è stato entusiasmante vivere l’alba con il sole che sorgeva dal Mare Adriatico. E’ stato un momento irripetibile e indimenticabile. Infatti non mi è più successo di salire ai 2.387 metri del Monte Brancastello.
Lungo la strada di Campo Imperatore stiamo attraversando un territorio che diverse volte è stato un set cinematografico di molti “spaghetti western”, ma io ricordo particolarmente un film che mi è rimasto impresso per la sua profondità e la sua mistica: “Il sole anche di notte”. Un’opera che poteva nascere solo dalla sensibilità e maestria dei fratelli Taviani, che hanno utilizzato al meglio questo scenario misterioso.
Fonte Vetica nella bella stagione è una delle località più affollate di tutto il comprensorio. Specialmente nei fine settimana si radunano centinaia, se non migliaia di appassionati del turismo gastronomico. In due baracche di legno sono stati realizzati il “Ristoro Mucciante” e il “Ristoro Giuliani” che vendono arrosticini e mettono a disposizione degli ospiti le “fornacelle” con la brace sempre accesa. Dopo aver comprato gli arrosticini ognuno può cuocerli e mangiarli a contatto con uno dei più bei panorami dell’intero Appennino. Con le fornacelle di Fonte Vetica si può dire che “la fantasia è andata al potere”. Infatti due ex contadini con la loro creatività hanno realizzato una delle attrattive turistiche del Gran Sasso, nel pieno rispetto dell’ambiente e della più tipica tradizione abruzzese.

Al centro dell’altopiano in prossimità del Laco Racollo parte la strada per S. Stefano di Sessanio. Mi fermo per fare qualche foto, c’è una mandria di cavalli che mi dà l’idea dell'ambiente tipico degli “spaghetti western”. Finalmente, da questa posizione, si torna a rivedere il Corno Grande con la sua Vetta Occidentale che partendo dal Monte Aquila e passando per Il Sassone attraverso la “direttissima” arriva ai 2.912 metri della cima. Dopo il Campanile Livia, sulla direttissima ho messo a frutto il corso di alpinismo fatto con il CAI dell’Aquila. Ho arrampicato per tre volte sulla direttissima che non è una via alpinistica molto difficile, ma proprio per questo è subdola e nasconde diversi rischi che non vanno sottovalutati. Per la sua facilità di avvicinamento potrebbe indurre qualcuno a salire con troppa faciloneria. Il rischio più grande della montagna sta tutto nella modalità con cui la si affronta. Salire per la direttissima è entusiasmante perché l’arrampicata è molto panoramica, si spazia su gran parte dell’Appennino Centrale. Qualcuno dice che dalla vetta del Gran Sasso, oltre all’Adriatico distante pochi chilometri verso est si possano vedere le coste della Dalmazia. Ad ovest si dovrebbe scorgere anche il Mar Tirreno, ma credo che sia una di quelle situazioni che si verificano solo con particolari condizioni e, praticamente, nessuno o pochi possano constatarlo di persona.

Forte dell’esperienza fatta con il CAI, che mi aveva dato le conoscenze fondamentali per non rischiare oltre i normali limiti, ho accompagnato mia figlia Marta insieme a Doriana e Stefano, lungo la direttissima fino alla vetta. Oggi, avendo perduto tutta la dimestichezza necessaria, non farei ancora una simile esperienza, ma in quel momento credo sia stata un’altra opportunità che non andava persa.
Dal bivio di S. Stefano di Sessanio inizia l’ultimo tratto della "nostra" Dorsale Appenninica e dopo 13 chilometri di saliscendi arriviamo in vista di uno dei più bei borghi d’Italia. Già dall’alto vediamo la torre medicea abbattuta dal terremoto, attualmente in corso di ricostruzione.
Stiamo entrando nel territorio della Baronia di Carapelle. Era un territorio inizialmente sotto la controllo dell’abbazia di San Vincenzo al Volturno che aveva la giurisdizione su gran parte dei monasteri abruzzesi.
L'opera capillare degli ordini monastici promosse un aumento delle terre coltivabili, favorendo il ripopolamento delle campagne anche ad alte quote, nonché la nascita e il consolidamento di borghi fortificati, tanto più sicuri quanto più in posizione elevata per la difesa contro le incursioni saracene. La Baronia comprendeva i territori di Carapelle, Castelvecchio, Rocca Calascio, Santo Stefano di Sessanio, Capestrano e Bussi.
Dopo il dominio svevo e angioino la Baronia fu assegnata a Pietro Conte di Celano. Nel quattrocento passò alla famiglia Piccolomini, ma l’ultima erede della famiglia per coprire i suoi debiti la cedette al granduca Francesco I de’ Medici. Con i Medici la Baronia divenne il centro principale di produzione della lana “carfagna” che lavorata a Firenze veniva esportata in tutta l’Europa. La dominazione medicea rappresentò il periodo di massimo splendore per l’intero territorio e durò fino al 1743 quando la Baronia divenne parte del Regno Borbonico.
Lungo la strada verso Santo Stefano incontro diversi appezzamenti di terreno circondati da muretti a secco. Sembrano disegni fatti di sassi. Qui per poter coltivare, la terra è stata separata dalla roccia. Migliaia di mani hanno tolto i sassi superficiali per strappare un fazzoletto di terra alla montagna. Sono lunghi nastri di terra, di verde, di marrone e di colori variopinti. In queste alte terre battute dal vento e da una luce accecante, le piante crescono a stento, al limite del possibile. A queste altezze sopravvive un’agricoltura eroica fatta di semi antichi, riscoperti negli ultimi anni. Lenticchie, ceci, cicerchie, grano archeologico, orzo e farro sono stati reintrodotti dalla passione e dall’amore per questi luoghi incontaminati.

