dislivello positivo m. 340 - dislivello negativo m. 868
Come era facile prevedere dalle avvisaglie della sera prima, la mattina del 27 aprile si presenta molto grigia e con una pioggerillina fitta fitta. I preparativi per la partenza sono, quindi più accurati. Ognuno indossa abiti idonei per affrontare una giornata di pioggia, ma nessuno si scoraggia. Siamo pronti per la tappa che conclude La Via degli déi. Una tappa più corta di quella precedente con una sola salita impegnativa che ci porterà agli 800 metri del Convento di Montesenario.
Si parte, quindi, sotto la pioggia che ci accompagnerà fino a Firenze. Prese le nostre bici si sale immediatamente entrando nella zona dalla quale era originaria la famiglia dei Medici in una posizione strategica, sull’alto del poggio che domina San Piero e tutta la Valle del Sieve.
Non lontano, nel territorio di Barberino del Mugello, si trova la grande opera commissionata da Cosimo il Vecchio a Michelozzi, la villa medicea di Cafaggiolo. Fu la “villa delle delizie” di Lorenzo il Magnifico. La salita non è molto lunga, ma misura pendenze che arrivano al 14%, a differenza del giorno precedente la strada è compatta, pertanto, la pedalata è abbastanza sciolta. Ci fermiamo ogni tanto non per ammirare quello che dovrebbe essere un magnifico panorama, ma per fissare nei nostri obiettivi una delle tipiche giornate uggiose con la nebbia che sale dalle verdi vallate. Oggi sia la pioggia che la nebbia metteranno in funzione la nostra immaginazione, ma i luoghi attraversati mantengono tutto il loro fascino anche nel grigiore di un cielo velato. In un mare di nebbia possiamo vedere in lontananza una successione di colline grigio-verdi che spiccano come piccole isole.
Da San Piero a Sieve si compiono tre balzi. Il primo, il più piccolo, porta alla Rocca dei Vicari (quota 300). La famiglia Medici, intraprendendo una politica di progressivo controllo delle magistrature repubblicane, fu particolarmente interessata a ricoprire la carica di Vicario o a farla ricoprire da membri di famiglie amiche, che si avvicendarono durante tutto il '400. Dalla Rocca di San Piero i Medici hanno iniziato la loro scalata al potere. Acquistata dalla famiglia ai tempi di Cosimo il Vecchio, fu successivamente ampliata e fortificata dal granduca Cosimo I° e trasformata nella Fortezza di San Martino, una delle più grandi fortezze in Italia. La nebbia persistente ed un folto viale di cipressi ci impediscono di scorgere le mura della Rocca.
Alla fine di un tratto in leggera discesa (quota 266) comincia il secondo balzo che in due chilometri porta alla Villa medicea di Trebbio (quota 450) che, anch’essa nascosta dalla nebbia, non riusciamo a vedere. Siamo alla confluenza di un “trivio” (Trebbio significa infatti trivio, bivio a tre strade).
Ancora discesa fino a Tagliaferro (quota 250) e dopo un tratto di pianura arriviamo a Vaglia per affrontare il più impegnativo dei tre balzi che, con una pendenza media del 7,5%, in cinque chilometri porta al convento di Montesenario (quota 808) circondati da un bosco di abeti. Si giunge al complesso conventuale da un viale fittamente alberato, al termine del quale c’è una scalinata che porta alla chiesa, mentre sulla destra si entra nella Foresteria.
Convento di Montesenario
Un’opera in latino risalente al medioevo, conservata nel convento, racconta la storia di sette nobili fiorentini che fuggirono dalle tentazioni della città per rifugiarsi in un luogo appartato. ”C’è un monte distante da Firenze circa otto miglia. Quando è colpito dal vento, dall’interno delle sue grotte un suono rimbomba. Per questa eco, fin dai tempi antichi, il monte ha preso il nome di Sonario o Sonaio. […] In cima trovarono una radura bellissima, anche se piccola: da una parte una fonte di ottima acqua, tutt’intorno un bosco ordinatissimo, come se fosse stato piantato da una mano. Questo era davvero il monte preparato loro da Dio. Appariva infatti quanto mai adatto all’ideale che volevano attuare, soprattutto perché lontano dalle abitazioni e la sua cima pienamente conforme a chi volesse farvi penitenza. […] Salirono dunque sul monte e sulla sua cima costruirono una casetta come loro prima abitazione e qui, lasciata la prima casa che avevano avuto a Firenze, trasferirono la loro dimora.”
La comunità di Monte Senario realizza il suo servizio e la sua comunione con gli uomini attraverso l’ospitalità, come espressione dell’amore. "L’ospite diventa uno di noi, un fratello da rispettare e da amare, una persona da mettere a proprio agio per farle sperimentare a tutti i livelli la nostra vita fraterna. In questo settore abbiamo avuto delle tristi esperienze, per cui saremmo portati a dubitare delle persone sconosciute, ma uno scritto antico la «Didachè» (manualetto d’istruzione cristiana della metà del primo secolo) ci suggerisce una saggia modalità":
«Ogni pellegrino che viene nel nome del Signore, sia accolto: in seguito però esaminatelo e rendetevi conto chi sia; avete infatti senno abbastanza per distinguere la destra dalla sinistra. Se è solo di passaggio, aiutatelo come potete; ma non rimanga presso di voi più di due o tre giorni, se è necessario. Se vuole stabilirsi tra voi, e ha un mestiere, lavori per mantenersi. Se invece non ha un mestiere, prendete provvedimenti con prudenza, perché non viva tra voi un cristiano ozioso. Se non si vuole assoggettare, è uno sfruttatore di Cristo: guardatevi da questa gente».
Non si sa se i frati di Montesenario conoscessero il detto "l'ospite, come il pesce, dopo tre giorni puzza", ma, in fatto di ospitalità, la sapevano lunga. Il convento vanta il primato di aver avuto la ghiacciaia più grande d’Europa. Fu fatta costruire dai frati nel 1842 come conserva per il ghiaccio ed è davvero imponente: 14 metri di diametro, 10 metri di altezza della cupola e 12 metri in profondità nel terreno. Durante tutto l’inverno dodici laghetti artificiali nelle vicinanze fornivano lastre di ghiaccio che erano disposte nell’edificio in strati intervallati da paglia. Sotto il livello del suolo, il ghiaccio si conservava per molti mesi ed era venduto nel periodo estivo, quando veniva portato in città in botti foderate di sughero. Con l’invenzione del frigorifero, le ghiacciaie non furono più utilizzate e molte divennero delle discariche; quella di Montesenario si trasformò in una cava di materiale edile nel 1950. La struttura principale è rimasta ancora in piedi, in stato di abbandono.
Anche il convento di Montesenario, nel 1866, subì le conseguenze dell’eversione dell’asse ecclesiastico: le leggi italiane di soppressione degli enti religiosi. Il convento venne requisito, insieme alla proprietà, dal demanio. L’anno seguente i frati devono forzatamente lasciare il convento, che tre anni dopo (1870) sarà riscattato da parte della comunità della Ss. Annunziata con il pagamento di lire 16.800 e l’accensione di un debito pari a lire 220.800 dell’epoca. I frati riuscirono a saldare il debito nel 1880. Obbiettivo della legge era quello di estendere il controllo dello Stato sulla Chiesa, ma la causa principale fu il forte disavanzo pubblico dovuto alla difficile e dispendiosa guerra contro l’Austria. Un episodio della recente storia d’Italia a cui non è stata data una grande enfasi, rimanendo quasi nel dimenticatoio. Un esempio inusitato di laicità dimostrato dalla casa Savoia. La politica anticlericale del Regno di Sardegna fu inaugurata con la legge del 29 maggio 1855, n. 878, che abrogò il riconoscimento civile a numerosi ordini religiosi incamerandone i beni. In seguito alla scomunica inflitta da Pio IX a Vittorio Emanuele II, i rapporti tra il neonato Regno d'Italia e lo Stato Pontificio si inasprirono ulteriormente e i governi della destra liberale ebbero buon gioco a emanare le leggi di eversione dell'asse ecclesiastico che rimasero in vigore fino al 1929, con la stipula dei Patti lateranensi.