Più a valle, nella Piana di Navelli si coltiva da secoli lo zafferano, l’oro dei poveri.
Siamo quasi arrivati a Santo Stefano, ma all’incrocio con il sentiero per Rocca Calascio con Marco decidiamo di deviare per il vecchio castello. Senza passare per la Rocca ci sembrerebbe non aver completata la dorsale appenninica. Rocca Calascio è stata la sentinella dell’intera Baronia e rappresenta uno dei migliori esempi di incastellamento dell’intero Appennino. Conosco molto bene questo sentiero per averlo già percorso diverse volte. Sono circa due chilometri di sterrato per poi prendere la strada asfaltata che termina poco prima della Rocca. Per il troppo affollamento, in alcuni giorni dell’anno, la strada è chiusa e si può giungere al piazzale solo a piedi o in bicicletta. Con i suoi 1.520 metri di altitudine è uno dei borghi più elevati d’Italia. Era utilizzato come punto di osservazione per comunicare con gli altri castelli con un collaudato sistema di collegamenti ottici, una specie di “internet” medievale. E’ stato abbandonato dalla popolazione in seguito al terremoto del 1703, ed è rimasto disabitato per circa 2 secoli, ma negli ultimi venti anni sono iniziati lavori di ristrutturazione nella maggior parte degli edifici diroccati. L’abbandono da parte della popolazione, invece che un fatto negativo è servito per mantenere l’autenticità del borgo. Oggi sono riattivati alcuni locali di ristoro e di alloggio insieme ad abitazioni private. Qui la ricostruzione sta avvenendo nel massimo rispetto dello stile originario.

Il parcheggio delle auto è ubicato abbastanza lontano dalla Rocca. Nel borgo sembra di vivere in altri tempi, specialmente all’imbrunire e con un po’ di fantasia qui si respira una vera atmosfera bucolica. La sensibilità degli abitanti ha evitato ogni contaminazione con la modernità. Lontano dai rumori e dalle luci della città, le notti si possono vivere a diretto contatto con la volta celeste, nell’assoluto silenzio.
Il tempo di prendere un caffè al Bar della Rocca e riscendiamo per la stessa strada e lo stesso sentiero per arrivare, finalmente, a Santo Stefano dove al B&B “La Bifore e le Lune” ci aspettano Mirella e Gilda. Mirella, la moglie di Marco, gestisce il b&b con amore e competenza. Ha ricavato all’interno di un vecchio palazzo signorile un angolo accogliente rispettando la struttura di un tempo. Il palazzo è stato di proprietà della famiglia Piccolomini, il cui stemma è ancora visibile sopra il camino dell’ampio salone dove vengono servite le colazioni. Nel salone si affacciano due bifore quattrocentesche che sanno di antico e di lontano. L’influenza dell’arte e dei costumi toscani, insieme a quelli della vicina Roma, sono rimasti intatti nel vecchio borgo e Mirella per quanto possibile ne è la gelosa custode. Qui la bellezza è di casa.
Conclusioni
Dopo nove giorni in sella su e giù per l’Appennino posso dire che ne valeva la pena. E’ valsa la pena anche aver affrontato alcuni spiacevoli inconvenienti. Avrei preferito viaggiare nel mese di giugno, che è sempre il periodo migliore per le escursioni in bicicletta, ma a causa del covid non è stato possibile. Pur avendo rinviato a settembre non abbiamo avuto nessun tipo di condizionamento per quanto riguarda la pandemia.
Percorrendo strade secondarie, in gran parte poco trafficate e avendo attraversato zone poco affollate, il viaggio lungo l’Appennino si è potuto svolgere regolarmente. Gli alberghi e i ristoranti erano tutti funzionanti, anche se abbiamo dovuto adottare le dovute cautele.
Nonostante il periodo di crisi che stiamo vivendo, abbiamo attraversato località abbastanza dinamiche, dove l’artigianato, la piccola impresa e l’agricoltura a carattere familiare cercano di sopravvivere a difficoltà sempre maggiori. Nell’Appenino c’è un’attività turistica “marginale”. Il turismo di massa non ha mai interessato la montagna appenninica, ma è stato sorprendente vedere la grande affluenza, soprattutto nei giorni festivi, nei locali di ristoro delle zone terremotate. Era strano vedere paesi quasi completamente disabitati con i locali pubblici stracolmi di gente. Il terremoto ha fatto nascere un turismo di solidarietà, ma certamente oltre alla ricerca del mangiar bene, c’è anche una notevole spinta alla curiosità, dove la curiosità non è sempre morbosa.
Viaggiare da nord a sud, anche all’interno dell’Appennino, ha messo in evidenza il diverso carattere della gente, anche se poi abbiamo potuto verificare che esiste una comunione di intenti fra tutte le popolazioni della montagna appenninica.
L’amore per la propria terra e l’attaccamento alle tradizioni è forte dovunque, ma l’abbiamo visto in maniera più accentuata tra i terremotati, soprattutto in quelli che ancora vivono a contatto con le macerie. Non c’è rassegnazione, ma una grande voglia di riscatto e di ritorno alla vita normale, dimostrando tutta la dignità di coloro che vogliono ancora essere partecipi non solo del proprio destino, ma svolgere ancora un ruolo importante nella società. Gli aiuti necessari per la loro rinascita non sono una semplice elargizione umanitaria, ma sarebbe un investimento e un beneficio a vantaggio di tutta la nazione.
Dopo oltre 650 chilometri e dopo aver attraversato 5 regioni, 10 province e 24 comuni il nostro cammino dal Mugello al Gran Sasso è terminato. Rimane sempre la speranza di percorrere il tratto iniziale dell'Appennino che parte dal Passo di Cadibona.
15 settembre 2020