SCOMUNICA MAGGIORE AI SAVOIA
Lanciata dal Sommo Pontefice Pio IX il 26 Marzo del 1860.
Dichiaro che tutti coloro, i quali hanno perpetrata la nefanda ribellione nelle provincie dello Stato Pontificio, e la loro usurpazione, occupazione ed invasione ed altre cose simili, di cui ho fatto querela nelle mentovate Allocuzioni, oppure hanno commesso alcuni tali cose, come pure i loro mandanti, fautori, aiutatori, consiglieri, aderenti o altri quali si siano, che hanno procurato sotto qualsiasi pretesto e in qualsivoglia modo l'esecuzione delle cose predette, ovvero le hanno per sè medesimi eseguite, hanno incorso LA SCOMUNICA MAGGIORE, e le altre CENSURE e pene ecclesiastiche inflitte dai Sacri Canoni, dalle Costituzioni apostoliche, e dai decreti dei Concili Generali, e se fa bisogno di bel nuovo li Scomunico ed Anatematizzo.
Parimente dichiaro, aver essi con ciò stesso incorso egualmente le pene della perdita di tutti e di qualunque siansi i privilegi, grazie ed indulti loro in qualsivoglia modo concessi dai Romani Pontefici Miei predecessori; e non poter eglino essere assolti e liberati da siffatte censure DA NESSUNO; ed inoltre esser eglino inabili ed incapaci di conseguire il beneficio dell'assoluzione, fino a tanto che non abbiano pubblicamente ritrattato, rivocato, cassato ed abolito tutti gli attentati in qualsivoglia modo commessi, e reintegrata ogni cosa pienamente ed efficacemente nello stato di prima, o prestata in altra maniera la dovuta e condegna soddisfazione nelle cose predette alla Chiesa e a questa Santa Sede, ma che sempre saranno e sono a tali cose obbligati, affine di potere conseguire il beneficio dell'assoluzione.
Comando che copie delle stesse lettere anche stampate e sottoscritte dalla mano di qualche pubblico Notaio, e munite del sigillo di qualunque persona costituita di dignità ecclesiastica, si presti la fede medesima in tutti i luoghi ed in TUTTE LE NAZIONI, tanto in giudizio, quanto fuori di esso, quale si presterebbe ad esse presenti, se fossero esibite o mostrate.
Dato in Roma presso S. Pietro sotto l'anello del Pescatore il giorno 26 Marzo del 1860 del Pontificato l'anno decimoquarto.
Pio Papa IX
Noi entriamo nella Foresteria del Convento di Montesenario per una breve visita, ma soprattutto per rifocillarci dalla pioggia e dal freddo, anche se con l’abbigliamento adeguato che avevamo noi tutti, abbiamo potuto sopportare i disagi di una vera giornata invernale. La galleria foto e video può dare un’idea molto realistica della giornata vissuta in bici.
Dopo ogni salita c’è sempre una discesa, lasciato il Convento ne affrontiamo una serie in successione su sentieri e mulattiere, intervallate da tratti di strada asfaltata che ci portano a Fiesole e successivamente a Firenze. Anche con un tempo abbrunato, come quello di oggi, il panorama toscano resta sempre affascinante.
Il primo tratto, subito dopo il convento è chiamato "Monte Senario kamikaze", ma non mi è sembrato particolarmente difficile. Superato il piazzale della Croce abbiamo proseguito lungo la strada asfaltata di Via Montesenario per deviare successivamente sul sentiero di Poggio Capanne che era particolarmente scivoloso per la pioggia, ma come se non bastasse abbiamo trovato dei grossi massi che si sollevavano dal terreno impedendoci di avanzare. Tra il fango e i sassi siamo stati costretti a mettere i piedi in terra. Proseguendo per alcune centinaia di metri siamo arrivati nella località Vetta Le Croci, che non era una vera vetta, ma una frazione da dove abbiamo abbandonato definitivamente i tratti sterrati per prendere la Via Faentina fino a Fiesole. Arrivati a Fiesole non ci siamo intrattenuti per ammirare il balcone panoramico che si affaccia su Firenze, ma ci siamo indirizzati senza indugio verso la trattoria scelta dalle nostre guide in Piazza Mino da Fiesole, di fronte al monumento dell’incontro di Teano. Una sosta necessaria, essendo l'ora di pranzo, prima di percorrere gli ultimi 7 chilometri per arrivare in Piazza della Signoria. La scelta del locale è stata ottima, avendo consumato un buon pranzo con alcuni piatti tipici toscani dopo i quali abbiamo ripreso il cammino, accompagnati sempre da una fitta pioggia.
La discesa per Via Vecchia Fiesolana è stata compiuta con prudenza a causa del lastricato bagnato, mentre sull’asfalto di Via S. Domenico siamo andati più tranquilli.
Percorrendo Via della Piazzuola siamo entrati in Firenze per dirigerci verso il centro storico, in Via del Proconsolo abbiamo girato per Via Dante Alighieri passando davanti la Casa di Dante, l'ho riconosciuta anche perché c'era un affollamento di persone. Da Via dei Magazzini siamo entrati in Piazza della Signoria, anch'essa gremita di turisti. Non è stato facile attraversare il centro di Firenze in bici: una gincana che ci ha costretti a zig-zagare tra un passante e l’altro con gli ombrelli che ostruivano il cammino. Dopo oltre 120 chilometri, in gran parte su sentieri di montagna, siamo arrivati alla nostra meta. Posso dire che è stata una bella soddisfazione. ”La Via degli déi" si è dimostrato il percorso più difficile e impegnativo che abbia fatto in dieci anni di cicloturismo, dove le condizioni atmosferiche non ottimali hanno aumentato le difficoltà. Dopo le immancabili foto ricordo, Mattia ci ricorda di andare nell’ufficio all’interno di Palazzo Vecchio per timbrare la credenziale, una formalità che non interessava molto a nessuno di noi, ma entrare nel cortile dell’antico palazzo è stata una cosa gradita a tutti, del resto si tratta di uno dei monumenti simbolo dell'architettura fiorentina.
Un edificio che ha fatto la storia di Firenze e d'Italia: è stato Palazzo dei Priori, Residenza del Duca e, dal 1865 al 1871 fu sede del Parlamento italiano, quando Firenze divenne capitale d'Italia, prima della breccia di Porta Pia.
Lasciata Piazza della Signoria ci siamo avviati verso il furgone che avrebbero riportato i miei compagni di viaggio a Bologna, mentre io sono stato accompagnato verso la stazione dei pullman in prossimità della Fortezza da Basso. Dopo tre giorni in compagnia di persone veramente gradevoli, è sempre difficile il distacco. Devo ringraziare Mauro (il marchigiano), Italo (emiliano di Puglia) e Luca (emiliano doc) che hanno avuto la pazienza di tollerare le mie difficoltà in qualche punto particolarmente disagevole. Debbo ringraziare e fare i miei complimenti alle guide Mattia e Giovanni per i preziosi suggerimenti e per la competenza dimostrata nell'organizzazione del percorso. Il suggerimento più utile, per affrontare i terreni accidentati, è stato quello di non guardare davanti alla ruota, ma almeno a 5 – 10 metri, stringere forte il manubrio, andare dritti pedalando con decisione, senza guardare le asperità.
Ringrazio Italo per avermi consentito di arricchire il mio racconto con l’utilizzo delle sue magnifiche foto.